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mercoledì 17 gennaio 2018
 
 
Credere

Chiesa dei Santi martiri d’Uganda. Stefano è un dono per noi

11/01/2018  In questa parrocchia romana un ragazzo autistico ha trovato casa. «Qui è accettato per quello che è, e tutti gli vogliono bene», dicono i genitori, che a lungo hanno cercato una comunità dove seguire le celebrazioni

È una domenica d’inverno, la stagione è fredda. Solo fuori però, perché all’interno della comunità romana dei Santi martiri d’Uganda, splende un sole che scalda anche i cuori più afflitti. La chiesa è gremita e regna un’atmosfera di festa che contagia  anche i fedeli più timidi: merito dello spirito d’accoglienza che la contraddistingue, egregiamente espresso dalle parole del parroco, don Luigi D’Errico: «Dove si può imparare quello che serve sempre e a tutti? Io credo che si impari da Gesù. Gesù insegnava proprio questo, quando diceva che se non si amano gli altri, come si può amare Dio? Si può arrivare a Dio in tanti modi, ma uno dei modi di cui Gesù parla tanto è attraverso gli altri», dice mentre si prepara a battezzare Cecilia, una bambina di 10 anni.

Dai sedili traboccano nonni, genitori, zii, cugini e  parrocchiani. I bambini sono seduti per terra, intorno all’altare, e uno di loro non riesce a trattenere un moto di ammirazione: «Questo prete è davvero forte!», esclama, accompagnando la frase con un sorriso compiaciuto. Poco più in là, seduto al centro dell’assemblea, c’è un ragazzo alto e robusto che segue la Messa con molta attenzione. Stefano, questo è il suo nome, sta aspettando che arrivi il suo momento preferito, quello dell’offertorio.

LA FORZA DELL’ACCOGLIENZA

Stefano aveva due anni quando gli è stato diagnosticato l’autismo. Le cure incessanti cui è stato sottoposto gli hanno fatto fare enormi progressi sia nel campo cognitivo che in quello comunicativo. Ha mantenuto ancora alcuni attenuati comportamenti stereotipi, ma non ha particolari problemi dal punto di vista motorio. All’inizio non parlava, ora riesce a pronunciare alcune parole, legge, scrive, gioca a rugby e l’8 dicembre ha ricevuto la Cresima.

«Credo non sia stato per caso ma per un chiaro segno di Dio se al suo Battesimo, quando il suo male non era ancora manifesto, scegliemmo proprio di cantare “non è linguaggio, non sono parole di cui non si oda il suono” (Salmo 19). Lo stesso salmo, cantato come ninna-nanna quando lui era piccolo, è stato per me di grande sostegno nei momenti più difficili ove mi sembrava impossibile comunicare con lui», ha scritto Angelo Piero Paci, il padre di Stefano, poco prima di mancare lo scorso aprile.

Angelo conosceva bene suo figlio e sapeva che, al di là delle parole, egli capisce tutto e sa cogliere immediatamente gli atteggiamenti di biasimo, insofferenza e disprezzo nei suoi confronti così come sa riconoscere la sincerità e i sentimenti positivi di cui è destinatario.

C’è una categoria di persone che Stefano non ama particolarmente, definite affettuosamente da Angelo “bacchettone”. «Uso questo termine solo perché nomina sunt consequentia rerum (i nomi sono conseguenti alle cose, ndr), non certo per biasimo», tiene a precisare Angelo nei suoi scritti, in cui ripercorre le tappe fondamentali della vicenda. Ma in queste figure la famiglia Paci si è spesso imbattuta nel luogo dove meno se lo sarebbe aspettato: nella casa del Signore.

VERSO LA CASA DI DIO

  

Angelo e sua moglie Miriam hanno sempre desiderato trasmettere la loro fede ai figli, Francesco e Stefano. Ma ciò che per molte famiglie è normale, per loro si rivela sin da subito un percorso affannoso e pieno di delusioni.

Quando partecipano alla Messa trovano sempre qualcuno che ritiene Stefano semplicemente un maleducato ed esprime un giudizio severo su di lui, rifiutando di prendere in considerazione il suo disturbo come unica spiegazione plausibile ai suoi comportamenti. Per ironia della sorte o forse per un sano istinto di conservazione, in questi casi Stefano non dà il meglio di sé e davanti ai loro sguardi giudicanti e taglienti si innervosisce e aumentano i suoi vocalizzi, le sue corse e i battiti di piedi. «Addirittura una volta un sacerdote ha interrotto l’omelia per invitarci a uscire», ricorda Miriam, che non potendone più quel giorno decide di reagire. «Sotto lo sguardo esterrefatto di Angelo sono salita all’altare e ho preso la parola. Ho chiesto scusa, spiegando che mio figlio è autistico. Ho anche detto che eravamo intenzionati a seguire la Messa nella parrocchia dove il nostro primogenito aveva ricevuto la Comunione, ma poiché stavamo disturbando ce ne saremmo andati! Il prete è rimasto di ghiaccio e noi siamo usciti».

DA UNA CHIESA ALL’ALTRA

La famiglia Paci inizia così a visitare tante chiese diverse, nella speranza di trovarne una dove poter esercitare la propria libertà di culto e adempiere all’impegno di trasmettere la fede ai figli, un luogo dove anche Stefano venga accettato per quello che è, senza essere di disturbo, intralcio o scandalo per nessuno. E quando puntualmente credono di averla trovata, la “falange delle bacchettone” si schiera sempre lungo il loro cammino.

Avevano quasi perso la speranza quando un giorno, a Natale, Angelo riceve la telefonata di un amico che non sentiva da molto tempo. «La madre del nostro amico faceva la catechista e ha chiesto chi dei nostri figli fosse in età da Comunione. Stefano lo era, così siamo approdati alla parrocchia dei Santi martiri d’Uganda e le cose hanno iniziato a cambiare», spiega Miriam.

Il parroco e le catechiste pronunciano parole di amore e, quello che più conta, alle parole seguono i fatti. Stefano non viene più visto come una palla al piede o motivo d’imbarazzo, ma un arricchimento per tutta la comunità. Viene messo subito a suo agio e nelle condizioni di dare il meglio di sé, è ammesso con i bambini normalmente abili, dai quali viene accolto con interesse nella  condivisione della preparazione alla prima Comunione. «Allora ho visto realizzate le parole di Gesù Cristo riferite al cieco nato: né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio (Giovanni 9,3)», scrive Angelo Paci.

LA GIOIA DELLA MESSA

  

La funzione è quasi a metà. Una suora invita i bambini a salire sull’altare; è suor Yuliana Hinostrosa, la creatrice de Il ballo del cristiano. I bambini lo conoscono benissimo e l’assemblea l’impara in un attimo. Nell’aria dei Santi martiri d’Uganda si alza leggero il sorriso di Stefano insieme alle note allegre che pizzicano le gambe di tutti. Coraggio, si balla!

Foto di Stefano Dal Pozzolo/Contrasto

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