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martedì 30 maggio 2017
 
Troppa tecnologia
 

A un anno già connessi: l'allarme dei pediatri

05/01/2017  Da un'indagine condotta dal Centro per la Salute del Bambino Onlus di Trieste in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri risulta che il 60 % dei genitori permette ai propri figli di 2 anni di usare il cellulare di mamme e papà. Questo ingresso precoce della virtualità danneggia il processo di crescita dei bambini, che hanno bisogno di conoscere la realtà con tutti i cinque i sensi


Forse non si può più chiamarli nemmeno nativi digitali. Ora si deve utilizzare l’espressione “natanti digitali”: perché stando a ciò che rivelano sempre più ricerche i bambini di oggi utilizzano sempre più precocemente e sempre più intensamente le nuove tecnologie. Quasi come se fossero ormai una protesi incorporata nel loro corpo ed un’esperienza che non separa più il reale dal virtuale. Ne abbiamo avuto un’evidenza diretta l’estate scorsa: le città erano invase da giovanissimi che, scaricata la App di Pokemon Go, si muovevano in una sorta di realtà virtuale pur camminando e correndo nel mondo reale. Gli adulti li guardavano agitare i loro smartphone, fare mosse, passi e corse (a volte rischiando anche di farsi male o finire sotto un’auto) senza capire esattamente cosa stessero facendo e cercando. Loro, invece, stavano andando alla ricerca di ologrammi dei “Pokemon” invisibili nel reale, impossibili da identificare ad occhio nudo, percepibili solo grazie ad una App scaricata sul cellulare personale. Si è trattato del primo esempio su scala globale di “virtuale” che interferisce col reale. Probabilmente, la crescita dei nostri figli ne risulterà sempre più impattata, sempre più condizionata, se è vero che un bambino su cinque in Italia prende contatto con uno smartphone e con una tecnologia “touch” entro il primo anno di vita. Fra 3 e 5 anni di età, l’80% dei bambini è in grado di usare il telefonino di mamma e papà. Insomma, i nostri figli, non sanno ancora leggere e scrivere, ma già sono in grado di tenere in mano il mondo “virtuale”, di muoversi al suo interno esplorandolo e interagendo con esso usando la punta delle proprie dita.

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E’ quanto rivela la prima ricerca realizzata in Italia in merito alla diffusione delle tecnologie digitali fra i bambini in età prescolare, condotta dal Centro per la Salute del Bambino Onlus di Trieste in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri. I dati sono stati estrapolati da quasi 1.500 questionari compilati da altrettante famiglie. Si evince che il 60 % dei genitori permette ai propri figli di 2 anni di usare il cellulare di mamme e papà, percentuale che sfiora l’80% se si sale in età fino ai 5 anni. Ci dovremmo domandare se questo ingresso precoce della virtualità nella vita dei piccolissimi faccia bene al loro percorso di crescita. La psicologia dell’età evolutiva ci ha insegnato che l’apprendimento dei bambini in età prescolare ha bisogno della realtà concreta, più che del mondo virtuale. Piaget parlava di intelligenza senso-motoria per i più piccoli facendo intravvedere che lo sviluppo della loro mente si basava sull’integrazione di dati conquistati nel mondo reale, attraverso l’esplorazione concreta, basata sul gioco, sul movimento e sull’uso del corpo, il miglior strumento per imparare che cosa è il mondo che un bambino ha a disposizione. Il mondo va toccato, sentito con tutti i cinque sensi e le relazioni vanno vissute nella dimensione concreta e reale, guardandosi negli occhi, ascoltandosi e “sentendosi” non solo con le orecchie, ma anche con il cuore e con la mente. Tutte operazioni che la tecnologia e il mondo virtuale non consentono. Nello schermo di uno smartphone vivono soltanto due sensi (vista e udito), il reale perde la sua multidimensionalità e non si interagisce attraverso relazioni reali. Allo stesso tempo, il mondo virtuale propone ai bambini una realtà “aumentata”, basata su iperstimolazione ed ipereccitazione, che rischia di incatenarli al potere magico dello schermo, che può ipnotizzare l’attenzione di un piccolissimo con lo stesso stile incantatore e manipolatore del pifferaio magico.

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Trent’anni fa parlavamo di questi pericoli di fronte all’epidemia di consumi televisivi e di “piccoli schermi” piazzati nelle camere dei bambini dai genitori di allora. Ora l’allarme è più pervasivo, perché lo schermo di uno smartphone può seguirci dappertutto e non si spegne mai. Molti genitori oggi usano lo schermo di smartphones e di tablet come se fossero baby sitter sempre capaci di “calmare” i capricci di un bambino che richiede attenzione. Ma quella richiesta di attenzione a volte è sacrosanta. E rispondervi all’interno di una relazione che si basa sul gioco attivo, sulla lettura di libri, sulla manipolazione di materiali e giocattoli adatti all’età prescolare è un diritto di ogni bambino e un dovere di chi si prende cura di lui. Nella deriva ipertecnologica delle nostre esistenze, è fondamentale che come genitori introduciamo le nuove tecnologie nella vita dei figli, solo quando esse rispondono a specifici bisogni educativi. L’associazione dei pediatri statunitensi (American Academy of Pediatrics) ad ottobre ha affermato – in un documento ufficiale - che le nuove tecnologie vanno bene in età prescolare se permettono ai bambini di guardare filmati di natura in rete, usare Skype per mantenere la relazione con i nonni che vivono lontano, ascoltare musica o cercare ricette per prepararle insieme ad un adulto. Si tratta di utilizzi in cui l’adulto ha chiaro che cosa sta facendo il suo bambino con uno smartphone. E perché lo sta facendo. E spesso, in questo utilizzo, il genitore è lì di fianco a condividere l’esperienza. L’esatto contrario di ciò che troppo spesso succede. Se un bambino in età prescolare usa una tecnologia senza un adulto di fianco, “perché così sta calmo” e tra l’altro tale uso interferisce con sonno, pasti ed esperienza scolastica, la bocciatura dei pediatri è completa e su tutta la linea.
Meditate, genitori, meditate. 
 

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