Boffi cosa l’ha colpita di più del convegno della Cei dal titolo “Strade di felicità” nell’alleanza uomo-donna?

«Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato il proporre “strade di felicità” non concentrandosi solo sugli aspetti problematici o negativi dell’esperienza familiare ma nello stesso tempo con una visione fortemente radicata nella complessità e anche nella durezza della vita di oggi».

Dove ha sentito che Assisi era l’occasione anche per provocare la Chiesa stessa?

«Certamente a partire dal dibattito iniziale tra il professor Melloni e il Vescovo Galantino che ha sintetizzato gli interventi di papa Francesco come un tentativo di “avvicinare la Chiesa al Cristianesimo”. Al di là di un’espressione apparentemente paradossale troviamo qui una sana provocazione per chi ritiene la Chiesa un monolite immobile sempre uguale a se stesso il cui compito sarebbe solo quello di reiterare la sua Verità. E del professor Melloni una sana autocritica per il fatto che, anche per i fenomeni che appaiono più lontani dal nostro mondo, la Chiesa è comunque implicata e quindi, come credenti, dobbiamo tutti sentirci chiamati in causa».

 Quindi un diverso rapporto tra la Chiesa e il mondo?

«Si tratta di recuperare la visione del Concilio Vaticano II come ha efficacemente richiamato don Maurizio Gronchi, che ci ha invitato a superare la tentazione di “giudicare il mondo prima di averlo accolto”. O come ha scritto con fulminante lucidità Simon Weil “mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia”».

 Quali sono stati i risultati dei tavoli di lavoro conclusivi condotti dai partecipanti?

«Al di là di una partecipazione certamente appassionata e che ha testimoniato lo sforzo dei partecipanti nel condividere le proprie esperienze, rubando le parole conclusive di don Paolo Gentili potremmo dire che dobbiamo ancora imparare a non mettere “vino nuovo in otri vecchi”. Cioè si tratta di modificare profondamente la visione e il linguaggio con cui comunichiamo il nostro essere Chiesa incamminata dietro il magistero di papa Francesco».

E cioè?

«Io direi la sinodalità come cambiamento di fondo, forma “normale” dell’espressione dell’Ecclesìa intesa quale luogo in cui i diversi carismi e ministeri, e specificamente gli sposi e i presbiteri, camminino insieme, in modo sinodale appunto. Senza autoritarismi ingiustificati o chiusure autoreferenziali. E su questo la famiglia, se promossa e accolta veramente, può davvero fare scuola».