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Non è bastato neppure il premio World Restoration Flagship a “Forestami”, iniziativa tutta italiana, per accendere i riflettori sulla Cop 17 che si è tenuta a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre. Le Nazioni Unite hanno inserito il progetto di forestazione della Città metropolitana di Milano tra le iniziative di riferimento a livello internazionale per il ripristino degli ecosistemi. L’Italia è l’unico Paese europeo premiato nel 2026, insieme a progetti attivi in Cina, Colombia, Etiopia e Stati Uniti. Ma, mentre l’ambasciatore Alessandro Ferranti e la direttrice scientifica Maria Chiara Pastore ritiravano il premio, in Italia calava il silenzio. Forestami è partito nel 2019 da una ricerca del Politecnico di Milano, con un’intuizione semplice e radicale: riportare la natura dentro una delle aree metropolitane più densamente popolate e inquinate d’Europa. L’obiettivo è aumentare del 5 per cento la copertura arborea di Milano attraverso la messa a dimora di tre milioni di alberi entro il 2030, circa uno per ogni abitante del territorio, e riqualificare 255 ettari di aree urbane degradate, l’equivalente di oltre 350 campi da calcio. Un progetto che parte dalla consapevolezza che gli alberi, in una metropoli, mitigano le temperature, contrastano l’effetto isola di calore, migliorano la qualità dell’aria, favoriscono la biodiversità e rendono le città più resilienti di fronte a eventi climatici sempre più violenti.
A Yerevan il vertice si chiude senza clamore e la città che ha ospitato per due settimane il futuro del pianeta si svuota nell’indifferenza generale. Eppure la Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità ha prodotto quattordici decisioni su specie invasive, biosicurezza, uguaglianza di genere ed educazione, raccolto più di 1,8 miliardi di dollari in impegni finanziari e ha messo nero su bianco, ancora una volta, che il mondo non sta facendo abbastanza.
La Cop sulla biodiversità non è mai stata un fenomeno mediatico, eppure è l’appuntamento in cui si decide la sopravvivenza di oltre un milione di specie e di metà del prodotto interno lordo globale, secondo le stime del Forum Economico Mondiale. A Yerevan si è fatto il punto sui primi quattro anni di attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, l’equivalente dell’Accordo di Parigi per la natura, con i suoi ventitré obiettivi da raggiungere entro il 2030. Il più noto è il “30×30”: proteggere almeno il 30 per cento delle terre e dei mari del pianeta e ripristinare il 30 per cento degli ecosistemi degradati. Secondo i dati presentati dal segretario generale dell’Onu, António Guterres meno della metà degli obiettivi nazionali esaminati è sulla buona strada. Solo il 19 per cento delle terre e delle acque interne e il 10 per cento degli oceani sono attualmente protetti. Progressi, certo. Ma troppo lenti.
E mentre i negoziatori discutevano di finanziamenti, sussidi dannosi e diritti dei popoli indigeni, i capi di Stato disertavano l’evento. Su centonovantasei Paesi membri della Convenzione, se ne sono presentati una decina. Assente anche l’Italia. Pesa certo anche la difficoltà di raccontare con immagini la fragilità della biodiversità. Non ci sono eventi spettacolari come uno tsunami o un alluvione, ma ci sono estinzioni silenziose, ecosistemi che si degradano senza rumore, specie che scompaiono prima che qualcuno se ne accorga. A questo si aggiunge una sfiducia più generale nei processi multilaterali. Le Cop sono percepite come rituali logori, che iniziano con grandi aspettative e finiscono con testi annacquati e promesse non mantenute. In un’epoca di guerre, blocchi contrapposti e nazionalismi economici, l’idea che quasi duecento governi si siedano allo stesso tavolo e si accordino per proteggere un bene comune come la natura sembra quasi impossibile. E così, anche la Cop17 ha seguito il copione: la “Yerevan Pathway”, il pacchetto di decisioni pensato per accelerare gli obiettivi globali, è ancora in fase di finalizzazione, con i nodi irrisolti sul ruolo della scienza, sul finanziamento della conservazione e sui sussidi dannosi per l’ambiente. La Dichiarazione di Yerevan, adottata alla vigilia del vertice, è un documento non vincolante che riconferma impegni già presi e chiede di “accelerare”. Sembra l’ennesima dichiarazione di buone intenzioni. Anche quando qualcosa si muove. È il caso dell’Unione europea che ha lanciato a Yerevan l’iniziativa gli “Amici dei crediti per la natura e la biodiversità”, una nuova alleanza per gli investimenti nella natura. E se resta il divario tra quanto si dovrebbe fare e quanto si sta facendo in realtà (la raccolta di 1,8 miliardi di dollari resta lontana dai 200 miliardi necessari per la natura e dai 20 miliardi annui che i Paesi ricchi si erano impegnati a mobilitare entro il 2025) sono confortanti non solo il premio a Forestami, ma anche i tanti giovani presenti come quelli di EarthEcho, l’organizzazione non profit fondata nel 2005 dai nipoti dell’esploratore Cousteau che mira a creare un movimento globale di ragazzi e studenti per proteggere e ripristinare oceani, risorse idriche e biodiversità. Giovani che dimostrano che, mentre i negoziati globali sembrano impantanarsi, le città possono fare. Mentre i governi disertano i vertici e rinviano le decisioni, le amministrazioni locali, i politecnici, le fondazioni e i cittadini possono piantare alberi e difendere le acque. Perché la scala del cambiamento si misura anche in termini di azioni quotidiane.




