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sabato 19 gennaio 2019
 
A un anno dalla morte
 

Don Aldo Benevelli, il prete partigiano: uomo libero e liberatore

19/02/2018  Una vita dedicata alla pace e alla giustizia sociale. Fin da quando, partigiano, subì la violenza nazifascista. Oggi la “sua” Ong, la Lvia, opera in 10 Paesi africani.

«Alla fine degli anni ’60 un pretino piccolo, biondo e con gli occhi azzurri catalizzava l’attenzione dei media locali per le sue iniziative, un po’ strane e un po’ innovative. Usava termini strani (cooperazione, solidarietà, giustizia, comunità), parlava di Gaudium et spes, di Populorum progressio, di “no alla guerra e alla violenza”. Era un po’ gandhiano, un po’ guevarista, ma soprattutto era un testimone cristiano. Ebbe l’intuizione di parlar chiaro in difesa dei poveri e degli ultimi, di portare all’attenzione il cosiddetto Terzo mondo. Per questo lo seguimmo, disposti a lasciare lavoro, fidanzate, famiglie e carriera, per raccogliere il suo messaggio, la sua lotta per la giustizia, e dopo un lungo periodo di formazione sbarcammo in Kenya e in Burundi, poi in Senegal, Burkina Faso, Etiopia... Ci portammo dietro testi di medicina, di zootecnica, di lingua inglese e francese, ma soprattutto il Vangelo e le encicliche sociali. Molto entusiasmo, pochi rimpianti. Per anni non vedemmo le nostre famiglie, ma l’assenza fu compensata dall’aver trovato collaboratori, amici e altri testimoni che condividevano i nostri valori, a volte i nostri difetti, ma sempre le stesse speranze».

A parlare è Riccardo Botta, volontario internazionale della Lvia e in seguito primo presidente laico della Ong di Cuneo. Parla di don Aldo Benevelli, il fondatore e per tanti anni presidente della Lvia, ma noto anche (e forse di più) come prete-partigiano, guida della Caritas di Cuneo quando ancora non si chiamava Caritas ma Pontificia Opera Assistenza, ideatore della Marcia della pace Cuneo-Boves, animatore della Giornata della memoria nella città piemontese, co-fondatore nel 1980 dell’Università internazionale della Pace “Giorgio La Pira”.

Don Aldo è questo e molto altro. È, prima di tutto, uno dei “padri” della cooperazione italiana, quando ancora la parola cooperazione non era nel vocabolario. Era l’epoca “delle iniziative un po’ strane” che trasudavano le istanze di cambiamento e di giustizia della fine degli anni ’60 e, insieme, quelle del concilio Vaticano II da poco concluso. Lui, don Aldo, insieme a padre Vincenzo Barbieri e a don Luigi Mazzuccato andavano dall’allora cardinale Montini (poi papa Paolo VI) per progettare il volontariato internazionale, la figura del missionario laico, le modalità dell’aiuto allo sviluppo di quello che allora, appunto, si chiamava Terzo mondo.

I media italiani si sono occupati poco – allora e anche dopo – di questi tre “pretini” che stavano facendo nascere le prime Ong italiane (Lvia, Coopi e Cuamm). E per l’opinione pubblica sono quasi degli sconosciuti, e perciò non sa quanto deve loro. Don Benevelli è stato l’ultimo dei tre a lasciarci. È morto a 93 anni, nella sua casa di Cuneo. Sono 93 anni che meriterebbero un libro: dal 1943 al ’45 partecipa (non ancora prete, lo sarà dal 1948) alla lotta partigiana. Viene catturato, torturato, condannato a morte.

Mentre lo accompagnano al patibolo riesce a fuggire: «Quella esperienza di violenza estrema ha condizionato fortemente la scelta successiva di farsi sacerdote», dice Gianfranco Cattai, “cresciuto” per quasi 30 anni nella Lvia e oggi presidente della Focsiv (la Federazione degli organismi di volontariato di matrice cristiana). E infatti, la sua lunga storia di prete è un costante impegno per la pace, la giustizia sociale, l’attenzione agli ultimi: nella Caritas diocesana, nel lavoro di aiuto ai tanti migranti del Sud che arrivavano nel Cuneese. E ancora a fianco dei migranti italiani in Francia: la prima esperienza di volontariato internazionale. Quella successiva è la creazione della Lvia (Associazione internazionale volontari laici), tenuta a battesimo nel 1966, con i primi volontari per il Kenya.

«Ero molto giovane ed entusiasta», ricorda Rosanna Cayre, la prima a partire. «Don Aldo era bravissimo a darci stimoli e noi ci attivavamo con lui. Quando è arrivata la lettera di un missionario della Consolata che chiedeva un aiuto per gestire una cooperativa di produttori a Tigania, mi sono offerta. Non vedevo l’ora». Rosanna resterà in Kenya per quattro anni. Nei successivi 30 lavorerà sempre per l’Ong di Cuneo.

«Rosanna parte nel 1966, qualche mese dopo, nel marzo 1967, esce la Populorum progressio di Paolo VI, che parla dello Sviluppo come nuovo nome della Pace», aggiunge Cattai. «Don Aldo e gli altri pionieri della cooperazione hanno anticipato l’enciclica», spiega Ezio Elia, l’attuale presidente della Lvia. «Non hanno teorizzato il volontariato laico, l’hanno fatto. Come a dire: dopo il Concilio è questo che va messo in pratica».

La Lvia oggi opera in dieci Paesi africani, e in oltre mezzo secolo di vita ha inviato nel Sud del mondo più di 700 volontari. Il frutto più bello del “pretino di Cuneo”. «L’ho conosciuto nel 1971», conclude Cattai, «poco prima di Natale. Stava scrivendo a macchina e in casa c’era un freddo cane. Batteva sulla tastiera con i guanti. “Perché stai al freddo?”, gli chiesi. “Non si devono buttare i soldi quando ci sono tanti poveri”, rispose. Un piccolo episodio, ma emblematico. Per me è stato maestro di vita. Testimone del volontariato, della gratuità, di come tradurre il Vangelo in azione».

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