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venerdì 17 agosto 2018
 
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C'era una volta il medico di famiglia

12/04/2018  Nei prossimi 5 anni quasi un italiano su cinque resterà senza dottore. Ma anche per chi ce l’ha è spesso difficile contattarlo. Ecco perché

Sono lontani i tempi del film Il medico della mutua in cui il dottor Guido Tersilli, interpretato da Alberto Sordi, ingaggiava una lotta senza quartiere con i colleghi per procacciarsi nuovi pazienti. Ora accade il contrario: sempre più spesso sono i pazienti che girano per le Asl a caccia di un medico di famiglia disponibile.

E in futuro andrà ancora peggio. Secondo i dati dell’Inps, 14 milioni di italiani nei prossimi cinque anni resteranno senza un medico di famiglia per effetto di un cortocircuito: da un lato andranno in pensione 15 mila camici bianchi, dall’altro ne avremo solo 5 mila pronti a sostituirli.

«E sono stime ottimistiche», aggiunge il dottor Silvestro Scotti, segretario della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), «perché basate sulla previsione che tutti i colleghi andranno in pensione a 70 anni. Ma molti, avendone i requisiti, potrebbero scegliere di andare anche a 68 anni, accelerando così l’emergenza». Un risultato che, secondo Scotti, è imputabile prima di tutto a un’errata programmazione da parte delle regioni: «Per convenzione si è stabilito che ci dovrebbe essere un medico di famiglia ogni mille abitanti. Ciascuna regione in base alle previsioni dei flussi di popolazione determina il fabbisogno di nuovi camici bianchi e lo comunica al Ministero che, stando ai dati ricevuti, stabilisce le borse di studio per il corso di medicina generale. Ma quasi tutte le regioni non hanno mai modificato il loro fabbisogno. Faccio l’esempio della Lombardia: l’anno scorso ha chiesto 20 posti in più, ma per anni ne ha indicati solo 80. È possibile che la regione più popolosa d’Italia preveda lo stesso ricambio di medici della Campania?».

E infatti la Lombardia è la regione che più risentirà dell’emorragia di camici bianchi, seguita dal Lazio, dalla Campania e dalla Sicilia. Ma c’è un’altra chiave di lettura, quella che chiama in causa la cosiddetta “lobby dei medici”, la quale, come tutte le caste, sarebbe restìa a rinnovarsi e per questo si opporrebbe ad abolire il numero chiuso nelle facoltà di Medicina.

Il dottor Scotti replica così: «Non c’è una carenza di medici in termini complessivi. Ogni anno abbiamo 8-9.000 laureati in medicina. A fronte di questi numeri, lo Stato eroga 6.000 borse per i corsi di formazione per specialisti e circa 1.000 per la medicina generale. Restano quindi fuori 2.000 colleghi che non hanno la possibilità né di lavorare in ospedale né di diventare medici di famiglia, ma solo fare delle sostituzioni. Come Fimmg siamo disponibile a usare una parte del nostro fondo previdenziale per finanziare le borse di studio: il ricambio serve anche a noi, altrimenti in futuro chi ci pagherà le pensioni? Per ora, assistiamo a un paradosso: i medici ci sarebbero ma, mancando le coperture economiche, lasciamo giovani colleghi a spasso e importiamo professionisti da altri Paesi dell’Ue che hanno frequentato corsi di formazione riconosciuti da noi».

Accade per esempio a Rovegno, nel cuore della Val Trebbia, in provincia di Genova. Due mesi fa il sindaco Giovanni Isola ha fatto affiggere un cartello fuori dal Municipio per protestare perché da quando l’unico medico di famiglia è andato in pensione non è stato sostituito. Ora è arrivato un supplente iraniano, «una persona in gambissima», lo definisce il sindaco, «che però deve barcamenarsi tra 7 Comuni in sole 13 ore alla settimana. In pratica, resta solo due ore qui».

Le alternative sono la guardia medica che dista 20 chilometri ed è disponibile solo nei prefestivi e nei festivi, o il primo ospedale a Genova, a 50 chilometri. E quando c’è un’emergenza? «Il nostro viceparroco è stato colpito da un ictus mentre celebrava la Messa», ricorda il sindaco. «È intervenuto l’elicottero del 118, ma nel frattempo non c’era nessun medico che si prendesse cura di lui. Alla fine è andata bene, ma se succederà un altro caso simile? Come Comune siamo disposti a pagare l’affitto della casa di un dottore che accettasse di venire qui».

Già, perché i piccoli centri sono molto più colpiti rispetto alle città da questa emorragia di camici bianchi. «Un giovane medico a cui vengono proposte più destinazioni, tende a scegliere una zona con una maggiore densità di popolazione: così ha più probabilità di avere pazienti e di guadagnare di più», spiega il dottor Scotti. «In un territorio più disperso, inoltre, spesso si è costretti ad aprire più ambulatori in Comuni diversi e ad assumere più collaboratori, aumentando le spese».

Ma non si creda che i disagi riguardino solo i Comuni più sperduti. Alessandra D’Angella si è trasferita con il marito da Milano a Cernusco sul Naviglio. Solo dieci chilometri di distanza, coperti anche dalla metropolitana, ma nessun medico di famiglia disponibile. «All’Asl mi hanno detto che, nell’ultimo bando, a fronte di quattro posti da assegnare, solo un medico ha accettato di venire qui e sarà operativo tra due mesi. Nel frattempo mi hanno suggerito di trovarne un altro a Pioltello, ma io non ho la patente e così quando ne ho bisogno faccio un’ora di metrò per tornare a Milano dal mio medico precedente, anche solo per una ricetta». Insomma, “l’eccellenza della sanità lombarda” magnificata dagli ultimi governatori non sembra tale, almeno per i medici di famiglia.

«Deve esserci un dottore ogni mille cittadini, con la possibilità di derogare in casi eccezionali fino a 1.500, ma in Lombardia la media è di un medico ogni 1.400 abitanti», aggiunge il dottor Scotti. Da qui le code infinite in molti ambulatori che spingono in tanti a recarsi al pronto soccorso anche per malanni di poco conto. «In questo modo salta il diritto di scelta del cittadino. Se sul tuo territorio c’è un solo medico e non ti piace, non puoi cambiarlo». Sempre ammesso di riuscire a trovarne uno.

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