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lunedì 14 ottobre 2019
 
Islam e cristianesimo
 
Credere

Adnane Mokrani: «Islam e cristianesimo, abbiamo una missione comune»

14/02/2019  Secondo il teologo musulmano, il documento sottoscritto ad Abu Dhabi «chiarisce il ruolo di islam e cristianesimo: mostrare al mondo di oggi il volto umano di Dio»

Al suo rientro a Roma, papa Francesco ha definito il viaggio negli Emirati Arabi Uniti «una nuova pagina nella storia del dialogo tra cristianesimo e islam». Il Documento sulla fratellanza umana da lui sottoscritto insieme al grande imam Al Tayeb si pone sulla linea della dichiarazione conciliare sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, Nostra aetate. «Ma il presente documento la supera», afferma Adnane Mokrani, teologo musulmano, docente al Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica e all’Università Gregoriana. «Spiega non solo l’etica comune, ma anche la missione comune: a cosa serve e qual è il ruolo della religione del mondo contemporaneo?».

Cosa l’ha sorpresa di più?

«Il documento è ben radicato tanto nel Vangelo e nei documenti del magistero cristiano, quanto nel Corano. Non è formale, come altri documenti precedenti, ma è animato da uno spirito e perfino da una poesia. Mi sono piaciuti i paragrafi che affiancano l’invocazione “In nome di Dio” con l’appello ai valori comuni: “In nome dell’innocente anima umana”, “dei poveri”, “degli orfani”, “dei popoli”... Questo dà un contenuto al nome di Dio, che non è più astratto, ma molto concreto. Egli ha un volto umano che si rende visibile grazie alle persone più emarginate e oppresse».

Su cosa si fonda la «fratellanza umana»? Dio Padre è un dogma cristiano...

«Nel Corano si dice che “i credenti sono fratelli”. E anche: “Tutti siamo figli di Adamo ed Eva”. Abbiamo dunque in comune la famiglia umana, ma anche l’origine celeste, divina, dello spirito umano. La fratellanza umana non è poi solo un valore religioso, ma anche civile e politico. Implica diritti umani e doveri. Questo rende il documento un programma che lega cielo e terra, e incarna questi valori in pratiche politiche e sociali».

E infatti si parla anche di concetti “laici” come la «piena cittadinanza»...

«Credo che la laicità dello Stato sia una necessità religiosa, nel senso che solo la laicità dello Stato garantisce l’uguaglianza piena tra i cittadini. Il grande imam di Al Azhar ha parlato del superamento del concetto di minoranza, che ha la connotazione negativa di “cittadini di seconda classe”. È un messaggio molto forte per i cristiani che vivono nei Paesi a maggioranza islamica e che hanno un grande bisogno di sentirsi riconosciuti cittadini nell’uguaglianza».

Si afferma che non bisogna imporre la religione, ma neppure una cultura o stile di civiltà.

«È una critica all’imperialismo culturale, cioè a una globalizzazione forzata di uno stile di vita consumista, di una visione materialistica dominata dal denaro che rappresenta un rischio per il futuro dell’umanità».

La diversità di fedi è attribuita alla «sapiente volontà divina». Viene riconosciuta la libertà religiosa? Che ricadute ci saranno?

«In questo principio si esprime un valore teologico. Significa che la diversità e il pluralismo sono legittime, voluti da Dio e parte del suo piano. Esse non sono casuali né una deriva: no, Dio ha voluto creare un mondo colorato, perché questo è il suo modo di fare le cose. Al tempo stesso è un appello per il futuro, perché vediamo in tanti Paesi – forse negli stessi Emirati Arabi – che questi princìpi non sono rispettati. Ci sono ad esempio spazi per la libertà di culto, ma limitati. Per questo vedo nel testo una potenzialità: non è una fotografia della realtà presente, ma progetta il futuro, apre un orizzonte».

A proposito di libertà di culto: il Papa ha celebrato la prima Messa pubblica nella Penisola arabica. Cosa cambia?

«Questa Messa è stata davvero qualcosa di nuovo e la stampa degli Emirati Arabi ha voluto prepararla con molti articoli che spiegavano cos’è, come si svolge, cosa significa. Inoltre è stata trasmessa sui canali nazionali, e la copertura televisiva di tutta la visita del Papa è stata eccezionale. Significa che il dialogo interreligioso non è più l’attività ristretta di piccole cerchie accademiche o diplomatiche, ma che è un atto pubblico e condiviso. Il ruolo dei mass media per una “educazione di massa” all’apertura, al pluralismo e al dialogo è e sarà determinante».

Foto Reuters

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