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Fotomontaggio a scopo illustrativo con le pulci infettive che causano il contagio della Peste e Vladimir Putin, al potere in Russia da 26 anni in totale (considerando anche il periodo come primo ministro), di cui oltre 21 anni trascorsi specificamente come presidente.
La peste ha sempre viaggiato con le pulci, con i ratti, con le navi. Questa volta, a Shelekhov, alle porte di Irkutsk, nel cuore della Siberia meridionale, ha viaggiato con i messaggi. Prima dei referti sono arrivati i canali Telegram, prima dei comunicati le voci; e quando i comunicati sono arrivati hanno detto una cosa, mentre le voci ne dicevano un'altra. In mezzo c'è una donna di ventotto anni che non c'è più.


La notte del 2 ottobre
Si chiamava Darya Shipilova, stando a Lyudi Baikala, «Gente del Baikal», il giornale indipendente che per primo ha diffuso il suo nome: le autorità non l'hanno mai confermato. Lavorava come tecnica di laboratorio all'Istituto antipeste di Irkutsk, dove si studiano i patogeni più temuti della Siberia e dell'Estremo Oriente. Secondo Radio Free Europe e il Moscow Times fu ricoverata martedì 29 settembre con i sintomi di una polmonite grave e morì nella notte tra il 1° e il 2 ottobre nell'ospedale distrettuale di Shelekhov. Euronews, che riprende la stampa locale, racconta che i medici, ignari di quanto fosse accaduto, pensarono a un Covid severo e la sistemarono in un reparto dedicato; il Moscow Times scrive che fu messa in ventilazione assistita.
Il 1° ottobre alcuni reparti di quell'ospedale erano già stati chiusi. Il governatore della regione, Igor Kobzev, riunì le autorità sanitarie e parlò di «un caso sospetto di un'infezione particolarmente pericolosa»: una formula che non dice nulla, e proprio per questo dice tutto. Poi i numeri hanno cominciato a moltiplicarsi. Circa duecento persone che avevano avuto contatti con la donna sono state messe sotto osservazione, molte in ospedale. Per le strade di Shelekhov, raccontano i cronisti locali, si vedevano persone in tuta protettiva, con mascherine e guanti; il 3 ottobre lo stabilimento dell'alluminio ha imposto l'obbligo di mascherina, e i genitori dicono che nelle scuole materne ne sono state distribuite ai bambini.
Tre storie per un solo corpo
La storia che ha fatto il giro del mondo è quella della provetta. Il 25 settembre, riferisce Lyudi Baikala citando il canale Mash e il giornalista locale Pavel Stepanov, la tecnica avrebbe rotto in laboratorio una provetta con il bacillo della peste polmonare, la Yersinia pestis, e poco dopo si sarebbe sentita male. È un'immagine perfetta, quasi letteraria: il gesto minimo, l'incidente banale, la fine. Proprio per questo va maneggiata con cautela. Il Post la considera, per ora, poco solida, e le autorità russe l'hanno smentita: i test sui campioni della donna non hanno trovato microrganismi legati alla sua attività professionale, una commissione dell'istituto insieme al Rospotrebnadzor, l'agenzia federale per la salute pubblica, ha escluso incidenti o falle nella sicurezza, e lunedì Kobzev lo ha ribadito. Simon Clarke, microbiologo dell'Università di Reading, ha osservato che perché una provetta rotta infetti un tecnico dovrebbero essere andate storte moltissime cose.
Non è l'unica versione. Altri resoconti parlano di una missione di lavoro in Transbaikalia a contatto con animali infetti; Meduza riferisce di una ricostruzione secondo cui sarebbe rientrata dalla Thailandia. Il governatore della vicina Buriazia, Alexei Tsydenov, ha però precisato che la donna in Buriazia non è mai stata. Tre storie, un solo corpo, nessuna verificata.


Il linguaggio del potere
Poi ci sono le parole ufficiali, ed è qui che il quadro si fa più inquietante. Tsydenov ha scritto che la donna era morta di peste, attribuendo l'informazione al Rospotrebnadzor e al proprio governo, e poco dopo ha modificato il messaggio in «forse di peste». L'agenzia, però, nei comunicati non ha mai usato quella parola: domenica ha parlato di «polmonite di eziologia sconosciuta» e di una situazione «stabile» a Irkutsk e Shelekhov. Un ex capo dello stesso ente, Gennady Onishchenko, ha detto che con ogni probabilità non è peste e che, anche se lo fosse, non si diffonderebbe. Il portavoce del Cremlino ha invitato a seguire gli aggiornamenti del Rospotrebnadzor e non le «voci».
Intanto i fatti parlano più delle parole. A Irkutsk sono stati annullati gli eventi pubblici; Anna Popova, la capa del Rospotrebnadzor, è volata da Mosca; secondo il Moscow Times è stata aperta un'inchiesta penale per violazioni sanitarie con esito mortale. Più di sessanta dipendenti dell'istituto sono chiusi dentro dal 2 ottobre, riferiscono a Siberia.Realities, il servizio regionale di Radio Free Europe, due fonti anonime tra lavoratori e familiari: dormono su sedie e pavimenti in attesa dei test, e i parenti possono portare il cibo soltanto fino al posto di blocco. Un familiare assicura che sabato non era stato trovato nemmeno un positivo. Il numero degli ospedali in quarantena cambia da fonte a fonte: almeno quattro per i media locali citati dal Post, due più una maternità per Radio Free Europe. Alcuni articoli russi sull'argomento, nota Time, non sono più online.
Chi ha memoria non riesce a non pensare a Sverdlovsk. Nell'aprile del 1979, da una struttura militare sovietica, sfuggirono spore di antrace: morirono circa cento persone e per anni la versione ufficiale incolpò carne avariata. Il Cremlino ammise l'origine militare solo nel 1992. Va detto con onestà che oggi non esiste alcuna prova pubblica che l'istituto di Irkutsk lavorasse ad armi biologiche, né che questa morte c'entri con un programma offensivo: lo precisa la stessa Radio Free Europe, che ricorda anche come il Dipartimento di Stato americano accusi Mosca di mantenerne uno, accusa che Mosca respinge. Ma una storia così fa sì che ogni silenzio venga letto come una conferma, e ogni smentita come un'aggravante. È il prezzo antico della reticenza: quando lo Stato ha mentito una volta, la prudenza successiva non è più creduta. Il Rospotrebnadzor dipende da un regime poco trasparente e potrebbe avere interesse a contenere le informazioni.


Cosa sappiamo, cosa no
La peste polmonare è la forma più contagiosa della malattia: si trasmette da persona a persona attraverso le goccioline respiratorie, in genere nei contatti ravvicinati, e può incubare in un giorno soltanto. Senza cure è quasi sempre mortale; con le cure muore circa il 30% dei malati, secondo le stime delle autorità sanitarie britanniche riprese dal Time. Ma è un batterio, non un virus: gli antibiotici funzionano, se arrivano presto. Il paragone con il Covid delle prime settimane del 2020, che molti sui social hanno evocato, per ora non regge. Nel mondo, tra il 2019 e il 2025, l'Oms ha contato 2.646 casi confermati e 423 morti, concentrati soprattutto in Repubblica Democratica del Congo e Madagascar: la peste non è un fantasma medievale, è un'infezione rara che vive ancora tra i roditori e le loro pulci.


Sappiamo dunque che una donna di 28 anni, tecnica in un istituto che studia la peste, è morta il 2 ottobre. Sappiamo che circa duecento persone sono in osservazione e che il 5 ottobre le autorità hanno dichiarato la situazione stabile, senza nuovi casi tra i dipendenti; Kobzev ha aggiunto che i familiari e i contatti stretti in quarantena potrebbero essere dimessi la prossima settimana. Radio Free Europe precisa che non c'è alcuna prova pubblica di trasmissione tra gli abitanti di Irkutsk. L'Oms ha dichiarato di essere a conoscenza delle notizie e che nessuna causa di morte è stata confermata ufficialmente.
Non sappiamo di cosa sia morta. Non sappiamo se in laboratorio sia accaduto qualcosa, dove e come sia stata contagiata, quale sia l'esito dei test sui contatti, né se la parola «peste» sarà mai pronunciata da chi ha il potere di farlo.
Nel linguaggio delle emergenze i morti diventano presto «il caso», «la paziente», «la dipendente». Darya Shipilova aveva ventotto anni e un mestiere che consiste nel maneggiare, dentro stanze sigillate, ciò che gli altri temono, perché gli altri possano dormire tranquilli. Se è morta per quel mestiere, merita che qualcuno lo dica; se è morta d'altro, merita che qualcuno lo dimostri. In ogni caso la sua morte non è un segreto di Stato: è una questione di verità pubblica. Per ora c'è un solo fatto che nessuno contesta, e basta a toglierci la tranquillità: una ragazza di ventotto anni è morta. Tutto il resto, in Siberia, attende ancora di essere detto.
Aggiornato al 6 ottobre 2026 sulla base delle informazioni disponibili; la situazione è in evoluzione.













