Le lenzuola annodate in una lunga corda stretta attorno al collo gli hanno permesso di lasciare la sua cella. Da morto. Deve aver pensato che comunque era la soluzione migliore. Se n’è andato così un giovane nordafricano detenuto nel carcere di Pavia: è il 64mo suicidio dall’inizio dell’anno. Era rinchiuso da pochi giorni ma non ha resistito neanche a quelli. E come lui tanti, troppi, non resistono. Più di un morto a settimana. E la conta va avanti senza che una riflessione ampia investa la politica e la comunità tutta. Ma qualcosa si muove.

Ad esempio, tra gli operatori di giustizia come i magistrati progressisti dell’associazione Area che al tema delle condizioni carcerarie hanno deciso di dedicare parte del dibattito del loro congresso, in programma a Genova dal 10 al 12 ottobre, e una maratona oratoria il cui titolo – “All’ennesimo catenaccio” – è un omaggio alla città che li ospita e alla fiaba triste messa in musica da Fabrizio De Andrè con “Don Raffaè”. “La insostenibilità delle condizioni di vita all'interno delle strutture carcerarie è sotto gli occhi di tutti”, dice la presidente di Area Democratica per la giustizia Egle Pilla per spiegare l’impegno dell’associazione su questo fronte: una vera emergenza, dicono senza mezzi termini le toghe. In Italia, vale sempre la pena ricordarlo, il principio della pena rieducativa è sancito dall'articolo 27 della nostra Costituzione. Un articolo rivoluzionario nella sua semplicità: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". In estrema sintesi, reinserire l’individuo nella società, non farne un criminale irrecuperabile.

Ma nelle condizioni  “che abbiamo sotto gli occhi, nelle condizioni delle carceri italiane è impossibile e irrealizzabile la rieducazione e la risocializzazione di coloro che scontano la pena in strutture sovraffollate e in condizioni non dignitose per la persona”. Il prossimo sarà l’anno in cui saremo chiamati ad esprimerci sulla riforma della giustizia e del Csm attraverso il voto referendario ma l’attenzione delle toghe è anche focalizzata su temi delicati come le condizioni carcerarie, meno immediati forse nella percezione collettiva ma vera emergenza perché – è ancora il ragionamento che fa la presidente Pilla - “il tasso di civiltà e di democraticità di un paese si misura anche dalle condizioni del sistema carcerario. E anche un solo suicidio di un detenuto per l'insostenibilità della vita in cella coinvolge la società tutta ad un'assunzione di responsabilità e la politica ad interventi indifferibili”. Il carcere non può essere la “sola risposta alle istanze legittime di sicurezza e di tutela dei cittadini se veramente si vuole realizzare un sistema che permetta il reinserimento nel tessuto sociale. Quello che dobbiamo capire è che la restrizione fisica non può essere restrizione dei diritti fondamentali della persona e mortificazione della dignità umana”. E solo cambiando il carcere avremo anche società più sicure.