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giovedì 22 febbraio 2018
 
STORIA E CURIOSITà
 

Carnevale. le radici religiose di maschere e trasgressioni

08/02/2018  Si tratta complessivamente di un grosso affare che fattura circa 200 milioni di euro all'anno. Le radici nelle civiltà egiziana, greca e romana. Il processo di reciproca accettazione con il Cattolicesimo non fu breve né facile. Nel 1468 papa Paolo II, amante della cultura e della buona cucina, volle indire solennemente il Carnevale nella città di Roma mettendo fine a secoli di ostilità.

Si maschera il volto. Poi ne combina di cotte e di crude. Ride e irride. Mangia, beve, balla. Scherza su tutto e su tutti. Salvo essere serio, serissimo, quando fa di conto. Già, perché il Carnevale, è (anche) un grosso affare. In Italia, indotto incluso, fattura complessivamente 200 milioni di euro. La parte del leone la fa Venezia con 55 milioni. Seguono Viareggio (26 milioni), Ivrea (2,5 milioni), e, via via, tutti gli altri. Lo rivela una ricerca del centro studi della Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa (Cna) pubblicata sul finire dello febbraio 2017, già tarata sulle cifre (stimate) dell’anno scorso.

Divertirsi richiede intelligenza, tempo e fatica. A Viareggio, ad esempio, la realizzazione di un carro presuppone sei mesi di lavoro, in genere da novembre a febbraio, per 220 ore mensili trascorse nella Cittadella del Carnevale, il complesso architettonico creato nel 2001 al fine di permettere la lavorazione dei carri in un ambiente adatto e sicuro. Nelle 25 imprese artigiane impegnate, oltre al titolare lavorano mediamente tre dipendenti specializzati. Ogni carro dispone, inoltre, di un ingegnere di riferimento per calcolo strutturale, collaudo e certificato di sicurezza.  Nulla è lasciato al caso, insomma. Né prima. Né dopo. I carri, autentiche opere d’arte, non vanno in pensione. I pezzi più significativi, terminato il Carnevale, emigrano. Vanno oltre Atlantico ad arricchire il Museo di Detroit o il Carnevale di New Orleans.

«Una vera e propria industria. E pensare che il Carnevale è nato per sovvertire l’ordine costituito», sorride Mariachiara Giorda, docente di scienze storico-religiose all’Università La Sapienza, di Roma. «Com’è noto, la parola Carnevale deriva dal latino carnem levare ("eliminare la carne"), forse influenzata anche da un altro termine latino, vale (quasi fosse "carne, addio"), poiché indicava il banchetto che si teneva l'ultimo giorno di Carnevale, subito prima del Mercoledì delle ceneri, inizio della Quaresima, tempo di astinenza e di digiuno». Il Carnevale che conosciamo noi, quello d’epoca cristiana di cui ci accingiamo a festeggiare l’edizione 2018 (Giovedì grasso è l’8 febbraio, Martedì grasso il 13), ha una lunga storia alle spalle e “parenti stretti” sparsi in molte parti del mondo.

«La festa getta radici nel mondo greco e in quello egiziano», spiega la professoressa Giorda. «C’è sicuramente l’eco dei riti dionisiaci, che al principio del secondo secolo avanti Cristo, attraverso l’Etruria, giunsero fino a Roma. E c’è un lontano profumo del Nilo. Il mondo romano, infatti, festeggiava la dea Iside, cosa che comportava anche la presenza di gruppi mascherati, come attesta lo scrittore Lucio Apuleio nell’undicesimo libro delle Metamorfosi. Presso i Romani la fine del vecchio anno era rappresentata da un uomo coperto di pelli di capra, portato in processione, colpito con bacchette e chiamato Mamurio Veturio».

Tutti momenti (compresi i Saturnali) segnati dalla trasgressione sia in campo alimentare che in quello sociale (gli schiavi si vivevano come uomini liberi e si comportavano di conseguenza) o in quello sessuale. «Si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi del convivere civile e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell'ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza», dice Mariachiara Giorda. «Da un punto di vista storico e religioso i festeggiamenti che precedettero il Carnevale rappresentavano un rinnovamento simbolico, durante il quale il caos sostituiva l'ordine costituito, che però una volta esaurito il periodo festivo, riemergeva nuovo o rinnovato e garantito per un ciclo valido fino all'inizio del Carnevale seguente».

Non filò sempre tutto liscio. «Nel 186 avanti Cristo, quand’era console Spurio Postumio Albino, con un apposito Senatus consultum de bacchanalibus il Senato di Roma deliberò di sciogliere il culto dionisiaco distruggendo i templi, confiscando i beni, arrestando i capi e perseguitando gli adepti. Inutile dire che non bastò la norma per cancellare la tradizione che sopravvisse sia a Roma (sempre più nascosta) sia soprattutto nell’Italia meridionale».  Feste simili esistevano in altre culture. «A Babilonia», riprende la professoressa Giorda, «dopo l’equinozio primaverile veniva ripresentato il processo di fondazione del cosmo, descritto miticamente dalla lotta del dio salvatore Marduk con il drago Tiamat che si concludeva con la vittoria del primo. Durante queste cerimonie si svolgeva una processione nella quale erano allegoricamente rappresentate le forze del caos ostili alla creazione. Questo periodo, che si sarebbe concluso con il rinnovamento del cosmo, veniva vissuto con una libertà sfrenata e un capovolgimento dell'ordine sociale e morale. Meno sfrenato e decisamente più gioioso il cosiddetto Carnevale ebraico. Purim (che letteralmente significa “sorti”) fa memoria delle vicende che portarono alla salvezza degli Ebrei dallo sterminio in Persia progettato da Haman: una storia raccontata dal libro di Ester. A Purim in Israele e nelle comunità ebraiche sparse in giro per il mondo ci si maschera, un modo per celebrare il totale capovolgimento della sorte di un intero popolo e si vuole sottolineare il ruolo nascosto che Dio ha avuto nella vicenda. Infine, come non parlare di Holi, la festa induista che si tiene in primavera ed è contrassegnata dal divertimento puro? È usanza sporcarsi il più possibile con polveri colorate per omaggiare un rito di origine indiano che simboleggia il desiderio di rinascere sotto altra forma, pieni di vita».

E il nostro Carnevale, in che modo si rapporta con il dato religioso? «Sia in quanto rappresentazione del caos cosmico che in quanto drammatizzazione del caos sociale il Carnevale interagisce fortemente con la sfera spirituale-religiosa, di cui comunque postula l’esistenza. Nel primo caso (il passaggio dal caos al cosmo) è evidente il riferimento all’intervento divino, con cui è necessario rinnovare periodicamente un dialogo fecondo: alla luce di queste premesse non sarebbe una forzatura considerare il Carnevale una festa religiosa a tutti gli effetti. Nel secondo caso (caos sociale), riconoscere alla festa le funzioni di contestare, sospendendo o addirittura sovvertendo certe norme sociali nonché le autorità che di queste sono garanti, pur arrivando a dar vita a eccessi in campo alimentare e sessuale, s’iscrive tuttavia in un perimetro in cui Stato e Chiesa hanno l’ultima parola perché anche i comportamenti più spinti sono previsti e confinati in confini spazio-temporali delimitati dalla tradizione: in ultima analisi servono a ribadire la necessità di un ordine unitario sia pure idealmente nuovo o quanto meno rinnovato che trova la propria legittimazione nelle autorità civili e in quelle religiose»

Tra Carnevale e Cattolicesimo il processo di reciproca accettazione non fu breve né facile. «Si usa individuare nel 1468 una data spartiacque», conclude Mariachiara Giorda. «In quell’anno papa Paolo II , rampollo di una nobile famiglia veneziana, amante della cultura e della buona cucina, volle indire solennemente il Carnevale nella città di Roma mettendo fine a secoli di ostilità. Da allora maschere, musiche e balli divennero definitivamente le cifre del nostro Carnevale».

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