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Luca Spada, autista della Croce rossa 27enne accusato di omicidio continuato aggravato dalla premeditazione e dall'aver commesso il fatto per mezzo di sostanze venefiche.
«Mi è piaciuto, lo rifarò». È una frase emersa dalle intercettazioni dell’inchiesta sul 27enne Luca Spada, ex autista soccorritore della Croce Rossa arrestato nei giorni scorsi nell’area di Forlì con l’accusa di omicidio volontario e sospettato di diversi decessi di pazienti avvenuti durante i trasporti in ambulanza. Secondo gli inquirenti, alcuni casi si sarebbero verificati in circostanze anomale, mentre le vittime erano affidate alle sue cure.
Non è solo un fatto di cronaca: è una storia che interroga il senso stesso della cura e della responsabilità verso chi è più fragile.
Che cosa accade quando la cura si trasforma in dominio? Ne abbiamo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone.
Dottoressa, che tipo di profilo emerge da questa vicenda?


«Stiamo parlando di un profilo di tipo narcisistico. Un soggetto che lavora a contatto con persone vulnerabili e che probabilmente le sceglie proprio per la posizione di potere che questo ruolo gli consente. Nel tempo, questo alimenta una dimensione sempre più forte, fino a costruire una vera e propria sensazione di onnipotenza, quasi divina: la convinzione di poter disporre della vita degli altri».
Quindi non c’è alcuna una forma di pietà, anche distorta?
«No, non c’è nulla di caritatevole. È un meccanismo che alimenta il bisogno di sentirsi al centro: la sensazione di avere l’ultima parola sulla vita degli altri. Non è qualcosa che gli è “sfuggito di mano”, ma una scelta lucida, che non ha nulla a che fare con il sollievo dalla sofferenza».
Ma chi agisce così è consapevole di quello che fa?
«Assolutamente sì. Non siamo davanti a una perdita di contatto con la realtà: tanto è vero che il soggetto mette in atto strategie per nascondersi. E, allo stesso tempo, emerge anche il bisogno di esibire questa posizione, almeno all’interno di una cerchia ristretta…».
La scelta delle vittime segue una logica precisa?
«Sì. Non è una scelta casuale, ma utilitaristica: si tratta di vittime per le quali una morte improvvisa può risultare meno sorprendente e quindi meno facilmente individuabile».
È corretto parlare di “angelo della morte” in un caso come questo?
«Sì, è una definizione corretta dal punto di vista criminologico. I cosiddetti “angeli della morte” sono quei soggetti che, sfruttando il proprio ruolo nel contesto sanitario, uccidono persone affidate alle loro cure. Gli scenari possono essere diversi: alcuni agiscono per motivazioni più pragmatiche, altri per ragioni più legate alla personalità. Ci sono casi in cui si provocano condizioni critiche per poi intervenire e mostrarsi come i più capaci, e altri in cui è proprio la morte della vittima a dare una percezione di potere... In ogni caso, ciò che li caratterizza è una forte componente narcisistica unita a un senso di onnipotenza».
Questo caso tocca in qualche modo anche il tema del fine vita. C’è il rischio di confondere i piani?
«Sono due piani completamente diversi. Un conto è una scelta lucida e consapevole della persona (per quanto si possa o meno essere d’accordo), un altro è l’intervento di qualcuno che si sostituisce a quella decisione. Qui non si interviene per accompagnare, ma per affermare se stessi. È questo il punto: tracciare, arbitrariamente, il limite tra la vita e la morte degli altri».




