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Cardinale Carlo Maria Martini. L’uomo che non ti aspetti

31/08/2017  Dalle ricerche della Fondazione intitolata all’ex arcivescovo di Milano emerge un ritratto inedito del cardinale: austero sì, ma anche ironico e capace di amare i libri per bambini

Un uomo buono ma austero, tanto autorevole e signorile quanto schivo e “ingessato”, un principe della Chiesa la cui infinita erudizione e profondità spirituale, riconosciute anche dai suoi (pochi) critici, avevano però l’effetto collaterale di incutere una certa soggezione. Così viene solitamente descritta la figura di Carlo Maria Martini, cardinale gesuita, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. 

Un ritratto, questo, certamente verosimile, ma incompleto, come evidenzia il lavoro svolto dalla Fondazione intitolata al cardinale, che ha presentato a Milano − insieme ad altre iniziative − il primo frutto delle proprie ricerche: un archivio digitale che consente di ricostruire il pensiero, lo stile pastorale e il carattere stesso di Martini. Rivelandone tratti inaspettati, almeno per il grande pubblico

Sono una trentina, al momento, le videointerviste realizzate nell’ambito del Progetto archivio, che verranno progressivamente rese disponibili online e che si affiancano a materiali originali dello stesso Martini come filmati, audio, manoscritti e fotografie. 

LE VIDEOTESTIMONIANZE

A rilasciare la loro testimonianza sono stati uomini e donne di Chiesa (a partire dai vicari e dai segretari alternatisi nei 22 anni di episcopato), ma anche esponenti di quella cultura laica con cui Martini amava confrontarsi: da Umberto Eco (intervistato pochi mesi prima della morte) a Massimo Cacciari, da Ferruccio De Bortoli a Gustavo Zagrebelsky. Oltre alla sorella Maris, la più titolata a ricostruire la parte meno nota della biografia martiniana, quella dell’infanzia e dell’adolescenza. 

Grazie a lei possiamo già scoprire aspetti estremamente “umani” che ci fanno sentire meno distante la figura del porporato torinese. «Era molto intelligente e molto buono», spiega nella lunga videointervista. «Il classico primo della classe che aiuta tutti a fare i compiti. Un suo ex compagno di scuola mi ha raccontato che Carlo un giorno gli disse: “Io te la passo la versione di greco, ma sei sicuro che sia per il tuo bene?”». La signora Maris ricorda anche un retroscena dell’ingresso nella diocesi ambrosiana, il 10 febbraio 1980: «Finita la cerimonia noi parenti andammo in Curia con lui. Venivano ritrasmesse le immagini dell’evento e noi eravamo incollati allo schermo. Allora mio fratello sbottò simpaticamente e ci fece notare che era lì con noi, non era necessario guardarlo in televisione». 

UN UMORISMO ALL’INGLESE

  

A proposito dei primi passi come arcivescovo, sono gustosi gli episodi raccontati da monsignor Erminio De Scalzi, segretario dal 1980 al 1983. «Aveva un umorismo all’inglese. Il primo giorno, in curia, facemmo la prova dei telefoni, che erano piuttosto vecchi: dal mio ufficio feci una chiamata interna verso il suo: “Eccellenza, mi sente?”, chiesi a voce alta. E lui, sornione: “Sì, ma attraverso la porta”». È sempre De Scalzi a ricordare alcune espressioni fulminanti di Martini: «Spesso, a causa di impegni serali, preferiva mangiare poco, magari solo tè e biscotti. Allora diceva alle suore che preparavano: “Stasera cena Schuster!”, riferendosi alla morigeratezza del predecessore».

E che dire, a proposito del Martini che non ti aspetti, dei racconti della sua guida spirituale Silvano Fausti circa le loro numerose gite in montagna o della “rivelazione” con cui Umberto Eco apre la sua testimonianza? «Aveva la faccia di un attore di Hollywood, e sapeva bere whisky. Per due volte mi sono trovato con lui a sorseggiarne un bicchiere, mentre chiaccheravamo. Insomma, era uno che sapeva vivere».

Un capitolo a parte, poi, meriterebbero i regali che Martini scambiava con i suoi collaboratori, doni mai banali, testimonianza di rapporti profondi e tutt’altro che formali. Racconta monsignor Roberto Busti, che di Martini fu il portavoce dai primi anni Ottanta al 1999: «Da prevosto di Lecco, incarico successivo alla mia collaborazione con il cardinale, avevo scritto una lettera un po’ dura alla curia per una decisione che non condividevo. Poco tempo dopo regalai a Martini un cannocchiale allegando un biglietto che diceva: “Se anche non riesce ad andare in alto, questo strumento l’aiuterà ad avvicinare le cose”. Risposta dell’arcivescovo, con riferimento alle mie proteste: “Ti ringrazio molto e mi serve, ma tu dovresti usarlo all’incontrario, così le cose che ti sono troppo vicine e ti inquietano le vedi più lontane”». 

STUDIO E IMMAGINAZIONE

Ma il regalo più inaspettato è forse quello di cui parla Silvia Giacomoni, giornalista che per la cronaca milanese di Repubblica seguì per molti anni il cardinale, divenendone poi amica: «Mi aveva raccontato che a 10 anni usò la sua mancia per comprare la Bibbia... Allora io mi divertivo, per compensare questa cosa, a regalargli libri per bambini. E lui apprezzava, tanto che una volta, in un intervento alle Scuole di formazione politica, invece dell’icona biblica che inseriva sempre nei suoi discorsi, usò come metafora una storia che gli avevo appena regalato: Alice nel paese delle meraviglie». 

L’ANEDDOTO PIÙ COMMOVENTE

  

A proposito di giochi d’infanzia, tra i vari aneddoti raccolti dall’Archivio Martini, uno dei più sorprendenti (e commoventi) è raccontato da monsignor Diego Coletti − collaboratore a vario titolo di Martini − che ricorda quando si recò insieme al cardinale in un’isola della Francia per un ritiro-vacanza: «Non vi dico la mia sorpresa quando Martini, il quale evidentemente sapeva che quell’isola era molto ventosa, tirò fuori dalla valigia un aquilone e si mise a usarlo. Vedendo quell’uomo così colto, spiritualmente attrezzatissimo, che si divertiva un mondo con un aquilone non potei non pensare all’invito di Gesù “Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli”».

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