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"Big Angelo", Abdoulaye e monsignore: la Catania che accoglie

07/12/2018  Monsignor Salvatore Gristina, vescovo di Catania e presidente della Conferenza episcopale siciliana, s'è recato nell'Oasi della Divina Provvidenza a Pedara, un paesino alle pendici dell’Etna, dove grazie all'impegno della famiglia Messina (marito, moglie e 3 figli) unitamente a una religiosa, suor Giuseppina, trovano un tetto 45 persone in difficoltà, uomini e donne, italiani e stranieri, vittime di tratta, disabili.

Monsignor Salvatore Gristina, vescovo di Catania, con l'ex calciatore maliano Abdoulaye Keita. Dietro di loro Giuseppe Messina, che con la moglie Veronica e suor Giuseppina gestisce l'Oasi della Divina Provvidenza. Le foto di questo servizio sono di Alessandro Puglia.
Monsignor Salvatore Gristina, vescovo di Catania, con l'ex calciatore maliano Abdoulaye Keita. Dietro di loro Giuseppe Messina, che con la moglie Veronica e suor Giuseppina gestisce l'Oasi della Divina Provvidenza. Le foto di questo servizio sono di Alessandro Puglia.

«Quando arriva il vescovo? Perché devo andare in ospedale». Abdoulaye non ha mai smesso di lottare in quella carrozzina, dove si è ritrovato per un brutto incidente avvenuto al Cara di Mineo, il più grande centro profughi d’Europa a rischio chiusura per via del Decreto sicurezza.

Il cognome Keita lo accomuna al cugino famoso, Seydou, ex calciatore del Barcellona e della Roma. Insieme condividevano la passione per il calcio, Abdoulaye ha vinto 16 campionati in Libia, Seydou è diventata la stella della nazionale del Mali. Entrambi sono arrivati in Italia con un barcone. In attesa dell’arrivo di monsignor Salvatore Gristina, vescovo di Catania e presidente della Conferenza episcopale siciliana, Abdoulaye preferisce restare in disparte, al sole, mentre scherza con Angelo, Big Angelo o Angelone come viene chiamato qui per la sua imponente stazza fisica. I coinquilini della casa famiglia  Oasi della Divina Provvidenza, dell’associazione Insieme, a Pedara, paesino alle pendici dell’Etna sono tutti disposti in un grande cerchio per dare il benvenuto a monsignor Gristina. Uomini e donne con disabilità, vittime di tratta, italiani allontanati dalle proprie famiglie e senza un tetto dove dormire, migranti gravemente malati e “scafisti” , come Faye e Alexandre, che minacciati con le armi dai trafficanti libici sono stati costretti a toccare il timone di un barcone e arrestati in Italia. Nel laboratorio multiculturale “Terra Viva” hanno preparato un presepe da donare al vescovo.

Ad aprirgli la porta d’ingresso è Giuseppe Messina, un ex insegnante di religione che dall’età di 14 anni, quando ancora viveva con i genitori, ha raccolto gli ultimi per strada prendendosene cura. Oggi vive nella sua casa famiglia con la moglie Veronica, i suoi tre figli, Alice, Chiara e Matteo e altre 45 persone. Dal 2012 il numero dei posti letto è arrivato a 100, grazie a un’altra villa donata da padre Raffaele Landolfo con cui Giuseppe Messina svolgeva attività di volontariato in carcere.

“Per noi Giuseppe è un padre, uno zio, una mamma”, dice un ragazzo del Bangladesh dopo il Padre nostro e la benedizione del vescovo. Davanti agli ultimi episodi di cronaca, ai crescenti casi di razzismo, e alla prospettiva che centinaia di migranti per via del Decreto sicurezza si troveranno in strada senza un tetto, monsignor Gristina ha aggiunto: “É proprio quello a cui stiamo assistendo. Mi hanno chiamato dal Cara di Mineo, vediamo un po’ di fare qualcosa”, ha concluso con gli occhi pieni di speranza nei confronti di una Chiesa che sa da che parte stare, senza farne una questione ideologica. 

Nel documento finale della sessione autunnale della Conferenza episcopale siciliana - presieduta proprio da monsignor Gristina - i vescovi siciliani hanno sottolineato come la comunità cattolica non possa manifestare opinioni differenti da quelle del Vangelo perché i migranti “sono persone umane, per noi cristiani sono fratelli”. Un appello quello contenuto del documento della Cesi a cui hanno fatto seguito le parole del vescovo di Ragusa, monsignor Carmelo Cuttitta, che intervenendo sull’episodio di razzismo nei confronti di una giovane donna eritrea aggredita da mamme italiane all’ospedale Maria Paternò  Arezzo di Ragusa aveva affermato che “viviamo in un clima di crescente insofferenza, alimentato anche da una politica che mira a dividere e creare allarmi e genera paura e su questa paura e su un linguaggio e su atteggiamenti spregiudicati fonda la capacità di accrescere i consensi”.

Il presidente della Conferenza episcopale siciliana ha voluto dare un concreto esempio di pietas, incontrando e pregando con gli ultimi tra gli ultimi, migranti che ogni giorno vivono con l’angoscia di dover lasciare l’Italia. Il telefono di Giuseppe continua a squillare: “Stanno chiudendo diversi Sprar, da Agrigento a Caltanissetta, altri gestori mi chiedono se ho posto per i loro ragazzi perché il decreto è diventato subito effettivo”. Nel frattempo il vescovo, invitato da Suor Giuseppina, ascolta la storia di Abdoulaye. L’ex calciatore del Mali scoppia a piangere, “perché lui si emoziona”, dicono i suoi amici, mentre il vescovo lo accarezza come un figlio.

 

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