Su una targa, a Taranto, qualcuno ha fatto scrivere che nei giorni di vento di nord-ovest «veniamo sepolti da polveri di minerale». Per sessant’anni la città ha vissuto sotto un cielo che cambiava colore con il vento: la polvere rossa sui davanzali, sui panni stesi, nei polmoni dei bambini del quartiere Tamburi. Giovedì 29 ottobre le Sezioni unite civili della Cassazione hanno respinto i ricorsi di Ilva e di Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, e hanno reso definitivo il decreto con cui la Corte d’appello di Milano, il 27 luglio, aveva ordinato di fermare l’area a caldo entro la fine di ottobre. Su questo decreto non c’è più un altro giudice. Resta soltanto la politica.

Che cosa si spegne

L’area a caldo è il cuore dell’acciaieria: gli altiforni dove minerale e carbone diventano ghisa. Ne restano quattro, uno solo ancora tenuto in «riscaldo», per non danneggiarlo per sempre. Senza altiforni l’ex Ilva non produce nulla, e dunque la sentenza è, nei fatti, la chiusura dell’intero stabilimento. Con Taranto rischiano di fermarsi Genova, Novi Ligure e Racconigi, che ne lavoravano l’acciaio. Il gruppo ha 9.626 dipendenti e i commissari hanno annunciato la cassa integrazione per 8.622: ne resteranno poco più di mille, tra amministrazione, sicurezza e vigilanza. Fuori da questi numeri c’è l’indotto, le ditte d’appalto da cui dipendono altre migliaia di famiglie, stremate dai ritardi nei pagamenti: a settembre i loro rappresentanti avevano annunciato 2.500 licenziamenti, ritirati poi al tavolo di Palazzo Chigi. E salta la vendita inseguita per anni dal governo: ad agosto un gruppo di imprese italiane si era detto pronto a comprare, ma senza l’area a caldo. Non è una fabbrica in salute: a settembre, secondo un’inchiesta di Domani, perdeva circa quaranta milioni al mese.

Le società invocavano la valutazione di impatto sanitario, il parere dell’Istituto superiore di sanità, l’autorizzazione ambientale del 2025. Per la Suprema corte, però, i motivi dei giudici milanesi su amianto e polveri sottili reggono ciascuno da solo, in coerenza con il principio di precauzione; tra i riferimenti c’è anche la direttiva europea sull’aria pulita, con limiti più severi per le polveri entro il 2030. Nelle motivazioni si ricorda il massimo livello di tutela che la Costituzione riconosce a vita, salute e ambiente, e i limiti che l’articolo 41 pone all’iniziativa economica. Poi si guarda al lavoro: la Repubblica deve «promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto». Un lavoro, cioè, che non si compri con la salute di chi lo fa e di chi vive accanto.

Sessant’anni di polvere

Fu inaugurata nel 1965 da Aldo Moro. Nel 1968 Paolo VI celebrò la messa di Natale nello stabilimento, nel 1989 Giovanni Paolo II incontrò gli operai. L’acciaio era un vanto: faceva dell’Italia il secondo produttore d’Europa dopo la Germania. Ma già nel 1971 un primo studio misurava attorno alla fabbrica polveri sottili dieci volte superiori al resto della città, e l’Unità titolava sul «cappio d’acciaio» che legava Taranto a un’unica azienda. Il raddoppio si fece lo stesso.

Nel 1995 lo Stato vendette ai Riva per 1.649 miliardi di lire, un ottimo affare per chi comprava. Nel 2007 si toccarono quasi dieci milioni di tonnellate; nel 2025 erano circa due. Gli occupati diretti, oltre ventimila nel 1981, sono scesi a circa ottomila. Nel 2012 la magistratura sequestrò l’area a caldo e scrisse che le emissioni producevano «eventi di malattie e morte». Il rapporto dell’Istituto superiore di sanità del 2012, sul periodo 2003-2009, registrava tra gli uomini un eccesso del 14 per cento di mortalità per tutti i tumori e del 33 per cento per quelli al polmone.

Poi la lunga stagione dei tribunali. «Ambiente svenduto» condannò nel 2021 ventisei persone, ma la sentenza fu annullata per vizi procedurali; il processo bis a Potenza, con 21 imputati tra cui i fratelli Riva e Nichi Vendola, è molto ridimensionato, perché le accuse contro 26 dei 47 imputati originari sono prescritte. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia nel 2019 e nel 2022 per non aver protetto i cittadini; la Corte di giustizia dell’Unione europea, nel 2024, ha stabilito che un impianto va sospeso quando i pericoli per salute e ambiente sono gravi e rilevanti. Intanto le proprietà si alternavano, lo Stato rientrava, ArcelorMittal usciva. Nessuno si è ancora fatto carico della decarbonizzazione.

Taranto chiama

Rosy Battaglia, giornalista civica, ha impiegato nove anni, dal 2016 al 2025, per girare «Taranto chiama», il documentario-inchiesta disponibile anche in streaming su OpenDDB, cofinanziato da oltre trecento donatori. Non è un film sui numeri. È un coro: madri, medici, attivisti, artisti, imprenditori che chiedono di non essere trattati come un territorio sacrificabile, formula con cui l’Onu ha definito la città. Il racconto parte da Trieste, dove è stata chiusa l’area a caldo della Ferriera di Servola. Non per dire che i due casi siano uguali, ma che le scelte industriali non sono un destino. Il secondo atto torna tutto a Taranto, nei luoghi più contaminati, dove il conflitto tra occupazione e salute smette di essere uno slogan e diventa la vita di una famiglia: i bambini, le case, il vento. Il film è uscito mentre la fabbrica stava per fermarsi, e la coincidenza ha il peso di un’inchiesta che arriva prima dei fatti.

È stata Battaglia, per prima, a segnalare il passaggio in cui la Cassazione scrive che il diritto al lavoro non può essere separato dal diritto a vivere in un ambiente sano. A Taranto, per decenni, si era fatto il contrario. La domanda del suo film è quella dei Tamburi: che cosa è davvero sostenibile per la vita umana? L’associazione Genitori tarantini, promotrice dell’azione legale, dopo il no della Corte d’appello alla sospensiva, a settembre, esultò così: «La vita umana dei tarantini ha vinto!»

Il giorno dopo

Ma il giorno dopo la vittoria è il più difficile. Spegnere un altoforno è quasi irreversibile, avvertono i sindacati. I lavoratori hanno scioperato e a Genova hanno occupato l’aeroporto: hanno ragione di temere.

Il governo, per voce di Giorgia Meloni, ha ripetuto che è uno dei dossier cui dedica più ore, ma che lavora con decisioni che non dipendono da lui. I commissari sembrano intenzionati a comprare materie prime dall’estero per tenere vivi gli impianti del Nord. Le offerte vincolanti scadono il 9 novembre; gli altiforni restano in preriscaldo, senza produrre, al massimo fino al 15 dicembre.

A settembre sul tavolo del ministero c’erano le proposte di Jindal Steel e di Flacks Group e la manifestazione d’interesse di una cordata italiana di quindici imprese guidata da Federacciai, che dell’area a caldo non vuole sapere. Prende forma uno stabilimento ridotto, la sola lavorazione a freddo per alimentare i forni elettrici del Nord. I sindacati confederali non ci stanno: vogliono salvi tutti i posti.

Una sentenza non crea lavoro e non cura nessuno. Toglie soltanto l’alibi. Servono bonifiche su quindici chilometri quadrati, una piccola città dentro la città, forni elettrici al posto del carbone, un patto vero tra Stato e territorio. A Taranto nessuno vuole più scegliere tra il pane e il respiro. Ora tocca a chi governa dimostrare che si può non scegliere.