«Fermatevi! Convertitevi! Le lacrime e il sangue dei migranti gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui. Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro». Il Papa alza la voce, come fece già Giovanni Paolo II ad Agrigento contro la mafia, e la folla, riunita in Plaza del Cristo de La Laguna, a Tenerife, accoglie le sue parole con un lungo, caloroso applauso. Leone XIV chiama i trafficanti di essere umani a un cambio di vita, chiede conversione «a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare».

Proprio come fece il suo predecessore nella Valle dei templi - «Verrà un giorno il giudizio di Dio!», aveva detto Giovanni Paolo - ricorda ai trafficanti: «Dovrete comparire davanti alla giustizia divina» , per «ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato».

Intima di spezzare le catene e liberare «coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete», continua. «Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione».

Dopo aver ringraziato, nel primo incontro nel centro profughi di Raices, quanti accolgono i migranti, il Governo, le diverse istituzioni e «tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone», parla anche di integrazione, di diritti e doveri, di «carità ricevuta si trasforma in responsabilità condivisa». Perché accogliere significa anche «aprire spazi affinché una persona possa sentirsi corresponsabile. Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi».

Ai cattolici chiede di non essere solo attenti agli aspetti pratici perché «l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario». Oltre al pane, al tetto, alla lingua, al lavoro, alla protezione, i migranti hanno bisogno di trovare «una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona». Lungi dal calpestare la coscienza e la cultura di chi arriva occorre anche «condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza». Questo significa «evangelizzare» e farsi «evangelizzare». Perché «una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri».

Allo stesso tempo occorre farsi evangelizzare perché è il povero che ci converte. Il Papa lo dice anche lasciando Tenerife, nella messa conclusiva alla quale partecipano circa 40 mila persone: «La grazia più grande è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo, che riconosciamo la misteriosa sapienza di Dio scritta nella loro stessa carne».

Nei tre incontri il richiamo del Papa è chiaro: non basta salvare, bisogna anche costruire legami e comunità.

Perché, come aveva detto negli incontri prima della messa con i migranti e gli operatori, se «una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare», esiste anche «un naufragio silenzioso che è quello di ritrovarsi soli. Se, dunque, «ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana», integrare è «impedire questo secondo naufragio» che espone chi è «senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia» alle mire di «chi approfitta della vulnerabilità». Bisogna invece «aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità».

E per poter condividere i propri doni, lo aveva già detto ai circa 700 profughi accolti in quello che è il più grande centro di permanenza temporanea di tutta l’isola, non bisogna cancellare le proprie origini. Ai migranti e a chi li accoglie chiede di «non cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria», ma anche di non creare «mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente».

Il Papa ricorda diritti e doveri e spiega che «integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro».

Per questo è necessario un cammino. E ai migranti «spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Ma anche «la società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia».

I migranti hanno preparato le domande e le testimonianze in spagnolo, ma il Papa, nel centro di permanenza, parla in francese dopo essersi accertato, chiedendolo anche in inglese, quale sia la lingua più compresa. Nelle testimonianze i migranti gli dicono che vogliono essere riconosciuti come persone», che «nessuno abbandona la propria terra volontariamente se può vivervi in pace». Raccontano delle morti in mare. Khalid, spiega al Papa che è partito due volte dal Marocco, una prima volta la barca si è capovolta e sono morti venti suoi compagni. Il padre piangeva vedendolo tornare vivo a casa e gli aveva imposto di non tentare di nuovo. Ma lui ha provato ancora, di nascosto, e ora, dopo sofferenze e drammi, studia spagnolo e sta costruendo una nuova vita. Li accompagna don Darwin, sacerdote venezuelano che dice: «Questa con i migranti è un’esperienza durissima, ma molto arricchente, che fa crescere in umanità». La stessa umanità che testimonia, dalla Colombia, Thalia: «Grazie alla Caritas e alla Chiesa qui non abbiamo trovato solo un tetto, ma abbiamo ricominciato a sperare».

Il Papa li abbraccia e li sostiene, prende in braccio un piccolo che gli si aggrappa e scherza, con l’ormai famoso gesto del six seven, con Mbacke, giunto dal Senegal. E a tutti ricorda che una nuova vita è possibile. Insieme.

Che «nessun essere umano è un’isola», che siamo «nati per l’incontro e che non c’è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio».