Due operazioni di soccorso in 24 ore, 113 persone tratte in salvo nelle acque della Sar maltese al centro del Mediterraneo e una lunga navigazione verso Genova, a circa 680 miglia nautiche dal luogo degli interventi. A bordo della Life Support di Emergency c'è anche Giovanni Soldini, uno dei più noti navigatori italiani, impegnato nelle operazioni umanitarie nel Mediterraneo.

I soccorsi hanno riguardato una barca di legno sovraffollata, con 73 persone, tra cui un bambino di un anno e mezzo, e un gommone senza fondo rigido con 40 persone, che imbarcava acqua. Sulla nave ci sono anche due donne incinte. Nessuno dei soccorsi è in condizioni critiche. Partito il 22 ottobre, l'equipaggio è attualmente diretto verso il porto assegnato dalle autorità, Genova, dove arriverà domenica 31 ottobre.

Che cosa significa soccorrere persone in pericolo di vita?

«Questa è una nave con un equipaggio molto determinato, che si prepara meticolosamente. Prima di partire si fanno corsi, prove e coordinamenti, perché le situazioni che si incontrano nel Mediterraneo meridionale sono spesso assurde. Può capitare di trovare 75 persone su una barca di otto metri, donne incinte e bambini, tutti senza salvagente. Sono soccorsi complicati, nei quali bisogna prestare attenzione anche allo stato psicologico delle persone. Basta un niente perché tutto si trasformi in una tragedia».

Il navigatore oceanico Giovanni Soldini durante un soccorso della Life Support di Emergency.
Il navigatore oceanico Giovanni Soldini durante un soccorso della Life Support di Emergency.
Il navigatore oceanico Giovanni Soldini durante un soccorso della Life Support di Emergency. (Niccolò Palla / EMERGENCY ONG ETS)

Che cosa c'è di diverso rispetto alle sue traversate oceaniche?

«Quando sono andato a soccorrere Isabelle Autissier, per esempio, mi sono trovato anche in mari molto più difficili. Ma lei era una persona preparata, che sapeva quello che faceva e aveva gli strumenti per mettersi in sicurezza. Qui ci si trova davanti a persone che spesso non hanno nulla e viaggiano su imbarcazioni inadeguate. È un'esperienza che ti mette a contatto con storie umane molto forti».

Perché è così difficile affermare il principio del soccorso, sempre e comunque, quando si parla di migranti?

«In Italia si usa questo tema per ragioni politiche, cercando di conquistare voti e parlando alla pancia delle persone, senza affrontare davvero il problema. Bisogna trovare soluzioni, ma sicuramente non si può lasciare morire la gente in mare. È una cosa contraria a ogni sensibilità umana. La gente in mare si è sempre salvata. Da millenni si soccorrono i naufraghi, anche quando si tratta di un nemico. È davvero disumano quello che sta succedendo oggi nel Mediterraneo meridionale».

Il barcone intercettato dalla nave Life Support di Emergency durante la missione cui ha partecipato Giovanni Soldini.
Il barcone intercettato dalla nave Life Support di Emergency durante la missione cui ha partecipato Giovanni Soldini.
Il barcone intercettato dalla nave Life Support di Emergency durante la missione cui ha partecipato Giovanni Soldini. (Niccolò Palla _ EMERGENCY ONG ETS)

E dopo lo sbarco?

«Purtroppo vige una burocrazia che impone difficoltà infinite a persone giovani, che vogliono soltanto cercare una vita normale. Un richiedente asilo può dover aspettare un anno per un appuntamento in questura. Senza il primo colloquio non può avviare la richiesta di protezione, lavorare o avere una tessera sanitaria. Non esiste.

Si ritrova in un limbo infernale. Sono meccanismi che alimentano il problema anziché risolverlo».

C'è una storia tra quelle dei naufraghi che l'ha colpita?

«La storia di un bambino di un anno e mezzo, con due genitori molto giovani. Il padre mi ha raccontato che questa è l'ottava volta che cerca di attraversare il mare. Per sette volte è stato intercettato dalla Guardia costiera libica o da altri gruppi, imprigionato, ricattato e costretto a pagare per uscire di prigione. È un'epopea che dura da due anni e ha prosciugato le risorse economiche della famiglia. Una storia allucinante, che fa capire quanto siano dolorosi i percorsi di chi cerca un luogo in cui vivere in sicurezza».

Che cosa pensa dell'assegnazione del porto di Genova?

«Sono scelte politiche che cercano di creare ostacoli. Il risultato è che la nave perde tempo e consuma gasolio inutilmente. Soprattutto, i naufraghi devono affrontare circa 700 miglia di navigazione quando potrebbero essere 50. Tutto questo non serve a niente, se non a far perdere tempo a un sacco di persone».

È più faticoso affrontare una traversata oceanica o stare su una nave di soccorso?

«Sono esperienze diverse. Qui entri in contatto con le persone, ci parli, ascolti le loro storie e ti rendi conto di tante cose. È sicuramente un'esperienza che ti segna».