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domenica 24 febbraio 2019
 
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Alessio Boni, come Ulisse torno alle mie origini

01/12/2014  L'attore, in Tv nei panni dell'eroe omerico nella fiction di Rai 1, racconta cosa significa per lui essere un attore. "Ma non dimentico mai di essere stato un piastrellista e appena posso torno dalla mia famiglia. I miei genitori sono sposati da cinquant'anni".

Alessio Boni è il protagonista de “Il ritorno di Ulisse”, la fiction ispirata ai dodici capitoli finali dell’Odissea, nata dalla collaborazione tra Francia, Italia e Portogallo, in onda da ieri su Rai1 e per altre tre domeniche consecutive.  Nato a Sarnico, una cittadina sul lago d’Iseo, l’attore, ora a teatro con “Il visitatore”, riesce come pochi a portare in scena la drammaticità della condizione umana, dando vita a personaggi complessi come il tormentato Michelangelo Merisi detto “Caravaggio” e Matteo Carati, l’intransigente e irrequieto protagonista de “La meglio gioventù”. 

In questi giorni ti vediamo sul piccolo schermo nei panni di Ulisse, accanto a una splendida Caterina Murino (Penelope).  

“La storia è ispirata al ritorno dell’eroe a Itaca con qualche licenza poetica degli sceneggiatori. Il mio Ulisse è un eroe stanco e provato dalle battaglie, appesantito dai crimini commessi in guerra che tornano sotto forma di incubi notturni”.  

A proposito di origini, com’è tornare in famiglia dopo un lungo viaggio?  

"E’ bellissimo. Ogni volta che torno a Sarnico ritrovo le radici che avevo dimenticato, insieme al calore dei miei fratelli, dei nipoti, il sapore della gallina ripiena e la polenta di mia madre. E respiro i valori semplici che mi hanno trasmesso. I miei genitori stanno insieme da cinquant’anni e hanno da poco festeggiato le nozze d’oro. Quando viaggio entro in contatto con culture completamente diverse, ma solo in famiglia mi sento completamente me stesso e libero di lasciarmi andare.  

Eppure la tua dizione non tradisce alcuna inflessione. Come faresti se ti chiedessero di interpretare un personaggio bergamasco?  

"E’ già successo ed è stato molto semplice. Per interpretare l’imprenditore bresciano di Quando sei nato non puoi più nasconderti ho rispolverato il codice del mio dialetto che è ancora presente in me. Fa parte di quelle differenze che è bene conservare. Se così non fosse basterebbe trascorrere una settimana con i miei per riprendere l’accento!"  

Ti dividi tra cinema, teatro e televisione. Dove ti senti veramente a casa?  

"Teatro e  cinema sono due forme d’espressione completamente diverse. A teatro il rapporto con la platea è epidermico. Un cordone ombelicale mi lega al pubblico e ogni replica è emozionante in modo diverso. E’ come in una terapia di gruppo, se c’è tensione lo senti e vuol dire che lo spettacolo funziona. Recitare per il cinema o la televisione significa invece girare per quattro, cinque mesi. Le scene veramente coinvolgenti sono poche ma è sempre emozionante rivedere il film da spettatore"   

I personaggi che interpreti sono spesso inquieti. E’ un sentimento in cui ti riconosci?  

"Se per inquietudine si intende la curiosità e la spinta a mettersi in gioco allora si, sono un inquieto. Quando raggiungo un obiettivo penso subito al prossimo. Sono molto attento a tutto ciò che mi circonda, fatti e persone. Mi piacciono le persone solari ma trovo interessantissime anche quelle corrucciate, che se ne stanno in un angolo senza parlare. Sono molto incuriosito dall’animo umano e mi piace scavare in profondità. Se non avessi fatto l’attore sarei andato a Milano per studiare psicologia".  

Sei in tournée teatrale con “Il Visitatore” di Schmitt, in cui interpreti Dio. Che rapporto hai con la fede?  

"A venir rappresentata è una proiezione della mente di Freud. Lo psicanalista era notoriamente ateo ma in punto di morte si riaffaccia in lui una coscienza religiosa. Io sono credente anche se non praticante. Credo che l’essenza della fede si manifesti nell’amare ed essere aperti anche a chi si presenta nella veste del nemico. E’ facile amare chi ti ama, lo è molto meno accettare chi ti fa una critica. Ma è proprio lo sforzo di andare incontro a chi non ti somiglia affatto che aiuta a crescere e migliorare".   

Come si fa a non sentirsi su un piedistallo quando si è molto amati, come nel tuo caso?  

"Non dimenticando le origini. Vengo da una famiglia proletaria e prima di diventare attore facevo il piastrellista insieme a mio padre. Mi ritengo semplice e ci tengo a rimanere tale. Certo, non posso negare che venir riconosciuto e apprezzato abbia dei risvolti piacevoli, ma a volte il successo può essere noioso. E’ importante non perdere un contatto reale con la vita di tutti i giorni. E’ proprio questo ad aver reso immortali autori come Dante, Molière e Shakespeare. Loro osservavano il quotidiano e ne facevano sublime poesia".  

Oltre agli impegni di lavoro partecipi attivamente ai progetti umanitari del Cesvi. Cosa ti spinge a farlo?  

"La terra è avvolta da una grande musica. Per ascoltarla bisogna sintonizzarsi sulle giuste frequenze. Io non faccio altro, ascolto e mi muovo di conseguenza. A volte ho voglia di ascoltare Amy Winehouse, altre volte sento il desiderio di ascoltare Bach, Verdi e tornare con i piedi per terra.  Ogni volta che parto per un viaggio Cesvi mi sintonizzo sulle necessità del pianeta. Insieme a Marcello Prayer giriamo documentari, andiamo nelle scuole, negli atenei e sensibilizziamo all’uso di farmaci antiretrovirali. La mia missione finisce quando torno ma i veri eroi sono quelli che rimangono, medici, portantini e tutte le persone che ogni giorno combattono per la vita". 


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