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sabato 23 febbraio 2019
 
 

«È un bene della collettività, non dei privati»

24/08/2013  Davide Pati spiega perché, per Libera, i beni confiscati alla mafia non devono essere venduti all'asta. Lo spirito della legge è quello della partecipazione e della restituzione alla collettività di ciò che i boss le hanno sottratto.

«Ci aspettiamo che la vendita venga sospesa e che si possa riprendere il progetto di destinazione avviato con gli enti locali». Davide Pati, della direzione nazionale di Libera spiega che «non siamo contrari a priori alla vendita dei beni confiscati. Ci possono essere dei casi eccezionali in cui si può pensare alla messa all’asta. Ma, in generale, la vendita dei beni va contro lo spirito per cui è nata la legge 109 del 1996 sui beni confiscati e cioè che il patrimonio confiscato ai boss mafiosi non torni nelle mani di privati, ma diventi bene della comunità».

Secondo Libera «la vendita va contro il principio di partecipazione, di democrazia, di corresponsabilità nel fare antimafia nel nostro Paese. La lotta alle mafie vede impegnati istituzioni, magistratura e forze di polizia, ma deve coinvolgere anche quelle sane forze del mondo politico-amministrativo, economico, sociale e culturale. Il restituire alla collettività i beni confiscati va in questa direzione». Mettere all’asta i beni «potrebbe significare sia esporsi al rischio che l’asta vada deserta e che il bene resti inutilizzato, sia a quello che venga riacquistato dagli stessi mafiosi attraverso dei prestanome. Bisogna invece che sia chiaro che il bene confiscato è innanzitutto un’opportunità che nasce da un impegno della magistratura e delle forze di polizia. E che questo impegno viene valorizzato mettendo a disposizione della società quello che le era stato sottratto dai boss».

Ma per rendere ancora più efficace la legge occorrono «tanta attenzione e alcune modifiche. Innanzitutto rafforzando i poteri dell’Agenzia nazionale nata nel 2010», aggiunge Davide Pati. «L’Agenzia, nata per superare la frammentazione di responsabilità amministrative e per velocizzare sempre di più le procedure di riutilizzo, non ha ancora tutti gli strumenti per poter lavorare. Attualmente ha meno personale di quello che aveva prima il demanio e non riesce a monitorare come dovrebbe l’utilizzo dei beni. L’Agenzia si avvale del supporto delle prefetture e delle agenzie territoriali, ma anche nelle prefetture, soprattutto in quelle più esposte, dove la criminalità organizzata è più presente, c’è bisogno di un maggior supporto da parte dello Stato».

E poi ancora «bisogna dare all’Agenzia la possibilità di destinare direttamente i beni ai soggetti destinatari quando gli enti locali non lo fanno. Superando anche, con una maggiore attenzione degli istituti di credito, il problema delle ipoteche che bloccano le assegnazioni».Infine «c’è la necessità di un fondo nazionale per finanziare quegli interventi di ristrutturazione di cui i beni necessitano e per avviare l’attività di impresa soprattutto giovanile. Molti passi in avanti si sono fatti con il Fondo sicurezza, con la Fondazione con il sud, con alcune regioni . Ma noi chiediamo di più e ci stiamo muovendo con il ministero per la Coesione sociale perché i Fondi comunitari della nuova programmazione siano destinati per la legalità e il riutilizzo dei beni. E questo perché siamo convinti che i beni confiscati sono uno strumento essenziale di coesione territoriale e di opportunità di lavoro per i giovani».

 
 
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