C'era un tempo in cui le grandi imprese alpinistiche si consumavano nel silenzio delle cime, nell'intimità tra l'uomo e la montagna. Un tempo in cui la cronaca arrivava dopo, talvolta mesi dopo, raccontata a valle con quella sobrietà che solo chi ha conosciuto il limite estremo può permettersi. Pensate a Walter Bonatti sulla parete nord del Cervino, al suo bivacco al gelo, quella notte sospesa tra vita e morte che nessuno vide, che nessuno poteva vedere. La grandezza dell'impresa nasceva proprio da quella riservatezza, da quel rapporto sacro e solitario con l'impossibile.

Oggi quella dimensione appartiene a un'epoca che sembra lontanissima. Alex Honnold, scalatore americano di indiscusso talento – l'uomo che nel 2017 conquistò El Capitan senza corda né protezioni – ha appena scalato il Taipei 101, grattacielo di 508 metri nel cuore di Taiwan, ancora una volta in free solo. L'impresa è innegabilmente notevole dal punto di vista tecnico: un'ora e trentuno minuti di arrampicata sul vetro e l'acciaio, senza errori possibili. Ma stavolta c'è una differenza sostanziale: milioni di persone in tutto il mondo hanno seguito l'ascesa in diretta streaming su Netflix.

Ed è qui che occorre fermarsi a riflettere. Non sulla bravura di Honnold, che rimane fuori discussione. Non nemmeno sulla legittimità della sua scelta personale di affrontare il rischio estremo. Ma su noi. Su noi spettatori, sul nostro rapporto con queste immagini, sul significato che diamo alla diretta di un'impresa dove la morte, quella vera, non è un'ipotesi teorica ma una possibilità concreta, matematicamente presente a ogni movimento.

Come osserva Pietro Lacasella su L’Altramontagna, dovremmo provare a capovolgere la telecamera per un istante. Chiederci cosa emergerebbe se invece di inquadrare Honnold aggrappato al grattacielo, la regia ci mostrasse noi, seduti davanti ai nostri schermi. Scopriremmo una storia antropologica inquietante: quella dell'essere umano che in una sorta di feticismo contemporaneo cerca godimento nel rischio altrui, quello potenzialmente mortale. Un tempo queste pulsioni riempivano gli anfiteatri romani. Oggi ci tengono incollati a computer e smartphone.

La domanda non è nuova. Già nell'antichità ci si interrogava sul fascino oscuro degli spettacoli gladiatori. Ma qui stiamo parlando di altro: non di un'arena dove la morte è messa in scena, ma di una persona reale che potrebbe davvero cadere da quattrocento metri e schiantarsi al suolo davanti agli occhi di milioni di persone collegate in diretta. E noi? Noi saremmo lì, a guardare. Forse con il cuore in gola, certo. Forse con l'angoscia. Ma comunque lì, consumatori di un'emozione estrema servita in tempo reale. Chiara Guglielmina, sempre su L’Altramontagna, centra il punto quando scrive che la morte oggi assume una dimensione diversa: non è più soltanto tragedia privata ma evento mediatico potenzialmente monetizzabile. La recente scomparsa del giovane scalatore Balin Miller, caduto – a causa di iun incidente tecnico - mentre era in diretta su TikTok lo scorso ottobre, ci ha già mostrato quanto sia sottile il confine. Se una simile fatalità si consumasse durante una diretta seguita da milioni di spettatori, non sarebbe solo un lutto per amici e familiari, ma un trauma collettivo visto, commentato, condiviso, probabilmente anche registrato e ritrasmesso all'infinito sui social media.

Quale rispetto per il dolore? Quale cura per gli affetti? Quali responsabilità editoriali in simili circostanze?

L'impresa di Honnold si colloca in un momento storico preciso, in cui l'alpinismo – quella disciplina che per oltre due secoli è stata scuola di rigore, modestia e silenzio – si trova di fronte a un bivio culturale. Da una parte c'è la tradizione: l'idea che la grandezza nasca dall'interiorità dell'esperienza, dal rapporto diretto e quasi mistico tra l'uomo e la natura, dalla capacità di gestire il rischio con umiltà e riservatezza. Dall'altra c'è la spettacolarizzazione: l'impresa come contenuto, il rischio come prodotto, l'adrenalina come merce da vendere a un pubblico sempre più assuefatto e affamato di emozioni forti.

Il rischio è che questa seconda strada finisca per svuotare di senso l'alpinismo stesso. Se il fine ultimo diventa l'applauso digitale, il numero di visualizzazioni, la condivisione virale, l'orizzonte dell'impresa si restringe drammaticamente. L'alpinismo tradizionale ha sempre esercitato una dialettica preziosa tra sfida e rispetto, tra coraggio e prudenza. La diretta spettacolarizza l'errore, banalizza il rischio e invia un messaggio ambivalente alle nuove generazioni: la grandezza non si misura più dal vissuto personale ma dalla platea che assiste.

C'è poi la questione, altrettanto seria, della responsabilità collettiva. La nostra iperconnessione ci ha trasformati in spettatori e attori di un circo digitale senza fine, dove l'attenzione si consuma in pochi secondi e le immagini di tragedie o imprese scorrono come contenuti effimeri tra un video di gattini e un post sulla crisi climatica. È come se ogni volta che leggiamo di una scalata o di una caduta, il nostro cuore si abitui alla distanza, come un rumore di sottofondo che ci accompagna senza scuoterci davvero.

È questo il progresso? Ridurre ogni grande avvenimento umano a una serie di immagini da consumare rapidamente? O è ancora possibile conservare ciò che nel gesto estremo ci parla davvero di umanità, insegnandoci il limite anziché celebrando la sua violazione spettacolare?

Non si tratta di negare le motivazioni di Honnold, che nascono da una passione autentica per l'arrampicata. Non si può nemmeno ignorare il suo lodevole impegno sociale: parte dei proventi della scalata verranno devoluti, attraverso la sua fondazione, a progetti per l'energia solare nelle comunità svantaggiate. Un gesto nobile. Eppure resta la domanda di fondo, quella che molti appassionati di montagna si pongono con disagio: fino a che punto è etico trasformare il rischio estremo in spettacolo, rendendo la vita umana un contenuto da consumare?

La storia dell'alpinismo ci ha insegnato altro. Ci ha insegnato Reinhold Messner che saliva le sue montagne senza il bisogno di mostrare ogni passo a un pubblico globale. Ci ha insegnato Bonatti, che preferiva la quiete e il rigore. Ci ha insegnato che la vera forza risiede nella profondità dell'esperienza personale, che non ha bisogno di essere acclamata da nessuno per avere valore.

Come scrive efficacemente Guglielmina, siamo di fronte a un bivio culturale: o sapremo reintrodurre dei limiti alla spettacolarizzazione dell'estremo, o assisteremo a una progressiva implosione del senso dell'impresa, consumata e dimenticata nel tempo di una scrollata su un social media. Scegliere la prima strada richiede il coraggio – paradossale ma necessario – di rinunciare a facili audience per preservare il valore profondo dell'agire umano.

Con la speranza che ogni impresa futura si risolva nel migliore dei modi, resta l'urgenza di ribadire che certe immagini non dovrebbero essere trattate come mera merce di intrattenimento. Per rispetto degli atleti, delle loro famiglie e della collettività intera, alcune soglie non andrebbero superate né violate da un pubblico collegato in tempo reale. Perché la montagna – quella vera, fatta di roccia e ghiaccio, ma anche quella metaforica dei nostri limiti umani – merita ancora un po' di silenzio. E il silenzio, in fondo, non è assenza: è rispetto. È quella dimensione sacra dove l'impresa trova il suo senso più autentico, lontano dai riflettori e dai clic, lì dove l'uomo incontra davvero se stesso.

La sfida del futuro sta nel saper riconoscere quando il rischio, anche il più grande, non deve essere tradotto in spettacolo. Perché è nell'equilibrio tra corpo e anima che l'essere umano trova la sua vera salute. E questa, forse, è l'eredità più alta che possiamo lasciare alle generazioni che verranno: la capacità di rispettare il limite, anche quando siamo tecnicamente in grado di oltrepassarlo. Anche quando il mondo intero ci guarda.