La separazione tra Leonardo Maria Del Vecchio e l'ex compagna Sara Soldati è finita al centro dell'attenzione mediatica dopo il provvedimento con cui il Tribunale civile di Milano ha disposto che la loro figlia, di appena un anno, venisse riconsegnata alla madre entro il 28 luglio. La bambina resterà con lei almeno fino al 10 agosto, quando il giudice civile discuterà le modalità del suo affidamento.

La vicenda è esplosa dopo che Sara Soldati ha denunciato l'ex compagno alla Procura di Milano per sottrazione di minore, sostenendo che dal 9 luglio non le fosse più stato consentito di vedere la figlia. Secondo la ricostruzione della sua difesa, proprio quel giorno i due genitori avevano festeggiato insieme il primo compleanno della bambina a Montecarlo. Il giorno successivo, Leonardo Maria Del Vecchio sarebbe partito con la piccola a bordo del suo yacht, diretto prima verso la Toscana, poi all'isola d'Elba e infine in Sardegna, impedendo alla madre di contattarla o di ricevere sue fotografie.

Soldati avrebbe poi raggiunto Porto Cervo per poter rivedere la figlia a bordo dello yacht dell'imprenditore. L'incontro, però, sarebbe durato solo pochi minuti. Da qui la decisione di presentare una querela nella quale contesta all'ex compagno anche il reato di violenza privata. La Procura di Milano ha quindi iscritto Leonardo Maria Del Vecchio nel registro degli indagati per l'ipotesi di sottrazione di minore.

Leonardo Maria Del Vecchio, però, respinge la ricostruzione dell'ex compagna. Attraverso i suoi legali afferma che Sara Soldati fosse stata invitata a trascorrere del tempo con la figlia nel rispetto degli accordi già esistenti tra i due genitori e che le fosse stata offerta anche la possibilità di portarla con sé in un luogo sicuro. L'imprenditore definisce inoltre «false, diffamatorie e calunniose» le contestazioni mosse nei suoi confronti e annuncia ulteriori iniziative giudiziarie.

Il 28 luglio la bambina è stata infine riconsegnata alla madre a Porto Cervo, dove resterà almeno fino al 10 agosto, data dell'udienza davanti al giudice civile chiamato a decidere le modalità dell'affidamento.

Il caso Del Vecchio-Soldati offre l'occasione per riflettere su un tema che riguarda molte famiglie: che cosa succede quando una separazione si trasforma in uno scontro così profondo da finire nelle aule di tribunale? Come si tutela davvero il benessere dei figli e quale ruolo può avere la mediazione familiare? Ne abbiamo parlato con l'avvocata Grazia Ofelia Cesaro, esperta in diritto nazionale e internazionale della famiglia e minorile.

Quando una coppia si separa, qual è il rischio più grande che si corre se si perde di vista il benessere dei figli?

«Nella mia esperienza professionale, quando la conflittualità tra i genitori diventa elevata si rischia di perdere di vista la crescita e il benessere dei figli, che hanno bisogno di un ambiente sereno, stabile e protetto. È un bene prezioso, ma spesso passa in secondo piano quando le tensioni prendono il sopravvento. Negli anni ho osservato numerosi casi in cui, nonostante la straordinaria capacità di resilienza dei bambini e dei ragazzi, un clima familiare fortemente conflittuale ha inciso direttamente sul loro equilibrio. Non sono una psicologa, ma nelle consulenze tecniche disposte dal tribunale vediamo che le conseguenze non sono affatto astratte: emergono nella quotidianità, nel comportamento, nelle emozioni e, talvolta, persino nel corpo dei minori. Nei più piccoli gli effetti possono manifestarsi subito: ansia, paura, difficoltà a sentirsi al sicuro. Alcuni sviluppano una profonda insicurezza, faticano a separarsi dai genitori o mostrano uno stato di allerta costante. Nei casi più gravi ho osservato anche fenomeni di somatizzazione, come episodi di encopresi, anche in ambito scolastico, disturbi del sonno e regressioni. Altri tendono invece a isolarsi, ad abbandonare le attività che prima li coinvolgevano o a evitare il contatto con i coetanei. Nei ragazzi più grandi la conflittualità genitoriale amplifica le “montagne russe” tipiche dell'adolescenza. Vediamo aumentare disturbi d'ansia, disturbi alimentari e, nei casi più complessi, comportamenti autolesivi, consumo di sostanze e disturbi psichiatrici. C'è poi un aspetto spesso sottovalutato: il conflitto tra i genitori può accentuare quel senso di onnipotenza tipico dell'adolescenza. Quando mamma e papà litigano continuamente o si smentiscono a vicenda, il ragazzo finisce per percepirsi come svincolato dalle regole. L'autorevolezza educativa dei genitori si indebolisce e diventa molto più difficile intervenire in modo efficace. In sintesi, la conflittualità genitoriale non è mai neutra. Lascia tracce, talvolta profonde, nel percorso di crescita dei figli. Riconoscerlo è il primo passo per tutelarne davvero il benessere».

Quanto è importante la mediazione familiare per evitare che un figlio diventi il terreno dello scontro tra mamma e papà?

«La separazione è sempre un passaggio delicato, ma non deve mai trasformarsi in una frattura della funzione genitoriale. Come ricordiamo spesso, la coppia si separa, i genitori no: la responsabilità educativa nei confronti dei figli resta e deve continuare a essere esercitata in modo condiviso. Non a caso il nostro ordinamento, in attuazione del principio del superiore interesse del minore, prevede come regola generale l'affidamento condiviso. Solo in presenza di circostanze eccezionali, adeguatamente motivate, il giudice può disporre forme diverse, come l'affidamento esclusivo o, nei casi più gravi, quello cosiddetto super esclusivo, attribuito a un solo genitore. In assenza di questi presupposti, tutte le decisioni di maggiore importanza per la vita del figlio devono essere assunte congiuntamente. In questo contesto la mediazione familiare riveste un ruolo fondamentale. La riforma Cartabia ne ha rafforzato la centralità, riconoscendola come uno strumento privilegiato per ricostruire il dialogo tra i genitori. Attraverso un percorso di mediazione è possibile recuperare una comunicazione più efficace, ridurre il livello di conflittualità e costruire accordi realmente orientati alla tutela del benessere dei figli».

La bambina coinvolta in questa vicenda ha appena un anno. C'è chi pensa che, essendo così piccola, non possa risentire del conflitto. È davvero così o anche i bambini molto piccoli percepiscono tensioni, separazioni e instabilità?

«Come ho già precisato, non sono una psicologa e non intendo invadere competenze che non mi appartengono. Posso però dire, per esperienza professionale, che già intorno al primo anno di vita un bambino è in grado di riconoscere le proprie figure di riferimento e di costruire legami di attaccamento fondamentali per il suo sviluppo. Anche i bambini molto piccoli sono straordinariamente ricettivi: assorbono ciò che accade intorno a loro e percepiscono tensioni ed emozioni, anche quando gli adulti cercano di nasconderle. Per questo vengono spesso definiti delle vere e proprie “spugne emotive”. La buona notizia è che, proprio perché ci troviamo nelle primissime fasi della crescita, esiste un margine più ampio per intervenire e cambiare rotta. Se il conflitto familiare lascia presto spazio a un contesto fatto di cura condivisa, stabilità e affetto, la capacità di recupero dei bambini è sorprendente e le ferite possono rimarginarsi più facilmente. La qualità del clima familiare, soprattutto nei primi anni di vita, incide infatti in modo diretto sul senso di sicurezza del bambino e sulla sua capacità di costruire legami affettivi solidi».

Questa è una vicenda che coinvolge una famiglia molto ricca e conosciuta. Il denaro e le possibilità economiche possono proteggere i figli dagli effetti di una separazione altamente conflittuale oppure il dolore emotivo resta lo stesso, se non addirittura più complesso?

«Il tema del denaro all'interno della famiglia mi affascina da sempre, perché nel diritto di famiglia ci troviamo spesso davanti a un paradosso: elevate disponibilità economiche non coincidono necessariamente con un maggiore benessere emotivo. Siamo abituati a pensare che più risorse significhino più felicità, ma la mia esperienza professionale mi dice che non è sempre così. Naturalmente, in un Paese in cui oltre un milione di minori vive in povertà assoluta, le possibilità economiche garantiscono condizioni essenziali di benessere: stabilità, continuità educativa, accesso alle cure e opportunità di crescita. È un aspetto che non va mai sottovalutato. Quando però si entra nel terreno delle separazioni e dei conflitti familiari, il denaro può trasformarsi in un amplificatore del disagio: moltiplica le decisioni da condividere, può essere utilizzato come strumento di pressione e, talvolta, persino di ricatto. In questi casi non risolve il conflitto, ma rischia di renderlo ancora più complesso. Per questo, quando valuto il benessere di un bambino coinvolto in una separazione, non considero il patrimonio economico l'indicatore principale. Ci sono elementi molto più significativi: la qualità del clima familiare, la capacità dei genitori di collaborare e il livello di conflittualità a cui il minore è esposto. Un bambino di cui ero curatrice speciale me lo ha insegnato con una frase che non ho mai dimenticato: “Mi manca che prima si rideva sempre, ora sento solo urlare o silenzio”. Ecco, credo che il benessere dei figli si misuri soprattutto lì: nel clima emotivo che si respira in casa, nella possibilità di ridere insieme e nella continuità degli affetti, che permette ai bambini di sentirsi davvero al sicuro, indipendentemente dal reddito della famiglia».