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Un silenzio interrotto solo dal rumore di secchi vuoti e passi affaticati. A El Fasher, nel Nord Darfur, l’acqua è diventata un miraggio: appena tre fonti idriche ancora attive per centinaia di migliaia di persone in fuga dalla guerra. Il resto è polvere, bombe e sete. «Il 97% della popolazione è al di sotto degli standard minimi di accesso all’acqua», denuncia Ennio Miccoli, direttore di COOPI – Cooperazione Internazionale, l’organizzazione umanitaria italiana impegnata sul campo da oltre vent’anni.
Un assedio che uccide la speranza
Da quasi un anno El Fasher è sotto assedio, devastata dai bombardamenti e dalla violenza. L’attacco dello scorso aprile contro il campo per sfollati interni di Zamzam – uno dei più grandi del Nord Darfur – ha costretto oltre 500mila persone a fuggire in poche ore, ammassandosi nella città già stremata. Qui, circa 47.500 sfollati interni vivono in rifugi di fortuna o all’aperto, senza acqua potabile né servizi igienici di base.
«L’85% degli sfollati non ha accesso a beni e servizi essenziali. L’acqua, elemento vitale, è ormai un lusso», spiega Miccoli. I pochi punti di approvvigionamento rimasti sono sovrasfruttati, spesso fuori uso, mentre il rincaro del carburante ha paralizzato i sistemi di pompaggio.
L’emergenza sanitaria
«Le condizioni igienico-sanitarie sono drammatiche: il rischio di epidemie come il colera o la diarrea acquosa acuta è altissimo», racconta un operatore COOPI sul posto. «Le famiglie sono costrette a scegliere tra bere o lavarsi. È una corsa contro il tempo per evitare il collasso sanitario nei campi sovraffollati».


Per fronteggiare l’emergenza, COOPI ha avviato l’intervento “Provision of Life Saving assistance for IDPs in emergency in El Fasher locality, North Darfur region”, finanziato dal Sudan Humanitarian Fund di OCHA. Da aprile l’organizzazione distribuisce 70mila litri di acqua potabile al giorno, ha consegnato contenitori da 20 litri a 1.000 famiglie vulnerabili e costruito 50 latrine d’emergenza nei campi informali.
«Si tratta di una prima risposta ai bisogni più urgenti – sottolinea Miccoli – ma le necessità della popolazione restano enormi. Continueremo a lavorare al fianco di chi non ha più nulla».
La crisi dimenticata
Dal 2023 il Sudan è precipitato nella più grave crisi umanitaria al mondo: oltre 12 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, rifugiandosi nei Paesi confinanti o diventando sfollati interni. Nel solo Nord Darfur, COOPI opera dal 2004 con interventi per l’accesso all’acqua, la sicurezza alimentare e la riduzione del rischio di disastri. In vent’anni ha realizzato 129 progetti, raggiungendo più di 4 milioni di beneficiari.




