Per una volta devio dall’argomento di questo blog e torno su un fatto della scorsa settimana che mi ha messo tristezza. Riguarda la confessione, che è un sacramento. Non sono un teologo, ma io ci ho sempre visto un segno tangibile della misericordia di Dio. Se qualcuno mi chiedesse, nella penombra di una chiesa, che cos'è la misericordia, quella di cui parla papa Francesco, io gli indicherei un confessionale. Confessarsi vuol dire esser perdonati, vedersi alleviata la propria colpa, la propria sofferenza, i propri rimorsi. Una volta chiesero al cardinale Martini in che cosa la religione cristiana fosse superiore a tute le altre e lui senza esitare rispose quasi fulmineo: "Il perdono". Questa cosa della misericordia mi è venuta in mente anche guardando quella bellissima foto del Papa a tu per tu con il suo confessore in San Pietro.


Vengo al fatto: una giornalista del Quotidiano nazionale, che riunisce Resto del Carlino, La Nazione e il Giorno, ha pubblicato un viaggio nei confessionali in quattro puntate, con lo scopo di “scoprire quanto il clero corrisponda oggi al sentimento di papa Francesco”. In pratica la giornalista si è finta peccatrice e si è imbucata nei confessionali con finti peccati: “Padre, sono lesbica e voglio battezzare mio figlio”, “sono divorziata, ho un nuovo compagno ma ho preso la comunione” e via così. Poi ha spiattellato tutto sui tre giornali. Lo hanno persino chiamato “reportage”. Cerco di immaginare la scena: ecco la nostra eroina, durante la messa o negli orari convenuti, aggirarsi con circospezione nelle chiese tra panche e altari, sentendosi parte del "giornalismo testimonial" e carpire- forte del suo travestimento e del suo registratore -  come un felino la buona fede di preti e religiosi.

Purtroppo va detto che non è certo la prima volta che avviene una cosa del genere. Anzi, quella dell’imbucato nel confessionale è quasi un classico del manierismo trito, un po’ come l’inchiesta sul caro estinto. La sua difficoltà, come ciascuno di noi può immaginare, è pari a quella che serve per guardare dentro la cassetta delle elemosine. Ne ricordo una dell’Espresso di una decina di anni fa in cui un intrepido imbucato speciale si addentrava temerario nei confessionali, tradendo la buona fede dei sacerdoti, per parlare di eutanasia, condom, staminali e omosessualità  e poi ne riportava le risposte come uno scoop, sentendosi come Peter Arnett sotto i bombardamenti di Baghdad o Bob Woodward alle prese con lo scandalo Watergate. Del resto anche il direttore del Quotidiano Franco Cangini, che ha commissionato il servizio della redattrice, anziché vergognarsi e chiedere scusa ai lettori (e ai fedeli) ha parlato di “giornalismo di inchiesta”, che, ha aggiunto, “quasi sempre viola la deontologia, fa parte del nostro lavoro”. Interessante. Dunque per fare del buon giornalismo devi violare le regole deontologiche. Chissà cosa ne pensano i consiglieri disciplinari istituiti dall’Ordine dei giornalisti, che evidentemente sono stati eletti per dare alla categoria un effetto coreografico, come un pennacchio su un carrozzone.    

Di fronte a tanta considerazione di sé stessi e del proprio modo di fare giornalismo è difficile dare suggerimenti. Ma io consiglio egualmente al direttore di Qt e all’autrice del “reportage” di leggersi il libro di Adelphi che sto leggendo in questi giorni, meritatamente in testa alle classifiche. Si intitola “Il Regno” ed è la storia scritta in prima persona di uno scrittore – Emmanuel Carrère  - che ripercorre come un’inchiesta non priva di introspezioni proustiane - da ateo -  i suoi tre anni di vita in cui è stato credente. A un certo momento, per approfondire il suo lavoro, Carrère medita di salire a bordo di una crociera per pellegrini che ripercorre i luoghi di San Paolo. Ma alla fine rinuncia, perché se ne vergogna. “Ciò di cui mi vergognavo era il sospetto di volerci andare per farmi beffe, in qualche misura, di quelle persone (…). A vent’anni ho scritto qualche pezzo per un settimanale modaiolo e “urticante”, il quale sul primo numero pubblicò un’inchiesta dal titolo I confessionali al banco di prova. Spacciandosi per credente, vale a dire vestendosi il peggio possibile, il giornalista aveva teso un tranello ai preti di diverse parrocchie parigine confessando loro peccati sempre più fantasiosi. Lo raccontava divertito, dando per scontato di essere infinitamente più libero e intelligente di quegli sfigati di preti e dei loro fedeli. Già all’epoca mi era parsa una trovata demenziale e scorretta – tanto più demenziale e scorretta perché, se qualcuno avesse osato fare lo stesso in una sinagoga o in una moschea, da tutti gli schieramenti politici si sarebbe levato un coro di proteste indignate: a quanto pare soltanto i cristiani si possono prendere in giro impunemente, contando sulla divertita complicità dei lettori”.  


Come si vede trattasi di vecchia e consumata trovata internazionale, non è stata un’idea molto innovativa, si è solo aggiunto squallore a squallore. Consiglio vivamente alla nostra eroina di tornarci, in uno di quei confessionali. Ma stavolta senza registratore. Magari facendosi accompagnare anche dal suo direttore. Stavolta farà uno scoop che però non si può raccontare: scoprirà che cos'è la misericordia. In vista del Giubileo straordinario, in fondo vale come un corso di aggiornamento, anche se non dà crediti.