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Una signora esulta all'uscita dalla banca rapinata nel quartiere Vomero a Napoli.
Maschere da attori, ostaggi chiusi in una stanza ma “trattati bene”, fuga nelle fogne. Sembra una scena de La casa di carta e invece è accaduto a Napoli. La rapina da film del 16 aprile alla filiale di Crédit Agricole di piazza Medaglie d’Oro, al Vomero, ha fatto subito il giro dei social: circolavano i video dell’assalto e, nei commenti, in tanti si chiedevano se fosse tutto vero o una messa in scena.
«Ormai è un tema pervasivo», spiega Daniela Cardini, docente di Teoria e tecniche del linguaggio televisivo all’Università IULM di Milano. «Non possiamo più – o forse non vogliamo più – scindere la realtà dalla finzione. La domanda non è solo “sto guardando qualcosa di vero o di finto?”, ma “con che attitudine lo sto guardando?”. Nel momento in cui è vero - ma io lo percepisco come se fosse un film o una serie - cosa cambia nel mio atteggiamento nei confronti di quel fatto di cronaca?».
La distanza si assottiglia sempre di più: non solo la realtà finisce per sembrare finzione, ma spesso è la finzione a colpirci più dei fatti reali. «Pensiamo ai casi di cronaca, ai femminicidi: li percepiamo con orrore, certo, ma anche con una distanza talvolta ingiustificata. Se invece la stessa storia ci viene raccontata in un film o in una serie, ci colpisce molto più profondamente», aggiunge la docente.
Non emulazione, ma “osmosi”
Dopo aver saputo della rapina di Napoli, il riferimento alle serie tv è stato immediato. E’ emulazione? «Parlerei piuttosto di osmosi», chiarisce Cardini, «di sovrapposizione di piani. Il punto è la permeabilità: non esiste più una cesura tra ciò che è reale e ciò che viviamo quotidianamente attraverso lo schermo». Parlare di emulazione, quindi, è fuorviante. Quando si verifica, riguarda casi limite. Alcuni studiosi parlano di “bad fans”, ovvero i fan “cattivi”. «Sono quelli che imitano i personaggi come Walter White o altri antieroi della fiction. Ma lo fanno perché hanno un problema nella percezione della realtà. Normalmente tutti noi abbiamo dei meccanismi di protezione: sappiamo che è finzione e sappiamo che nella realtà andremmo incontro a conseguenze, come la galera».


L’antieroe e il fascino del crimine
Non si può, però, ignorare il ruolo di serie come La casa di carta che hanno contribuito a costruire un’iconografia del rapinatore. «C’è un’immagine dell’antieroe che è ormai riconoscibile», continua Cardini. «Ma non nasce solo dalle serie. Esisteva già nella cronaca». Il riferimento è a figure come Renato Vallanzasca: «Era il “bandito gentiluomo”. Come può esistere una figura del genere? Eppure, esisteva. Le donne gli scrivevano in carcere dicendo “ti voglio sposare”. Non era finzione, era realtà. Ma era raccontata in modo romanzato».
Il meccanismo della rapina alla filiale di Crédit Agricole di Napoli è stato simile: alcuni ostaggi hanno raccontato di essere stati “trattati bene” dai criminali. «È incredibile», sottolinea Cardini. «È un linguaggio tipicamente finzionale. Cosa vuol dire “ci hanno trattato bene”? Sei stato vittima di una rapina». Questa reazione spiega perfettamente quanto l’immaginario sia oggi pervasivo. «È come se quella rapina, per chi l’ha vissuta, fosse diventata una scena di un film. Quindi non vale solo per chi guarda dall’esterno: anche chi è dentro finisce per leggerla attraverso gli stessi codici».
Quando la realtà supera l’immaginazione
Non è più la fiction a imitare la realtà, ma spesso il contrario. «È una realtà che supera l’immaginazione», osserva la docente. «Una rapina così la immagini nei film, non nella vita reale. E invece accade. E viene raccontata come qualcosa di “ben riuscito”, quasi con ammirazione». Il risultato? Una realtà che sembra già vista. «È come quando guardiamo un attore e diciamo: “sembra vero”. Qui succede il contrario: è vero, ma sembra un film».



