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mercoledì 23 ottobre 2019
 
il caso loris bertocco
 

Non è possibile assistere gli invalidi con 500 euro al mese

13/10/2017  Loris Bertocco ha raccontato in una lunga lettera, resa nota dopo aver realizzato la tragica scelta dell'eutanasia in Svizzera, tutte le sue difficoltà per ricevere l'assistenza necessaria alla sua condizione. Parole che destano vicinanza umana per il suo dolore ma soprattutto puntano il dito verse le mancanze dello Stato, anche economiche, nei confronti di chi si trova nelle sue condizioni.

Come si affronta oggi in Italia il problema della disabilità grave, dal punto di vista delle risorse impegnate? Quale futuro ci attende, nel caso dovessimo trovarci, presto o tardi, nelle condizioni che il recente caso di Loris Bertocco ha posto drammaticamente e dolorosamente all’attenzione di tutti?

Innanzitutto, per gli invalidi civili che si trovano nell’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore e di compiere gli atti quotidiani della vita senza un’assistenza continua è previsto l’assegno di accompagnamento, pari a 515,43 euro al mese. Questa indennità è erogata al “solo titolo della minorazione“, quindi è indipendente dall’età e dalle condizioni economiche dell’invalido e del suo nucleo familiare, proprio perché rappresenta il (pressoché unico) concorso dello Stato nelle spese per la tutela e la cura dei cittadini completamente e gravemente non autosufficienti. In realtà, periodicamente si alzano voci – soprattutto in relazione ai problemi di bilancio, dello Stato e/o dell’Inps - che auspicano una revisione di tale misura, parametrandola sul reddito e il patrimonio del disabile e della sua famiglia. Voci che puntualmente l’Anffas e le altre associazioni del settore si incaricano di rintuzzare, onde evitare che quel poco che esiste debba ridursi ulteriormente.

Vi sono poi varie previsioni di detrazioni/deduzioni fiscali, concesse al soggetto interessato o ai suoi familiari, per spese legate all’assistenza, all’acquisto di ausili o al pagamento di rette di ricovero. È una sorta di giungla in cui è facile smarrirsi, se non si è più che competenti, e che sconta comunque il problema della cosiddetta “incapienza”, cioè il fatto che quando le detrazioni superano l’Irpef dovuta, la parte in eccesso si perde. Non ci possiamo qui soffermare sull’inadeguatezza complessiva del trattamento fiscale rispetto alle situazioni di invalidità, ma basti solo pensare alla vicenda ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), quando in occasione della sua riforma del 2015 il governo aveva in un primo tempo inserito nei calcolo anche i redditi provenienti da sussidi e contributi versati proprio a causa della situazione di invalidità, salvo poi dover far marcia indietro quando il Consiglio di Stato, dando ragione ad alcune famiglie che avevano presentato ricorso, ha stabilito in via definitiva che l’indennità di accompagnamento per disabili non deve essere computata come reddito ai fini del calcolo dell’ISEE. Vicenda che comunque la dice lunga sulla considerazione che il mondo politico ha per le famiglie che hanno al loro interno situazioni di grave invalidità.

Queste misure (come peraltro il fondo nazionale per la non autosufficienza, dotato per il 2017 di circa 500 milioni di euro, ma attorno al quale quasi ogni anno in sede di bilancio si sviluppa una dura battaglia  per scongiurarne la decurtazione) sono prettamente cash, cioè consistono in trasferimenti monetari diretti. Dal punto di vista dei trasferimenti in kind, cioè in beni o servizi, possiamo segnalare la situazione dell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), che potrebbe e dovrebbe essere il supporto principale delle famiglie che hanno un parente con grave disabilità, ed anche una valida alternativa a ricoveri più o meno definitivi, costosi e psicologicamente più traumatici.

Secondo una recente (luglio 2017) ricerca dell’associazione Italia Longeva, lassistenza domiciliare a lungo termine degli anziani con patologie croniche con oltre 60 anni, continua ad essere un problema grave. Solo il 2,7% di questi infatti, riceve livelli di aiuto adeguati, mentre nel Nord Europa il 20%degli anziani sono assistiti a casa, ed anche per quanto riguarda le ore medie di assistenza domiciliare, la differenza si fa sentire: ad ogni paziente in Italia è dedicata una media di circa 20 ore all’anno, altri Paesi europei raggiungono le stesse ore nell’arco di un solo mese.

Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva, ha così commentato questa situazione: «I dati Istat ci dicono che quasi un italiano su quattro ha più di 65 anni, e che questo rapporto salirà a uno su tre nel 2050. Però oggi scopriamo che assistiamo a domicilio meno di 3 anziani su 100. Tutti gli altri? A intasare i pronto soccorsi, nella migliore delle ipotesi, oppure rimessi alle cure “fai da te” di familiari e badanti, quando non abbandonati all’oblio di chi non ha le risorse per farsi assistere. A mio avviso questi dati dovrebbero rappresentare – non solo per i professionisti della salute, ma anche per i cittadini e per la politica – un campanello di allarme non più trascurabile».

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