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Andrew Garfield: l’attore che si è innamorato di Gesù

02/02/2017  Per interpretare il gesuita protagonista di Silence ha fatto gli esercizi spirituali. Una sorpresa inaspettata gli ha aperto orizzonti nuovi. E gli ha fatto comprendere che la “personificazione” più grande è quella dell’amore

Pubblichiamo, per gentile concessione di America, rivista dei Gesuiti negli Stati Uniti (www.americamagazine.org), uno stralcio dell’intervista che Brendan Busse ha realizzato con Andrew Garfield, protagonista dell’ultimo film di Martin Scorsese, Silence, in uscita nelle sale in questi giorni. Busse, giovane gesuita e collaboratore di America, ha incontrato l’attore anglo-americano a Hollywood, preso tra la promozione del film, la ripresa di un altro e un’imminente produzione teatrale. L’intervista sarà pubblicata in versione integrale sul numero di marzo di Jesus.

La gente fa gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola per una serie di ragioni. Prepararsi a recitare un ruolo importante nel film di Martin Scorsese non è una motivazione che si sente spesso, ma probabilmente non è la peggiore. Uomini e donne spesso partecipano a ritiri per trovare chiarezza su chi sono o su chi sono chiamati a essere. Suppongo sia stato così per Andrew Garfield quando ha chiesto al padre gesuita James Martin di guidarlo negli esercizi, mentre si preparava a recitare il ruolo principale nel nuovo film di Scorsese, Silence.

All’inizio padre Martin era esitante. Ma Garfield stava cercando qualcosa. O qualcuno. E questa non è per niente una cattiva motivazione. Alla fine era abbastanza per padre Jim. E più che abbastanza per Dio.

UNA SORPRESA INATTESA

  

È una giornata piovosa a Los Angeles quando mi ritrovo a pranzo con Garfield per parlare della sua esperienza degli esercizi. Ci incontriamo in un piccolo movimentato ristorante a Los Feliz, a est di Hollywood.

Quando gli chiedo che cosa sia emerso di particolare negli esercizi, fissa lo sguardo nel vuoto, allontanandosi in un luogo della memoria. «La cosa che è stata veramente più facile è stata innamorarsi di Gesù». Si fa silenzioso, chiaramente emozionato. «Dio! Questa è stata la cosa più straordinaria – essermi innamorato. E come è stato facile innamorarmi di Gesù».

L’esperienza di innamorarsi di Gesù è stata ancora più sorprendente forse perché Garfield, come molta gente, è giunto agli esercizi cercando qualcos’altro. Non con un esplicito desiderio di conoscere Cristo, ma piuttosto con un senso doloroso e persistente della sua personale “insufficienza”.

Come Ignazio prima di lui, Garfield era un giovane uomo alla ricerca del suo posto nel mondo. E, come molti di noi, sotto questo desiderio nascondeva una paura profonda, la paura di non essere all’altezza. «La cosa principale che volevo curare, che ho portato a Gesù, che ho portato agli esercizi, è stata questo sentimento di “insufficienza”», racconta.

Il momento che Garfield ricorda come la più profonda esperienza della presenza di Dio nella sua vita accadde poco prima della sua prima esibizione in pubblico dopo aver finito la scuola di recitazione. Doveva interpretare una parte nell’Amleto di Shakespeare al Globe Theatre di Londra. «Quando mancavano due ore dall’andare in scena, all’improvviso, mi sentii come se stessi per morire», ricorda.

Per calmare i nervi andò a camminare su e giù per il Southbank del Tamigi. « Non ho niente da dare, sono solo un impostore». Oggi lo ricorda come un momento di preghiera: «Sto cercando qualcosa. Sto cercando aiuto».

Poco dopo sente un artista di strada cantare, in modo piuttosto approssimativo, una canzone familiare, Vincent di Don McLean. Ricorda benissimo l’imperfezione di quella esibizione. «Quell’episodio ha cambiato la mia vita». Questa sorta di momento condiviso di imperfezione artistica lo ha salvato: «Non facevo che piangere irrefrenabilmente. Era come se Dio mi stesse afferrando per la collottola dicendo: “Pensavi che se tu fossi salito sul palcoscenico saresti morto. Ma in realtà se non lo fai, allora sì che morirai”».

Da allora ha sempre vissuto con questa tensione creativa: una profonda paura di essere visto e un bisogno ancor più grande di esserlo. Se è l’essere visti nella nostra imperfezione a spaventarci, è l’accettare di “abitare” questa vulnerabilità a redimerci.

UNA SACRA RIVELAZIONE

Tra le parti più commoventi degli esercizi per Garfield c’è stata la contemplazione della cosiddetta “vita nascosta” di Gesù. Avendo presente il suo evidente disagio di fronte a una vita da celebrità, l’attrazione per una vita nascosta non è sorprendente. E tuttavia, queste meditazioni sull’infanzia di Gesù rivelano anche il desiderio di mettere piede nelle zone nascoste della propria stessa vita – le ferite dell’ “insufficienza”, quei luoghi desolati che tutti ci portiamo dietro, ma ai quali spesso non troviamo una via di accesso, o una via d’uscita.

Tuttavia, forse, l’esercizio fondamentale per Garfield non è stato quello della vita nascosta e neppure quello sulle sue personali ferite, ma piuttosto quel qualcosa di sacro che gli si stava rivelando riguardo alla vulnerabilità di Dio. Durante la meditazione sulla Natività, ha immaginato, come raccomanda sant’Ignazio, di essere una balia durante la nascita di Cristo: «Lì mi sono sentito a casa. Mi sembrava di essere là dove dovevo essere». Ha cominciato a capire come l’antidoto all’umiliazione possa essere proprio l’umiltà. «Oh Dio, vorrei potermi sentire così tutto il tempo, in umile servizio», dice. «Se posso trasformare il mio narrare storie in un servizio, se posso essere utile e il più umile possibile mentre lo faccio…».

INCARNARE L’AMORE

  

Dalla notte dei tempi, gli attori sono stati visti come levatrici. L’attore, come i sacerdoti, sta davanti alla verità e partecipa al suo racconto per mezzo di parole e gesti, impersonando le nostre storie sacre di redenzione e di amore. Nel contemplare la vita di Gesù, Garfield ha conosciuto qualcosa che altri attori-levatrici e mistici conoscono da tempo, e cioè che mediante l’atto di “personificare” l’amore, attraverso il nostro umile servizio, diventiamo l’amore che agogniamo.

«Questi esercizi mi hanno messo in ginocchio», ha detto Garfield, «e tuttavia sto qui, seduto davanti a te, a lottare con gli stessi problemi di sempre. Alla fine, girare il film è stato secondario rispetto a fare gli esercizi… Fare questo film è stata un’esperienza artistica più profonda di ogni altra che io abbia fatto in passato, eppure non è stata così profonda come l’esperienza degli esercizi spirituali. Ora il film sta uscendo e io mi ritrovo di nuovo nel mondo della vanità e superficialità. Sto cercando di fare i conti e riconciliarmi con questa situazione».

Restare innamorati non è facile, così come non è facile conservare lo spazio di grazia avuto in un ritiro o in un forte momento di preghiera. Il mondo ritorna a noi e noi al mondo. Ma quando chiedo ad Andrew se ancora si fida dell’autenticità del suo innamoramento, sorride di nuovo: «Oddio… questo… mi è bastato. Se anche non avessi fatto il film, sarebbe andata bene così. L’unica esperienza che non vorrei sacrificare, se dovessi scegliere, sarebbe quella degli esercizi. Mi porta così tanta consolazione. È una cosa che ti rende così umile… Mi ha mostrato che si può dedicare un anno della propria vita alla trasformazione spirituale, desiderando sinceramente – e trasformando quel desiderio in azione – di stabilire una relazione con Cristo e con Dio; che poi puoi perdere 20 chili di peso, sacrificarti per l’arte, pregare ogni giorno, vivere la castità per sei mesi, fare tutti questi sacrifici al servizio di Dio... È una bellissima grazia da ricevere».

Foto Jonathan Alcorn - Reuters

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