logo san paolo
giovedì 18 ottobre 2018
 
dossier
 

Asia Bibi, l'avvocato: «Spero ancora»

05/12/2014  Pakistan: Sardar Mushtaq Gill, cristiano di Lahore, che ha seguito da vicino il caso della contadina del Punjab, fino alla sentenza di appello, confida nella giustizia e chiede alla Corte Suprema di ribaltare la sentenza ingiusta che ha condannato a morte la giovane contadina accusata di blasfemia.

Confidare nella giustizia. Avere fiducia nella Corte Suprema, che potrà ribaltare la sentenza ingiusta che ha condannato Asia Bibi. E' il mantra dell'avvocato Sardar Mushtaq Gill, trentatreenne cristiano di Lahore, che ha seguito da vicino il caso della contadina del Punjab, fino alla sentenza di appello. L'avvocato è anche un noto difensore dei diritti umani e ha fondato l’Ong "Legal Evangelical Association Development” (Lead) che si fa in quattro per aiutare i cristiani in difficoltà, discriminati, poveri, perseguitati in Pakistan. Soprattutto quelli - e sono la maggior parte - che non possono permettersi le spese legali.

 E’ vero che il marito di Asia, Ashiq Masih, ha chiesto nei giorni scorsi un intervento al presidente del Pakistan, implorando la grazia per sua moglie. Ma Gill ricorda a Famiglia Cristiana che la strada è impervia in quanto “non esistono precedenti di grazia concessa dal presidente per questo tipo di casi”. Esistono, invece, sentenze ribaltate dalla Corte Suprema ed è quello in cui la difesa confida”, ha rimarcato. Secondo quanto Gill riferisce, Asia, in carcere da oltre cinque anni, versa in uno stato di prostrazione fisica e psicologica. A volte “attraversa comprensibili momenti di disperazione”, anche se è sempre sorretta da una solida fede “che l’accompagnerà fino all’ultimo respiro della sua vita”. Quanti si sono mobilitati per la sua difesa vengono intimiditi e minacciati. Secondo l’assunto “chi difende un blasfemo diventa anche lui blasfemo”, sono stati uccisi il ministro cattolico Shahbaz Bhatti e il governatore Salmaan Taseer, musulmano, ma anche lo stesso avvocato Gill ha ricevuto minacce di morte. E' il destino dei legali che scelgono coraggiosamente di difendere gli imputati di blasfemia, come l’avvocato musulmano Rashid Rehman, freddato nel suo ufficio perché aveva accettato di assistere un presunto dissacratore del Corano.

La blasfemia, spiega Gill, “è la madre di tute le persecuzioni”. La legge nera continua a mietere vittime in Pakistan e le minoranze religiose sono le più vulnerabili.  Secondo i dati raccolti dalla rete di Ong pakistane “Awaz-e-Haq Itehad” (AHI), 1.438 persone sono state accusate di blasfemia tra il 1987 e l’ottobre 2014. Le minoranze religiose – che costituiscono nel complesso meno del 4% della popolazione pakistana – costituiscono il 50% degli accusati di blasfemia (501 ahmadi, 182 cristiani, 26 indù - 10 vittime di cui non è accertato il credo). A partire dal 1990, 60 persone  sono state uccise in via extragiudiziale in connessione con le accuse di blasfemia: 32 erano di gruppi delle minoranze religiose e 28 musulmani. Tra le 60 vittime, 20 sono state uccise dai poliziotti o mentre erano in custodia, 19 uccise in attacchi della folla.

Commentando i dati, Gill spiega a Famiglia Cristiana: “Ogni episodio di presunta blasfemia dà vita a una lunga serie di ingiustizie e violenze che, di fatto, legalizzano l'ingiustizia. Il Pakistan non riesce a fermare questa violazione sistematica dei diritti umani”. Un andazzo tanto più grave perché "le vittime innocenti arrivano fino all’80% degli accusati: tutti casi basati su accuse false, pretestuose e infondate". Inoltre per le vittime innocenti, prosegue Gill, “la detenzione prolungata, le spese legali, la perdita di mezzi di sussistenza, lo sfollamento temporaneo e permanente sono sofferenze che segnano per sempre”, ricorda l’avvocato. “Il tutto si volge in un clima di generale impunità”. L'avvocato conclude “E’ urgente abrogare in Pakistan le leggi che sono abitualmente utilizzate per perseguitare i cristiani e garantire giustizia e legalità”.  

I vostri commenti
1
scrivi

Stai visualizzando  dei 1 commenti

    Vedi altri 20 commenti
    Policy sulla pubblicazione dei commenti
    I commenti del sito di Famiglia Cristiana sono premoderati. E non saranno pubblicati qualora:

    • - contengano contenuti ingiuriosi, calunniosi, pornografici verso le persone di cui si parla
    • - siano discriminatori o incitino alla violenza in termini razziali, di genere, di religione, di disabilità
    • - contengano offese all’autore di un articolo o alla testata in generale
    • - la firma sia palesemente una appropriazione di identità altrui (personaggi famosi o di Chiesa)
    • - quando sia offensivo o irrispettoso di un altro lettore o di un suo commento

    Ogni commento lascia la responsabilità individuale in capo a chi lo ha esteso. L’editore si riserva il diritto di cancellare i messaggi che, anche in seguito a una prima pubblicazione, appaiano  - a suo insindacabile giudizio - inaccettabili per la linea editoriale del sito o lesivi della dignità delle persone.
     
     
    Pubblicità
    Edicola San Paolo