A Manfredonia, nel foggiano, la scelta di accogliere si è trasformata in una prova difficile, segnata da tensioni, attacchi personali e divisioni. Al centro della vicenda c’è l’arcivescovo padre Franco Moscone, finito nel mirino di una violenta ondata di polemiche per aver sostenuto un progetto di ospitalità rivolto a circa settanta migranti richiedenti asilo.

A seguito di sollecitazione della Prefettura di Foggia e portando a conoscenza il sindaco Domenico La Marca e l’Amministrazione comunale di Manfredonia, è stato stilato un progetto per dare accoglienza ad una settantina di extracomunitari già presenti nel territorio comunale, presso la Casa della Carità di Manfredonia che fino al 2019 già svolgeva questo compito. La struttura fungerà da CAS, Centro di Accoglienza Straordinaria, per un successivo inserimento dei migranti nel progetto SAI, Sistema Accoglienza e Integrazione.
Il primo a essere preso di mira è stato proprio il sindaco, che aveva spiegato di aver sostenuto il progetto «nella consapevolezza della complessità legata al superamento dell’insediamento della cosiddetta “pista”, situato a poche centinaia di metri dalla Borgata di Mezzanone. Una complessità che richiede responsabilità istituzionale, collaborazione tra enti e una visione comune, già espressa dal territorio, dalla Regione e dallo Stato, attraverso l’azione della Prefettura, per la realizzazione di interventi integrati».

Dopo le prime accuse al primo cittadino è giunta la solidarietà del vescovo Moscone che ha sottolineato con fermezza che «è preciso dovere umano e cristiano accogliere questi fratelli migranti in strutture di accoglienza che permettano loro di usufruire di servizi sociali appropriati e di ambienti comuni per rendere la loro vita dignitosa e degna di tutte le garanzie, come qualsiasi cittadino. Non possiamo ricordarci di loro solo quando succedono disgrazie terribili».

Una solidarietà che ha innescato una reazione aspra, soprattutto sui social network, dove si sono moltiplicati commenti offensivi e attacchi personali, spesso accompagnati da linguaggio volgare. Ad accattare il prelato alcuni esponenti del centro destra, minoranza al governo della città, e parte della popolazione.
Moscone non nasconde lo stupore per la durezza dei toni: «Io accetto le critiche, le accuse a volte, ma non le forme di questi ultimi giorni. Non me l’aspettavo in questo momento». Il presule rivendica con fermezza il senso del suo operato, radicato nel Vangelo e nella responsabilità civile: «Forse vogliono colpire altri e prendono di mira me. Ho in mente i motivi e le finalità, ma io non cedo». E indica con chiarezza le priorità del suo ministero: «I due, tre punti che ho portato avanti in questi anni con decisione non li mollo: la pace, l’accoglienza e il tema della legalità, dello sfruttamento e del bisogno di ricostruire una società diversa su questo territorio». Parole che si inseriscono in un contesto complesso, segnato da criticità profonde: «Il nostro», spiega, «è un territorio difficile, ma qualcosa sta cambiando. Il silenzio diventa connivenza».
A pochi chilometri da Manfredonia si trova il ghetto di Borgo Mezzanone, dove oltre duemila migranti vivono in condizioni estreme, senza adeguate garanzie igienico-sanitarie. Una realtà che il vescovo denuncia da tempo e che rende ancora più urgente ogni tentativo di accoglienza dignitosa. «Non si può nascondere quello che accade nel nostro territorio. Da cittadino, prima ancora che da vescovo, non posso esimermi dal dire certe cose». Moscone richiama anche le responsabilità legate allo sfruttamento: «L’elemento più grave è che ci sono interessi di potere e di denaro gestiti in maniera illegale. Penso al lavoro nero, al caporalato». L’arcivescovo lega la sua azione a un impegno più ampio per la giustizia sociale: «Il vescovo è un cittadino cristiano e deve parlare con le forme del Vangelo. Errori ne ho fatti, sempre in buona fede e per il bene della mia comunità, ma questa è la mia linea fin dall’inizio».

A sostegno del vescovo si è espressa con forza Libera, che ha denunciato il clima ostile e richiamato l’attenzione sul dramma dei migranti nel territorio. «Quella che si consuma nelle campagne del Tavoliere», sostiene la rete di associazioni guidata da don Luigi Ciotti, «è una situazione “al limite dell’umano”, una vergogna che riguarda tutti». L’associazione, inoltre, sottolinea come padre Franco sia «voce coerente che senza timore continua a denunciare l’assenza di dignità, diritti, umanità che abita a due passi dalle nostre vite tranquille e che non smette di interrogare le nostre coscienze». E denuncia con chiarezza il senso degli attacchi: «Assistiamo con sgomento ad un attacco nei confronti di padre Franco che nasconde una triste verità: ci sono ancora vite che valgono meno di altre». Libera richiama anche il legame tra accoglienza e legalità: «Non può esserci sviluppo né progresso senza rimettere al centro la persona umana, con i suoi diritti e la sua dignità».
La vicenda di Manfredonia pone interrogativi profondi alla coscienza civile ed ecclesiale. Da una parte la paura, alimentata da rabbie fomentate, da semplificazioni e tensioni sociali esasperate; dall’altra una proposta di accoglienza che si richiama direttamente al Vangelo. Nelle parole di Moscone emerge una sfida che va oltre la polemica: «Il silenzio diventa connivenza». E in quelle di Libera un appello collettivo: «Una comunità sicura è una comunità che accoglie, riconosce e integra».
In questo scenario, la scelta del vescovo appare come una testimonianza scomoda ma necessaria, capace di richiamare tutti (istituzioni, cittadini e credenti) alla responsabilità verso gli ultimi e alla costruzione di una società più giusta e umana, capace di riconoscere e accogliere l’altro.