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giovedì 22 agosto 2019
 
Arturo Paoli
 

Arturo Paoli, il sacerdote degli ultimi

15/07/2015  La Resistenza. L’amicizia con Carretto, La Pira e Dossetti. Il Sudamerica delle dittature. Prete, piccolo fratello, povero tra i poveri: a 102 s'è spento questo appassionato testimone del Vangelo. Ripubblichiamo l'ultima intervista al nostro giornale in cui chiede di ridare speranza ai giovani.

«La mia vita è stata dura, soprattutto in certi momenti, ma se mi volto indietro mi dico: “Che bella vita ho avuto, che bella esistenza”, perché non mi sono mai annoiato ». Arturo Paoli, 100 anni appena compiuti (l'intervista è di due anni or sono;  nato  il 30 novembre 1912, Arturo Paoli è morto alle 0,45 del 13 luglio 2015, ndr.) offre agli ospiti succo di mela e una passeggiata tra le colline che fanno corona a Lucca. «Ma dovete stare in silenzio. È il silenzio che permette di vedere più chiaro quello che è essenziale, di avere le grandi intuizioni».
E di intuizioni, e di azioni, è intessuto il secolo di padre Arturo, piccolo fratello di Gesù, una congregazione ispirata a Charles de Foucauld. Una vita intensa, passata tra l’esperienza partigiana, il deserto algerino, l’opposizione alle dittature sudamericane, il lavoro con i poveri del barrio Boa Esperança, a Foz do Iguaçu, al confine tra Argentina e Brasile.

– Un secolo di storia vissuto attivamente. Qual è il suo segreto?
«Se guardo indietro, devo dire che la sola scelta che ho fatto per volontà è stata quella del sacerdozio. Tutto ciò che è accaduto dopo mi è venuto incontro, era preparato, programmato. Ho avuto l’impressione che io dovessi solo dire di sì».

– Lucca la festeggia il 9 dicembre, a San Michele, la sua parrocchia di nascita. È lì che è tutto cominciato?
«Direi di sì. Devo molto a Lucca. Mi sono laureato a Pisa, in Lettere, nel 1936, e poi sono subito entrato in seminario. Erano gli anni della guerra e noi a Lucca, per volere del vescovo, ci siamo dedicati a proteggere gli ebrei e i perseguitati politici. C’è stata tutta un’azione di carità che abbiamo vissuto profondamente. Io ero appena diventato sacerdote e questa esperienza ha poi ispirato tutta la mia vita: mi sono dedicato alla gioventù e ai poveri».

– Com’è nata la sua vocazione?
«Il Signore usa molti avvenimenti: incontrare la persona adatta, delle delusioni. A me sono successe tante cose. Una di queste fu la morte per tubercolosi di una ragazza dell’Università di Pisa che io amavo. Non dico che fu la causa essenziale, ma fu un momento molto drammatico per me».

– E dopo, cosa accadde?
«Divenni sacerdote, partecipai alla Resistenza. Finita la guerra, il futuro papa Paolo VI, nel 1949, mi chiamò a Roma come assistente dei giovani dell’Azione cattolica».

– Erano gli anni dell’operazione Sturzo, con la Dc pronta ad aprirsi a destra?

«Sì, proprio quelli. Ci opponemmo, con Carlo Carretto e con altri. Eravamo contrari ai comitati civici di Luigi Gedda. Alla fine dovetti lasciare Roma e imbarcarmi come cappellano sulla nave argentina Corrientes che trasportava gli emigranti in Sudamerica. Lì incontrai un piccolo fratello di Gesù ed entrai nel noviziato della congregazione che s’ispira a Charles de Foucauld».

– Così andò in Algeria...
«Non fu semplice entrare tra i Piccoli fratelli. Il maestro dei novizi, un grande uomo che non dimenticherò mai, vedendo che venivo da una vita molto intensa perché avevo scritto libri, perché vivevo in mezzo ai giovani, evitò di ricevermi per un bel po’. Diceva che era una congregazione povera, ispirata alla spiritualità francescana. Alla fine si decise ma a condizione che io evitassi di leggere qualunque libro. Mi trovai completamente spiazzato, senza le mie abitudini. Mi venne incontro il deserto con le sue albe, le sue bellezze. Ma fu un anno duro. Non tanto per le condizioni di vita, che sono quelle della gente di lì, dei beduini, dei poveri. Sopportavo molto facilmente il dormire in modo scomodo, le privazioni. Quello che, invece, mi faceva soffrire terribilmente era questo spogliamento totale. Per mesi eri solo con le tue domande: perché vivere? Per chi vivere? Alla fine si faceva un pellegrinaggio di 600 chilometri o poco più da El Abiodh a Béni Abbès, dove visse Charles de Foucauld. Eravamo un bel gruppo di fratelli, c’erano i cammelli, la mattina si partiva con una colazione frugale e le tasche piene di datteri che mangiavamo durante il tragitto».

– Lasciata l’Algeria tornò in Italia, tra i minatori della Sardegna. Poi, di nuovo, andò all’estero, tra i poveri del Sudamerica. Dopo il colpo di stato di Pinochet, in Cile, e durante la dittura militare di Videla, in Argentina, il suo nome comparve sui muri di Buenos Aires al secondo posto nella lista delle persone da eliminare. Ha avuto paura?
«Certo, la paura c’era, bisognava nascondersi. Ma quelli non sono stati gli anni peggiori. Gli anni peggiori credo che siano questi. Allora si diceva che sarebbe arrivato il dominio del capitale e oggi sta accadendo esattamente questo. Non c’è più speranza, ai giovani si offre il vuoto, il nulla. La generazione degli adulti è in decadenza, ma non riesce a farsi da parte. Ruba il futuro ai nostri giovani. Questo è il periodo storico peggiore perché non si vedono prospettive. Tutto è sacrificato al denaro, al consumismo, ai beni materiali. Ma se c’è una cosa che Gesù ha detto chiaramente, in modo incontrovertibile, preciso, assoluto, è che il grande nemico, l’avversario con il quale non potrà mai scendere a patti è il denaro, mammona. E oggi vediamo mammona che trionfa. E anche la Chiesa che scende a patti».

– Cosa vorrebbe di più come regalo di compleanno?

«Che risorgesse la gioventù. Ho dedicato la vita ai giovani. E ancora adesso sono qui, a loro disposizione per i giorni, o gli anni, che verranno. Ho avuto la grande fortuna di incontrare Giorgio La Pira, di ascoltarlo, di frequentarlo. Tra le tante persone che hanno segnato la mia vita – Carlo Carretto, Giuseppe Dossetti, Pietro Pfanner – vorrei ricordare proprio lui perché ha guidato i primi passi della mia vita spirituale. Non è che mi facesse da “padre”, ma mi ha molto segnato il sentirlo parlare, la gioia che esprimeva, il modo in cui riusciva a entusiasmare. Ecco, io vorrei che i giovani possano tornare a entusiasmarsi come la mia generazione».

– Da dove attingere questo entusiasmo?
«Certo, non si possono entusiasmare con il nulla, con il vuoto che gli proponiamo, con gli egoismi della nostra generazione. Si parla della morte del padre, che significa la morte dell’adulto. Oggi abbiamo perso la sensibilità, la responsabilità degli altri, non ci sentiamo più coeducatori, non scommettiamo più sui giovani come forza rinnovatrice del Paese. Lasciamo che se ne vadano, non li curiamo. Per il mio compleanno vorrei che si spezzasse questo egoismo e si tornasse alla vita, a Gesù, ideale dei giovani e di questo mondo».

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