Ci sono canzoni che accompagnano un’epoca e altre che diventano una preghiera eterna. È il caso di Su ali d’aquila (On Eagle’s Wings), uno degli inni religiosi più amati al mondo, che quest’anno celebra il suo cinquantesimo anniversario. Nato quasi in silenzio nel 1975 dalla penna di padre Michael Joncas, il brano è diventato nel tempo un canto di consolazione capace di attraversare confessioni cristiane, culture e generazioni, risuonando in funerali, celebrazioni commemorative e momenti di dolore collettivo in almeno dieci lingue diverse.

Eppure, quando lo compose, Joncas non immaginava certo una simile diffusione. Aveva appena ventiquattro anni, aveva momentaneamente lasciato il seminario perché incerto sulla propria vocazione e lavorava come responsabile della musica e della liturgia in una parrocchia del Minnesota. La sua vita era attraversata da interrogativi personali, mentre gli Stati Uniti cercavano di rialzarsi dopo gli anni della guerra in Vietnam e delle profonde tensioni sociali.

Le parole del Salmo 91

L’ispirazione arrivò all’improvviso durante una visita a Washington, dove un amico del seminario, Douglas Hall, ricevette la notizia dell’infarto che aveva colpito il padre. Joncas iniziò subito a scrivere. Le parole nacquero dal Salmo 91, pregato per anni nella Liturgia delle Ore. «Ho recitato il Salmo 91 per anni», ci dice durante l’intervista nel suo appartamento a Saint Paul, in Minnesota. «Quel testo mi sembrava profondamente consolatorio».

Il primo spartito incorniciato di \\\"On Eagle’s Wings\\\", che in italiano è stata tradotto \\\"Su ali d’aquila\\\".
Il primo spartito incorniciato di \\\"On Eagle’s Wings\\\", che in italiano è stata tradotto \\\"Su ali d’aquila\\\".
Il primo spartito incorniciato di "On Eagle’s Wings", che in italiano è stata tradotto "Su ali d’aquila". (Camillo Barone)

In quel periodo anche il giovane musicista portava nel cuore un dolore personale: da poco era morta la sorella Babette, segnata fin dall’infanzia da gravi problemi fisici. A quella sofferenza si aggiungeva il clima di smarrimento che attraversava l’America di quegli anni. «C’era un senso di lutto per la direzione che stavano prendendo gli Stati Uniti», spiega.

L’inno fu eseguito per la prima volta durante il funerale del padre dell’amico Hall, nell’aprile del 1976 a Omaha, in Nebraska. Era nato semplicemente per offrire conforto a una famiglia colpita dal dolore. «Onestamente, era per aiutare il mio amico Doug e la sua famiglia ad affrontare la morte del padre», racconta Joncas. «Consolazione. Ecco il motivo».

Da quel momento, iniziò un cammino che nessuno avrebbe potuto prevedere. Dopo la pubblicazione nel 1979, Su ali d’aquila entrò rapidamente nei repertori delle parrocchie cattoliche statunitensi e, poco dopo, anche negli innari luterani, presbiteriani e metodisti. Il canto superò così i confini confessionali, diventando patrimonio comune di molti cristiani.

Da Pavarotti a Biden

Negli anni è stato eseguito dopo la strage di Oklahoma City del 1995, durante il funerale di Luciano Pavarotti nella sua versione italiana e persino citato dall’allora presidente eletto Joe Biden nel discorso della vittoria elettorale del 2020. Quella stessa sera, anche la cantante Lana Del Rey ne pubblicò una propria interpretazione, facendolo conoscere a un pubblico ancora più vasto.

Joncas ha sempre osservato questo successo con grande semplicità. Non ha mai cercato di promuovere il brano in modo particolare e continua a considerarlo anzitutto uno strumento di preghiera. «La musica unisce le cose», commenta. «Laddove potremmo tracciare una divisione tra la nostra esistenza fisica e quella spirituale, essa riunisce tutto». E aggiunge con umiltà: «Vorrei sapere quale sia davvero il suo potere. Ma nel migliore dei casi, diventa preghiera».

Anche la sua vita, però, è stata segnata dalla sofferenza. Nel 2003, mentre insegnava liturgia all’Università di Notre Dame, durante la Messa del Giovedì Santo si accorse di non riuscire più a sollevare il calice. Pochi giorni dopo perse progressivamente la capacità di camminare e gli fu diagnosticata la sindrome di Guillain-Barré, una rara malattia neurologica che lo lasciò quasi completamente paralizzato.

Il riconoscimento ricevuto dal presidente statunitense Joe Biden, il 18 giugno 2024.
Il riconoscimento ricevuto dal presidente statunitense Joe Biden, il 18 giugno 2024.
Il riconoscimento ricevuto dal presidente statunitense Joe Biden, il 18 giugno 2024. (Camillo Barone)

Nella prova della malattia

Dopo settimane trascorse tra terapia intensiva e sedazione, la sua domanda non fu più il perché di quella prova, ma che cosa Dio gli stesse chiedendo di imparare. Le conseguenze della malattia restano ancora oggi: non ha più recuperato completamente la voce né la possibilità di suonare la chitarra, lo strumento con cui aveva composto tanti dei suoi canti. Eppure, quell’esperienza ha reso ancora più profondo il suo ministero.

Oggi padre Michael Joncas ha 74 anni e vive a Saint Paul, nel Minnesota. Continua a scrivere, a comporre e ad accompagnare con discrezione tante persone nel loro cammino di fede. Del successo della sua opera parla poco; anche i diritti d’autore, racconta, sono in gran parte destinati a opere di carità e iniziative della Chiesa locale. Ciò che gli sta davvero a cuore è che quel canto continui a raggiungere chi soffre, proprio come accadde mezzo secolo fa in una piccola chiesetta del Nebraska.

La sua preghiera, in fondo, è rimasta la stessa di allora: «Prego affinché sia fatta la volontà di Dio, sulla terra come in cielo». E aggiunge: «Continuo semplicemente a sperare che sempre più persone rispondano allo spirito di Dio e che il nostro mondo subisca una trasformazione».

Camillo Barone

Forse è proprio questo il segreto di Su ali d’aquila: non essere nata per il successo, ma per condividere il dolore di una famiglia. Ed è proprio da quella consolazione offerta quasi in punta di piedi che, da cinquant’anni, milioni di persone continuano ad attingere speranza.