“Da 30 anni, il mio Paese, nella regione del Kivu vive una guerra tragica. Più di 20 milioni di morti per i minerali. Diversi gruppi armanti locali e stranieri dei Paesi vicini, Rwanda e Uganda, si battono per controllare questa zona molto ricchi del Paese. Questa situazione causa una crisi umanitaria più grave e spesso dimenticata al mondo. Oggi si conta oltre sette milioni di sfollati interni, cinque milioni di bambini malnutriti e migliaia di donne e ragazze vittime di violenze”.

Così inizia la testimonianza di Néné Bintu Iragi, 50 anni, avvocata e attivista per i diritti umani, originaria della Repubblica Democratica del Congo, all’incontro che si è svolto a Villa Casati Stampa a Cinisello Balsamo, hinterland di Milano, a fine novembre.

Néné è stata invitata in Italia dalla Fondazione Daniele in collaborazione con l’Università di Bologna, e del Comune di Pieve, per ricevere il premio Daniele Po conferito a personalità femminili che, al livello internazionale si siano distinte nella difesa dei diritti umani e nella promozione della pace.

Un riconoscimento che ha un grande valore simbolico: “Mi ha colpito positivamente sapere che è stata una organizzazione italiana lontana dal mio Paese che ha riconosciuto la mia lotta. Per me, questo premio mi ha dato forza e conforto per continuare il mio impegno”.

La sua storia è segnata dall’incontro e dalla vicinanza dei Padri e delle Suore Saveriani, che l’hanno accompagnata sin da bambina. “Sono loro che hanno presentato la mia situazione alla Fondazione Daniele. A loro va tutta la mia gratitudine”, aggiunge.

Parlando della guerra in Congo, Néné ha spiegato che si tratta di una guerra economica, alimentata dallo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle multinazionali. “La lotta per i minerali strategici si combatte nel mio Paese tra potenze come Stati Uniti, Cina, Francia e Inghilterra”. Allo stesso tempo l’attivista ha riconosciuto anche le responsabilità interne dovute alla mancanza di una leadership forte e di un buon governo.

Da settembre 2025, la zona (le due città Goma e Bukavu e altri territori) è sotto l’occupazione dei ribelli di M23 sostenuti da Rwanda. “È una tragedia che il mondo spesso ignora. Parlare di guerra è una cosa, viverla è un’altra. Sono nata e cresciuta nella guerra, la mia vita intera è segnata dal conflitto. Siamo una generazione sacrificata”, ha sottolineato.

Dal 2024 Néné è presidente della società civile di Bukavu e vive in Burundi come rifugiata politica. Collabora con il dottor Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace nel 2018, con il quale condivide la lotta contro la violenza sulle donne e per la pace. È anche presidente dell’associazione SIMAMA CONGO, una ONG che sostiene le donne rifugiate e le aiuta a raggiungere l’autonomia attraverso l’agricoltura e la formazione.

La sua lotta per la pace è stata ispirata da Pierre Kabeza, una figura simbolo della resistenza civile nel Kivu, che ha rappresentato per lei un modello di coraggio e determinazione.

L’attivista ha anche incontrato papa Leone XIV, che le ha assicurato la sua vicinanza e le preghiere per il popolo congolese, e il cardinale Matteo Zuppi, con il quale ha condiviso riflessioni sull’impegno della Comunità di Sant’Egidio sulla pace in Burundi e in altri Paesi africani. In Francia ha partecipato a una conferenza sull’aiuto umanitario, dove ha chiesto che donne e giovani vengano coinvolti nei processi di pace. In Belgio ha poi incontrato alcuni deputati del Parlamento europeo, per continuare a portare avanti la causa del Congo e sostenere la pubblicazione del Rapporto Mapping delle Nazioni Unite.

Néné ha concluso il suo intervento con un appello alla comunità internazionale e con un messaggio di speranza: “La guerra in Congo dura da trent’anni e ha causato milioni di morti, tra cui anche stranieri come l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Nonostante tutto, continuiamo con la lotta”