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La scrittrice Silvia Avallone in occasione della celebrazione della “Giornata Internazionale della Donna” al Quirinale nel 2021.
Gli e le adolescenti sono le mie persone preferite, anche per questo le ho rese protagoniste di tutti i miei romanzi, incluso Cuore nero (Rizzoli). Nessuna età è fragile e, insieme, così potente come questa. E forse è questa ambivalenza complessa e tumultuosa che spaventa gli adulti. Quando diventiamo adolescenti siamo chiamati a nascere una seconda volta dai nostri desideri e sogni, abbiamo bisogno di limiti, ma anche di fiducia e orizzonti. Dobbiamo imparare a non essere più solo figli, a separarci dai nostri genitori e azzardare la nostra strada nel mondo. Ma non sappiamo ancora chi siamo, e questo ci rende insicuri. Dobbiamo imparare l’autonomia e la libertà, ma abbiamo ancora bisogno degli adulti: di genitori presenti, di buoni esempi, di maestri appassionanti, di un’intera società che ci educhi e ci accompagni.
Credo che in questo momento storico manchi un villaggio positivo e coeso in cui crescere: i legami sociali sono sempre più sfilacciati, i luoghi fisici in cui i giovani possono creare relazioni sempre meno, le famiglie più sole, le scuole non vengono inondate di investimenti come sarebbe necessario, insieme a tutti i centri culturali e sportivi. I giovani si ritrovano troppo spesso soli, nutriti dalla rabbia e dalla violenza che dilaga online, da algoritmi che frequentemente isolano, mettono in competizione, espongono a un vuoto di senso e di empatia. Al contempo, il mondo adulto sembra ostaggio della stessa fragilità, disorientato, spaventato dal futuro e chiuso in se stesso.
Vedo un grande vuoto educativo, ascolto un linguaggio spesso mancante di rispetto e curiosità verso l’altro nei grandi media come sui social e in strada. Credo che dovremmo partire da qui: da una profonda analisi delle mancanze e disuguaglianze della nostra società, delle carenze educative di noi adulti, e, al contempo, guardarli e ascoltarli, i nostri figli. Frequentando il carcere minorile di Bologna ho scoperto quanto bisogno ci sia, in questi ragazzi, di essere guardati e ascoltati. Se ti senti invisibile, inutile, un rifiuto, diventa molto difficile credere in te stesso, negli altri, nella vita, e impegnarsi nel bene, che, a differenza del male, richiede sempre impegno, sforzo, progetto, comunità, speranza. Il nichilismo è la risposta più ovvia in chi si sente nulla, in chi è esposto al nulla. La violenza in chi non ha ricevuto né parole belle né affetto. Gli adolescenti non sono adulti: quando sbagliano, la responsabilità è loro, certo, ma anche di un’intera società che non ha educato, accompagnato, creato i presupposti per una crescita serena.


In Cuore nero ho descritto un carcere minorile femminile d’invenzione in cui, come nella realtà che ho potuto conoscere direttamente, la stragrande maggioranza delle detenute proviene da contesti di abbandono sociale, marginalità, povertà educative, affettive e culturali. La delinquenza è diretta conseguenza del male subito. Si tratta perlopiù di reati contro il patrimonio. Ricorderò sempre un ragazzo che mi ha raccontato di essere stato preso in giro per mesi dai compagni perché indossava un paio di scarpe rotte: i suoi genitori non potevano comprarne un paio nuovo. Questo ragazzo si è sentito umiliato dalle prese in giro a lungo, finché non è esploso e le scarpe nuove è andato a rubarle. Ha cominciato a delinquere così, e la scuola del carcere gli ha fornito le parole e gli strumenti per rifletterci su e raccontarmelo. Ho immediatamente pensato a quanto sarebbe stato importante, e semplice, anziché prenderlo in giro, organizzare una piccola colletta per regalargli le scarpe nuove, aiutare la sua famiglia. Avrebbe cambiato il corso della sua vita, questo piccolo gesto? Non lo so. Ma so che dobbiamo educare i nostri figli all’empatia e alla solidarietà, perché il tessuto sociale si nutre di questi sentimenti.
Il male produce solo altro male, se la catena non viene spezzata con uno scarto di solidarietà, di cultura, di amicizia. Questo è quello che l’incontro con la realtà carceraria minorile mi ha insegnato. Il male non è solo sociale, naturalmente, anche se bisogna ricordare che la maggior parte lo è, e quindi sarebbe facilmente prevenibile agendo sulla giustizia sociale, sulle periferie, sulle troppe povertà. Il male è anche uno scandalo più misterioso, che ci raggela e ci paralizza. Emilia, la protagonista del mio ultimo romanzo, incarna questa domanda terribile. Lei non proviene dai margini come le altre detenute, ma da una famiglia abbiente. Ha studiato musica e danza. Ha perso la madre presto, ha subito episodi di bullismo, ha incamerato una rabbia enorme, ma nulla di questo spiega e ovviamente giustifica, il male irreparabile che ha compiuto a 16 anni, che non sarà mai ridimensionabile, mai dimenticabile, mai, appunto, aggiustabile.
Ho scelto una ragazzina come autrice di questo male proprio per affrontarlo con più lucidità: quando un personaggio che ti è caro si macchia di una colpa vertiginosa è più difficile voltarsi dall’altra parte. Bisogna interrogarsi sulla complessità: il male irreparabile, e, insieme, l’umanità che resiste. La domanda del mio romanzo è tutta qui: è possibile costruire un futuro, un pezzo di bene, accanto e intorno a un cratere che non si potrà mai riempire? Emilia ha pagato con la sua giovinezza, e in qualche misura non finirà mai di pagare. E anche il padre, innocente, avvertirà sempre la responsabilità di non aver fatto abbastanza per prevenire la violenza scaturita da quella rabbia sorda. Scrivere questo libro mi ha aiutata a capire che il male va affrontato a occhi ben spalancati, a mente lucida, prendendosi tutto il tempo necessario a capire e analizzare. Ma senza chiudere la porta alla speranza, e alla comunità.
Frequentando per alcuni anni l’Istituto penale minorile maschile di Bologna ho ricevuto una sorprendente lezione di umanità che mi porterò nel cuore per sempre. Ho scoperto cos’è che davvero, concretamente, può salvare un adolescente: un adulto che crede in lui, lo guarda, gli tende la mano, gli offre strumenti e valori in cui credere; una sana amicizia tra coetanei che non si giudicano, ma si spronano a vicenda ad alzarsi dal letto e a reagire, anche quando chiudere gli occhi e non pensare sarebbe infinitamente più facile; e, non in ultimo, la scuola. Ho visto con i miei occhi ragazzi diplomarsi e, addirittura, laurearsi. La trasformazione è stata così potente, come una seconda nascita. Quei ragazzi hanno scartato da una vita disperata a una vita piena e positiva, per loro stessi e per la società. Questo è accaduto grazie alle loro forze, certamente, ma anche grazie a una catena di persone adulte che si sono date da fare per cambiare sentimenti, pensieri, linguaggio, sogni nelle teste di questi ragazzi: educatori ed educatrici, insegnanti, agenti, direttori. Un intero sistema che si è messo in moto offrendo relazioni, fiducia, educazione, cultura, sport, limiti e orizzonti. Lo scarto del bene sul male. È questo che dobbiamo fare, a mio avviso, tutti: essere esempi, guide, fonti di fiducia, ideali, speranza. Credo sia molto difficile, per un ragazzo seguito, educato, istruito, incoraggiato, cadere nel precipizio del male. Che è sempre un meno, una disperazione, un vuoto.






