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sabato 20 luglio 2019
 
la storia
 

Chiara Corbella Petrillo, primo passo verso la beatificazione

18/07/2018  A sei anni dalla morte, la diocesi di Roma ha pubblicato l’Editto che dà il via la processo: «La sua oblazione rimane come faro di luce della speranza, testimonianza della fede in Dio, Autore della vita, esempio dell’amore più grande della paura e della morte». La giovane donna morì a 28 anni il 13 giugno 2012 dopo aver rifiutato le cure di un tumore per portare avanti una gravidanza

Il cardinale vicario di Roma Agostino Vallini, ai funerali, l’aveva definita la «seconda Gianna Beretta Molla». La sua vicenda ha commosso e affascinato il mondo e molti la pregano già come santa. Ora, a sei anni dalla morte della serva di Dio Chiara Corbella Petrillo, la diocesi di Roma ha fatto il primo passo verso la sua beatificazione, pubblicando l’editto che avvia, di fatto, il processo. Sposata con Enrico Petrillo il 21 settembre 2008, durante la terza gravidanza a Chiara fu diagnosticato un tumore. Le eventuali cure avrebbero avuto conseguenze mortali sul nascituro ma decise invece di portare a compimento la gravidanza. Chiara era già stata madre, anche se per poche ore, di due bimbi Maria e Davide nati con gravi malformazioni ma fortemente voluti. «Nel matrimonio - scriveva allora Chiara - il Signore ha voluto donarci dei figli speciali: Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita ci ha permesso di abbracciarli, battezzarli e consegnarli nelle mani del Padre in una serenità e una gioia sconvolgente. Ora ci ha affidato questo terzo figlio, Francesco che sta bene e nascerà tra poco, ma ci ha chiesto anche di continuare a fidarci di Lui nonostante un tumore che ho scoperto poche settimane fa e che cerca di metterci paura del futuro, ma noi continuiamo a credere che Dio farà anche questa volta cose grandi».

«Laica e madre di famiglia, sposa e madre di grande fede in Dio», si legge nell’Editto che sarà affisso in Vicariato, «la sua oblazione rimane come faro di luce della speranza, testimonianza della fede in Dio, Autore della vita, esempio dell’amore più grande della paura e della morte».

«Essendo andata aumentando, col passare degli anni, la sua fama di santità ed essendo stato formalmente richiesto di dare inizio alla causa di beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio - prosegue il documento - nel portarne a conoscenza la comunità ecclesiale, la Diocesi di Roma invita tutti e singoli i fedeli a comunicarci direttamente o a far pervenire al Tribunale Diocesano del Vicariato di Roma tutte quelle notizie, dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità della Serva di Dio».

Nelle prossime settimane sono quindi da consegnare al Tribunale diocesano – in copia originale o debitamente autenticata - tutti gli scritti attribuiti alla giovane, non solo «le opere stampate», già peraltro raccolte dalla Postulazione, ma «i manoscritti, i diari, le lettere ed ogni altra scrittura privata» che la giovane madre ha stilato nei 28 anni in cui è vissuta.

Sapere che il suo sacrificio è servito a qualcosa mi rende molto felice

In un’intervista qualche mese dopo la morte, il marito Enrico aveva raccontato quanto entusiasmo aveva suscitato la testimonianza della moglie: «La cosa positiva», disse, «è che quanto successo sta portando tanti frutti nel mondo intero. Mi arrivano e–mail da tutto il mondo e sapere che il suo sacrificio è servito a qualcosa mi rende molto felice; chissà quanti bimbi - già lo so perché tanti me lo hanno già scritto - nascono perché lei ha dato la sua testimonianza. E questo mi rende un marito molto orgoglioso delle sue scelte. Dopo la diagnosi di terminalità mi disse: “Senti Enrico, ma se tu sapessi che il tuo sacrificio potrebbe salvare dieci persone, lo faresti?”. Ho risposto: “Spero di sì. Spero che Dio mi dia la grazia di farlo”. E lei mi ha risposto: “Bene, credo che potrei chiedergli la guarigione ma solo Dio sa quello che voglio veramente”. Questo è quello che mi ha detto Chiara, e in quel momento ho intuito che forse c’era molto di più rispetto ad una guarigione fisica».

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