La storia de Il Delfino comincia nel 1986, quando l’allora vescovo di Cosenza, monsignor Dino Trabalzini intuì che la crescente diffusione dell’eroina e dell’Aids richiedeva una risposta che non fosse solo sanitaria. Si rivolse a un giovane parroco, don Vincenzo De Luca, a cui affidò la risposta. Formatosi alla scuola di don Mario Picchi, fondatore del Ceis, De Luca aprì il Centro di solidarietà a due passi da piazza Europa, uno dei luoghi di ritrovo dei giovani.

Il presidente del Centro di solidarietà Il Delfino taglia la torta dei 40 anni

Da allora sono passati quattro decenni di trasformazioni sociali e personali. Il Centro ha ampliato progressivamente il proprio raggio d’azione dalle tossicodipendenze alla salute mentale, alla disabilità, al disagio giovanile, fino all’accoglienza dei migranti e al sostegno alle famiglie e agli anziani.

Il Centro di solidarietà Il Delfino compie 40 anni

Il quarantennale, celebrato nei giorni scorsi al Palacultura di Rende con il convegno “Una porta che si apre”, ha fatto no solo il bilancio di questi anni, ma stimolato anche una riflessione collettiva su ciò che il disagio sociale è diventato oggi. Al convegno è intervenuto anche il cardinale di Napoli, Domenico Battaglia, che ha sottolineato come «i nostri ragazzi hanno bisogno di compagni di viaggio di cui si fidino». E ancora: «I ragazzi tossicodipendenti non sono la parte malata di una città, ma sono parte di una città che è malata».

Dal canto suo l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, monsignor Giovanni Checchinato, ha richiamato il valore dell’ascolto e dell’accoglienza incondizionata. Presente anche il prefetto Rosa Maria Padovano che si è soffermata sul tema dell’immigrazione, ricordando il ruolo del Delfino nella gestione della struttura di Castiglione Cosentino. Angela Costabile, dell’Università della Calabria, ha approfondito i meccanismi psicologici delle dipendenze comportamentali, mentre Roberto Calabria, direttore del Serd - dipartimento contro le dipendenze dell'Asp di Cosenza, ha insistito sulla necessità di un’accoglienza sanitaria senza barriere.

Il filo che ha legato le testimonianze è stato quello di capire e di agire in modo complementare. Sapendo che il Delfino non ha mai scelto la strada della visibilità a tutti i costi, ma quella della discrezione di chi lavora quotidianamente costruendo reti con i servizi pubblici e con le realtà del territorio. Per tenere insieme il tessuto sociale della città e guardare al futuro. E il quarantennale è stato anche questo: la conferma che un progetto può durare se resta fedele alla propria vocazione senza smarrire la capacità di leggere i segni dei tempi. Da affrontare ci sono le nuove dipendenze, le solitudini metropolitane, le migrazioni. Uno scenario che cambia, ma con un punto fermo che resta lo stesso: esserci. Aprire una porta. Offrire un compagno di viaggio.