La morte aveva un orario, un luogo e un protocollo. Aveva anche una sostanza destinata a fermare il corpo. Ma il corpo di Christa Pike non è morto.

Il 30 settembre, nella prigione di massima sicurezza Riverbend, a Nashville, in Tennessee, lo Stato aveva cercato di eseguire la condanna a morte della cinquantenne con un'iniezione letale. Due dosi di pentobarbital erano state somministrate. Eppure Pike è rimasta viva. Nei giorni successivi è stata trasportata in ospedale in condizioni critiche, priva di conoscenza e, secondo i suoi legali, sottoposta anche a ventilazione meccanica. Ora è tornata a parlare.

L'annuncio è arrivato il 6 ottobre, nella notte italiana, dagli avvocati che la assistono: «Christa Pike è cosciente, parla e continua a ricevere cure mediche intensive». La sua prognosi, però, rimane incerta. «La sua guarigione è senza precedenti in campo medico», hanno aggiunto i legali, prevedendo almeno un lungo percorso di recupero.

È una frase che dice qualcosa della straordinarietà del caso, ma non deve trasformarsi in una promessa. Pike è viva, non è ancora fuori pericolo. Le sue braccia hanno riportato gravi lesioni durante il tentativo di esecuzione: secondo i suoi avvocati sono rimaste gonfie, ustionate e ricoperte di vesciche. E mentre viene curata, resta ammanettata e incatenata al letto dell'ospedale.

È qui che la cronaca smette di essere soltanto una storia incredibile e torna a interrogare il significato delle parole: esecuzione, morte, cura, sopravvivenza.

epa08548605 Protestors against the death penalty hold signs near the Federal Correctional Complex where the federal execution chamber is located in Terre Haute, Indiana, USA, 15 July 2020. As holds placed by federal judges work their way through the legal system, Wesley Ira Purkey waits to be put to death by lethal injection for the rape and murder of a 16 year old girl in 1998. Two more executions are scheduled for 17 July and 28 August as the US Justice Department resumed executions after more than 17 years with the execution of Daniel Lewis Lee on 14 July. EPA/TANNEN MAURY
epa08548605 Protestors against the death penalty hold signs near the Federal Correctional Complex where the federal execution chamber is located in Terre Haute, Indiana, USA, 15 July 2020. As holds placed by federal judges work their way through the legal system, Wesley Ira Purkey waits to be put to death by lethal injection for the rape and murder of a 16 year old girl in 1998. Two more executions are scheduled for 17 July and 28 August as the US Justice Department resumed executions after more than 17 years with the execution of Daniel Lewis Lee on 14 July. EPA/TANNEN MAURY
epa08548605 Protestors against the death penalty hold signs near the Federal Correctional Complex where the federal execution chamber is located in Terre Haute, Indiana, USA, 15 July 2020. As holds placed by federal judges work their way through the legal system, Wesley Ira Purkey waits to be put to death by lethal injection for the rape and murder of a 16 year old girl in 1998. Two more executions are scheduled for 17 July and 28 August as the US Justice Department resumed executions after more than 17 years with the execution of Daniel Lewis Lee on 14 July. EPA/TANNEN MAURY (EPA)

Due dosi, ma la morte non arriva

Quella sera il protocollo dello Stato del Tennessee prevedeva una cosa semplice soltanto sulla carta: somministrare il farmaco e provocare la morte della condannata. Ma qualcosa non ha funzionato.

Le testimonianze raccolte durante l'esecuzione raccontano una procedura durata a lungo e segnata da difficoltà. Pike avrebbe lamentato un forte dolore al braccio dopo la somministrazione del farmaco. I testimoni hanno continuato a sentirla respirare anche quando il procedimento avrebbe dovuto averla resa incosciente. A un certo punto l'esecuzione è stata interrotta e la donna è stata portata in ospedale.

La spiegazione tecnica non è ancora definitiva. Una delle ipotesi al vaglio è che le linee endovenose non fossero correttamente posizionate e che il pentobarbital sia finito nei tessuti anziché entrare regolarmente nel sangue. Sarebbe questo, secondo i legali, a spiegare almeno in parte le ustioni e il grave danno agli arti. Ma saranno l'indagine e l'analisi delle prove a stabilire che cosa sia realmente accaduto.

Il Tennessee Department of Correction ha sostenuto, subito dopo il fallimento della procedura, che fosse stato seguito ogni passaggio del protocollo previsto dallo Stato e che la sostanza utilizzata fosse stata in passato efficace. Il governatore Bill Lee ha però ordinato un'indagine indipendente sull'accaduto e ha sospeso le esecuzioni previste nello Stato per il resto del 2026. Il responsabile del sistema penitenziario statale si è inoltre dimesso dopo il fallimento dell'esecuzione.

Trent'anni nel braccio della morte

Prima di diventare il nome di un caso che ora interroga l'America sulla pena capitale, Christa Pike era una ragazza di 18 anni.

Nel 1995, a Knoxville, partecipò all'omicidio della diciannovenne Colleen Slemmer, una compagna di corso. Pike fu condannata per l'assassinio, commesso insieme ad altre due persone. Il delitto fu particolarmente brutale: Slemmer venne attirata in una zona boschiva, aggredita e uccisa. Pike ha ammesso nel corso del processo la propria partecipazione all'omicidio. Da allora sono passati più di trent'anni.

Pike ha trascorso gran parte della sua vita adulta nel braccio della morte. I suoi avvocati hanno ricordato anche la storia di abusi, trascuratezza e problemi psichici vissuta durante l'infanzia, elementi che erano stati portati all'attenzione delle autorità nel tentativo di ottenere la commutazione della pena. La richiesta di clemenza è stata respinta pochi giorni prima dell'esecuzione.

Il 30 settembre avrebbe dovuto diventare la prima donna giustiziata dal Tennessee in circa due secoli. Non lo è diventata.

È diventata invece, secondo il Death Penalty Information Center e le principali ricostruzioni del caso, la prima persona nota nella storia moderna degli Stati Uniti a sopravvivere dopo che le sostanze destinate all'esecuzione sono state effettivamente somministrate. In precedenza altri condannati erano sopravvissuti a esecuzioni fallite, ma in quei casi il procedimento si era interrotto prima della somministrazione dei farmaci letali.

Il corpo che lo Stato voleva spegnere

C'è qualcosa di profondamente paradossale nella fotografia di questi giorni. Da una parte c'è lo Stato che, attraverso una procedura regolata e formalizzata, aveva stabilito che quel corpo dovesse morire. Dall'altra ci sono medici che ora fanno tutto il possibile per mantenerlo in vita. Il letto dell'ospedale diventa così l'ultimo capitolo, almeno per ora, di una storia iniziata in una stanza della morte.

E proprio lì torna una domanda che negli Stati Uniti non è mai davvero scomparsa: che cosa significa eseguire una condanna a morte in modo «umano»?

Il caso Pike ha riportato questa domanda al centro del dibattito. Non soltanto perché l'iniezione ha fallito, ma per ciò che il fallimento ha mostrato: la distanza tra un protocollo scritto sulla carta e un corpo umano, imprevedibile, fragile, concreto.

Il governatore Lee ha definito quanto accaduto «profondamente preoccupante» e ha disposto una revisione indipendente. Gli avvocati di Pike chiedono intanto che siano conservate tutte le prove della procedura: i registri dell'esecuzione, gli aghi utilizzati, i numeri di lotto dei farmaci e la documentazione relativa alla somministrazione.

La questione non riguarda dunque soltanto il destino di una detenuta. Riguarda il funzionamento di un sistema che aveva il compito di produrre la morte e che, invece, ha prodotto dolore, emergenza medica e una sopravvissuta.

Adesso c'è una donna da curare

Per il momento, però, la questione più urgente è un'altra.

Christa Pike è viva. È cosciente. Parla. Riceve cure.

I suoi avvocati ringraziano i soccorritori e il personale dell'ospedale che l'ha assistita. Ma ricordano anche che la strada davanti a lei è lunga e che nessuno è ancora in grado di dire quale sarà il suo stato di salute. La donna che il 30 settembre lo Stato aveva accompagnato verso la morte è oggi affidata alle mani di chi cerca di salvarla.

La sua sopravvivenza non cancella il delitto per cui è stata condannata. Non restituisce la vita a Colleen Slemmer. Non risolve, da sola, la questione della pena di morte. Ma ha aperto una crepa dentro una certezza.

Perché la morte, quella sera, era stata programmata come un atto definitivo. E invece, contro ogni previsione, ha lasciato dietro di sé una donna ancora viva, ferita, cosciente, che ora deve affrontare un'altra prova: quella di guarire.

Non è ancora una storia di salvezza. È una storia di sopravvivenza.

Ed è appena cominciata.