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venerdì 26 agosto 2016
 
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Abish morto per una colpa: essere cristiano

16/03/2015  Aveva dieci anni, frequentava la Scuola della Pace della Comunità di Sant'Egidio. L'ha ucciso un terrorista kamikaze.

Abish, terzo da destra, durante il pranzo di Natale organizzato dalla comunità di Sant'Egidio.
Abish, terzo da destra, durante il pranzo di Natale organizzato dalla comunità di Sant'Egidio.

Abish, dieci anni, è il terzo da destra nella foto accanto, scattata lo scorso 25 dicembre in uno dei pranzi di Natale organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio. Questo ragazzino è stato ucciso solamente perché cristiano. È quello che in Pakistan si rischia per professare la propria fede. «È stato ferito – racconta Valeria Martano, responsabile per Sant’Egidio dell’Asia –  nell’attentato di domenica alla chiesa cattolica di Yohannabad ed è morto poco dopo all’ospedale, vittima innocente di un odio cieco e insensato».
«Il bambino – racconta – era sul prato davanti alla chiesa, forse stava giocando o aspettava di entrare a messa, quando è stato raggiunto dall’esplosione». In quello stesso quartiere di Lahore, Abish frequentava la Scuola della Pace di Sant’Egidio, doposcuola che in tutto il mondo propone un modello educativo aperto agli altri, solidale verso i più sfortunati (per esempio portando i bambini a trovare gli anziani soli) e basato sulla convivenza tra persone di origine e religione diverse.
«I nostri doposcuola – spiega Martano, che si reca regolarmente nel Paese – sono fatti in modo totalmente gratuito da membri pakistani della Comunità, che vivono il Vangelo servendo i poveri, cioè i bambini cristiani e musulmani della periferie».

La Scuola della Pace frequentata da Abish, a Lahore.
La Scuola della Pace frequentata da Abish, a Lahore.

La Scuola della Pace frequentata da Abish era nella piccola ma bella casa di Sant’Egidio a Yohannabad, un ex villaggio missionario dedicato a San Giovanni (il nome vuol dire “città di Giovanni”), ora inglobato nella città di Lahore. Qui si son concentrati 100mila cristiani protestanti e cattolici, alla ricerca di una maggiore sicurezza. «Entrandovi – aggiunge Martano –  si passa sotto una porta con una grande croce. Oggi un’importante opportunità di integrazione è rappresentata dal metrò leggero che collega Yohannabad al centro della città».

I due kamikaze di domenica appartengono a Jamaat ul Ahrar, una scheggia del movimento talebano. Insieme a loro, però, è esploso anche un terzo musulmano, il poliziotto di guardia all’entrata della chiesa. «Ha fatto da scudo ai cristiani – dice la responsabile di Sant’Egidio – impedendo ai due terroristi di entrare. Altrimenti sarebbe stata una strage, dato che in quella chiesa, senza sedie, ci si sedeva per terra ed era sovraffollata. Il Pakistan è anche questo musulmano, salvatore di moltissimi cristiani».

Nel Paese, i quattro milioni di cristiani (2% della popolazione) rappresentano per lo più un gruppo marginalizzato, povero e con poca istruzione. Sono un facile bersaglio, sempre sotto minaccia: lo mostra la morte di Abish, qualcosa di terribile può accadere loro da un momento all`altro. Qualche mese fa, due coniugi cristiani sono stati arsi vivi in una fornace con l`accusa di blasfemia verso l`Islam, mentre nel marzo dell’anno scorso una folla musulmana inferocita ha bruciato a Lahore 178 case di “infedeli”.

«Per la minoranza cristiana in Pakistan – spiega Valeria Martano – la sfida è anche l’istruzione. Ci sono stati progressi nell’alfabetizzazione di base, ma dopo i 14-15 anni la tentazione di lasciare gli studi per lavoretti precari e malpagati è forte, a causa della povertà delle famiglie». Per questo, da un anno Sant’Egidio ha lanciato il programma “Diritto alla scuola, diritto al futuro” per aiutare i ragazzi cristiani di tre città pachistane a proseguire gli studi, addirittura fino all’università. Era la via in cui credeva anche Shahbaz Bhatti, il cattolico ministro per le Minoranze ucciso nel 2011.

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