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Tristan (a sinistra, 38 anni) e Andrew Tate, 39, influencer britannici, arrestati il 19 luglio scorso negli Stati Uniti. Sono coinvolti in inchieste giudiziarie per accuse di presunto traffico di esseri umani, sfruttamento e stupro.
Non basta essere sotto processo per smettere di essere un modello. Andrew Tate è ancora uno degli uomini più seguiti e discussi su internet e continua a influenzare negativamente milioni di ragazzi nel mondo. Ex campione di kickboxing diventato influencer ha costruito la propria fama sui social, trasformando il lusso, il successo e una mascolinità tossica nel proprio marchio di fabbrica.
Il 18 luglio scorso Andrew e il fratello Tristan Tate sono stati arrestati a Miami su richiesta delle autorità britanniche. Nel Regno Unito pendono su di loro decine di capi d’imputazione, tra cui stupro, tratta a fini di sfruttamento sessuale, aggressione e reati relativi a immagini pedopornografiche e pornografia estrema. Entrambi si sono dichiarati innocenti e le vicende giudiziarie non sembrano averne incrinato la popolarità: Perché?


«Le lancette sono tornate indietro di due secoli. Quello che vediamo non è un modello nuovo: è il ritorno dell’uomo forte, dominante, padrone della relazione», spiega lo psichiatra e psicoterapeuta Leonardo Mendolicchio. «È un archetipo antico che oggi, in un momento di grande incertezza identitaria, torna ad apparire rassicurante per molti ragazzi».
Il cuore del fenomeno è il racconto costruito attorno a un uomo che ostenta ricchezza, auto di lusso, potere e successo con le donne, facendone la misura del proprio valore. «Funziona perché attecchisce su un retroterra culturale che non abbiamo ancora superato. Dentro ogni uomo c’è ancora un po’ l’idea del maschio forte, del maschio che non deve chiedere mai».
È proprio attorno a questo racconto che, secondo Mendolicchio, si costruisce una comunità: «Non parlerei di una vera e propria ideologia misogina, quanto piuttosto di uno storytelling. È anche un business: più riesci a creare una comunità, più quella comunità diventa un mercato». E perché uno storytelling funzioni, non basta un eroe da imitare: serve anche un antagonista. «Se vuoi aggregare il mondo maschile devi trovare qualcuno contro cui combattere. In questa narrazione quel ruolo viene attribuito alla donna. Non perché il femminile sia davvero un problema, ma perché chi costruisce questo racconto ha bisogno di un bersaglio comune capace di aggregare il gruppo».
Per molti ragazzi, tutto questo non si presenta come un’ideologia, ma come un insieme di contenuti apparentemente innocui. Li incontrano scorrendo i social, tra video, profili e messaggi che promettono sicurezza di sé, riconoscimento e successo, e che finiscono per accompagnarli all’interno della cosiddetta manosfera.
L’ingresso in questa dimensione è spesso graduale e impercettibile. Alla domanda se un ragazzo possa partire da contenuti apparentemente innocui e ritrovarsi, poco alla volta, immerso nella manosfera, Mendolicchio non ha dubbi: «Temo di sì. Se io sono un ragazzino che inizia a seguire i profili di quelli che vanno in palestra e insegnano tecniche di seduzione, il giorno dopo posso trovarmi davanti il misogino che mi dice: “Ti insegno io come diventare ricco, forte e di successo”. Questo diventa pericolosissimo».
In questo percorso entrano in gioco anche gli algoritmi. Le piattaforme tendono infatti a proporre contenuti sempre più simili a quelli con cui l’utente ha già interagito, rafforzando progressivamente la stessa narrazione. «Se è vero che gli algoritmi tendono a sostenere alcune narrazioni più di altre, allora è evidente che un ragazzo possa essere accompagnato verso questo tipo di sottocultura», osserva Mendolicchio. Ma il problema, secondo lo psichiatra, nasce prima: «Siamo totalmente sprovveduti rispetto a quanto la narrazione digitale sia molto più pervasiva della nostra. A volte la nostra narrazione semplicemente non esiste».
Per Mendolicchio il problema non è solo ciò che i ragazzi incontrano online, ma anche ciò che spesso non trovano nel rapporto con gli adulti. Da qui il richiamo alle responsabilità di famiglie e scuola. «Quante volte raccontiamo ai nostri figli che cosa pensiamo della vita? Che cosa significa rispettare le donne? Che cosa significa essere uomini? Questi temi, che sono temi esistenziali, quanto entrano davvero nelle conversazioni tra genitori e figli o tra insegnanti e ragazzi? Facciamocela questa domanda». E aggiunge: «Nel momento in cui ci accorgiamo che questo dialogo manca, dobbiamo recuperare terreno. E se invece siamo adulti presenti, dobbiamo essere molto bravi a instillare nelle giovani generazioni il senso del dubbio e della critica».
Quale alternativa, allora, possiamo offrire ai ragazzi rispetto al modello proposto da Andrew Tate? Per Mendolicchio la risposta parte da una prospettiva diversa: «Il successo è una conseguenza, non l’obiettivo della vita. Le cose belle arrivano quando si segue una direzione che ha significato, quando si inseguono i propri desideri e le proprie passioni. Se l’unico scopo diventa essere ricchi, potenti o ammirati, il successo rischia di trasformarsi in una condanna». E conclude: «Non bisogna demonizzare il successo, la ricchezza o la bellezza. Bisogna ricordare ai ragazzi che sono il possibile effetto di una vita vissuta con senso, non il fine da perseguire a ogni costo».








