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Milanese, classe 1957, Filippo Grandi ha 69 anni; è stato un funzionario internazionale italiano molto apprezzato nel mondo. Dopo la laurea e il servizio civile, si è immerso nel mondo dell’umanitario. È stato commissario generale dell’Agenzia Onu per il soccorso dei rifugiati palestinesi. Dal 2016 al 2025 ha ricoperto il ruolo di Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. È il terzo destinatario dell’Alloro olimpico, premio del Cio che onora i risultati eccezionali in materia di istruzione, cultura, sviluppo e pace attraverso lo sport; ha ricevuto il premio durante la Cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024. Ha raccontato la sua storia nel libro Rifugi e ritorni. Storie del mio lungo viaggio tra rifugiati, filantropi e assassini (Mondadori 2017). Oggi vive fra Italia e Svizzera, mettendo la sua esperienza a servizio dei giovani.


Qualcuno, nel febbraio scorso, lo ricorderà portabandiera olimpico alla cerimonia di apertura dei Giochi di Milano-Cortina. Quel privilegio Filippo Grandi se l’è conquistato sul campo, in giro per il mondo. Fino alla fine del 2025, infatti, ha ricoperto la carica di responsabile dell’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ad animarlo, nel suo intenso impegno, una fede cristiana vissuta, senza essere mai sbandierata.
Lo intervistiamo a seguito della visita di papa Leone XIV a Lampedusa, che passerà alla storia di questo pontificato. «Due cose, tra le tante che il Papa ha sottolineato», esordisce Grandi, «mi paiono fondamentali: la responsabilità “epocale” dell’Europa nella gestione dell’accoglienza di rifugiati e migranti, e l’affermazione che il Vangelo si realizza nell’incontro, nella diversità, nel dialogo».
Come mai da laureato in Storia è finito ad occupare un ruolo “manageriale” all’Onu?
«La radice di “umanitario” e “umanistico” è la stessa, no? In famiglia mi consigliavano Giurisprudenza, ma a me piacevano la letteratura e la storia. Dopo la laurea in Lettere moderne nel 1981, ho cominciato a lavorare per un piccolo editore. Presto, però, capii che cercavo altro».
E finì in Thailandia…
«Un caro amico statunitense, che aveva studiato in Italia, si era trasferito in Thailandia, allora terra di frontiera: durante la Guerra fredda era vicina all’Indocina comunista, e non ancora il luogo di vacanze esotiche di oggi. Giovane direttore del Catholic Relief Service, mi invitò a raggiungerlo per un’esperienza di volontariato. Mollai tutto. E a gennaio 1984 partii. Quei tre mesi – in un luogo alla frontiera con la Cambogia – sono diventati quasi due anni. Poi, nel 1986, provai un’inquietudine spirituale, che mi spinse ad andare a Roma a studiare Filosofia per un anno in Gregoriana; mi accompagnò, nella scelta, un caro amico di famiglia, un prete con una complessa storia di conversione alle spalle».
Da una possibile vocazione sacerdotale all’impegno nell’Onu: come andò?
«Non ho scelto i rifugiati, è stata la vita a metterli sulla mia strada. Dopo Roma decisi che la mia vita era quella provata in Thailandia. Feci domanda alle Nazioni Unite. Una volta assunto, mi spedirono in Sudan, per tre anni».
Una partenza da sesto grado…
«All’epoca il Paese viveva gli effetti della grande crisi dell’Etiopia: guerra e carestia avevano provocato enormi spostamenti di popolazione. Nel 1988 non c’era internet, comunicavo con casa con le lettere; ci mettevano due mesi».
Nei suoi anni in Unhcr, l’agenzia ha affrontato la più grave crisi di esodi forzati dalla Seconda guerra mondiale a oggi, in Paesi quali Afghanistan, Sudan, Sud Sudan, Siria, Ucraina, Venezuela… C’è un ricordo particolarmente significativo del suo lavoro?
«All’inizio del mio mandato come Alto commissario, mi trovavo in Uganda; c’era appena stata l’ennesima recrudescenza del conflitto in Sud Sudan e si registrava un notevole movimento di rifugiati. Incontrai un sud sudanese, del quale conservo ancora la fotografia, in un centro d’accoglienza. Parlando, scoprimmo che eravamo quasi gemelli. “È la quarta volta che scappo dal mio Paese”, mi disse. Lui, mio coetaneo, per quattro volte nella stessa durata delle nostre vite era stato obbligato dalla guerra a lasciare il suo Paese. Non per andare a lavorare, baci e abbracci, “torno per le vacanze”. No, per lasciare tutto: casa, famiglia, lavoro, amici, consuetudini. Un contrasto che non ho dimenticato».
I dati recenti dicono che nel 2025 sono rientrate circa 15 milioni di persone (tra rifugiati e sfollati interni) con un aumento del 50% rispetto all’anno precedente. Una buona notizia, ma è tutto oro quel che luccica?
«Le situazioni sono molto diverse. In Siria, il cambio di governo, dopo la caduta di Assad, ha provocato il ritorno volontario di milioni di rifugiati dei Paesi vicini. Essendo il Paese molto fragile, è importante sostenerlo e accompagnarlo verso la stabilità, la libertà, la democrazia; registro, invece, troppa incertezza negli aiuti. I ritorni in Afghanistan sono stati essenzialmente forzati, sia dal Pakistan sia dall’Iran, per motivi diversi. Mentre ero ancora in carica ho cercato di negoziare almeno un rallentamento dei rimpatri, che in realtà erano deportazioni. Nell’Afghanistan governato dai talebani, come sappiamo, le donne non possono andare a scuola oltre le elementari e gli aiuti internazionali sono scarsissimi».
Lei ha lavorato, con incarichi di crescente responsabilità, anche all’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. Qual è il suo giudizio sul Board of Peace?
«Un’iniziativa inutile, fatta per propaganda e per perseguire interessi economici. Il difetto principale? I palestinesi non siedono nel Board. Come si fa a fare la pace in assenza di una delle due parti principali del conflitto?».
Oggi il diritto internazionale sembra carta straccia e l’Onu è ai minimi storici quanto a credibilità. Gli uomini di buona volontà si chiedono cosa fare. Lei come risponde?
«Prima di tutto, mai disperare. Dobbiamo restare ostinati nel cercare la pace. La mia esperienza dice che c’è sempre un modo di aprire le vie verso la pace. Bisogna cercarla con la diplomazia e va spiegata all’opinione pubblica, perché è molto più complicata da raggiungere. Quanto all’Onu, cos’è l’alternativa? Le Nazioni Unite nascono con un compito preciso: fornire uno spazio vuoto, dove i negoziatori entrano e hanno la possibilità di parlare con i propri nemici. Io credo nell’Onu, anche se di certo ha bisogno di riformarsi, a partire dalla composizione del Consiglio di sicurezza».
Che messaggio ha per i giovani, specie per quanti vogliono impegnarsi per lasciare il mondo migliore di quello che hanno trovato?
«Credo molto nei giovani e vedo esempi davvero positivi: Greta Thunberg, i “Venerdì del clima”, la solidarietà con i palestinesi. Certo, talvolta i giovani sono “estremi”, ma è giusto che lo siano; è bene che vadano in strada a dimostrare per le cause globali. Vorrei però che lo facessero non solo per la Palestina, ma anche per il Libano, per il Myanmar, per il Sudan…».
Alla luce della sua esperienza, cosa direbbe a chi si considera discepolo di un Maestro che ha detto “Ero straniero e mi avete accolto”?
«Avendo frequentato le scuole dai Gesuiti, ho ben chiaro anche un altro detto evangelico: “Prudenti come serpenti e semplici come le colombe”. Applichiamolo alla questione migratoria: il cristiano accoglie. Tanto Leone quanto Francesco sono molto chiari: respingere i migranti, come fa il governo degli Stati Uniti o come predica il generale Vannacci, è anti-cristiano. Dopo di che, sia come ex Alto commissario ma anche come credente, dico che occorre governare le migrazioni. Ma la soluzione non è bloccarle a “valle”, bensì, leggendo le rotte migratorie, investire anche “a monte”: gestire i migranti in modo che molti non debbano essere costretti a partire».




