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Alla raffineria di Napoli i tir girano in tondo. Non si fermano, perché fermarsi è reato; non vanno da nessuna parte, perché non c'è più nulla da raggiungere. Camion in fila lenta, motori accesi, autisti che aggirano la denuncia con un giro dell'isolato. L'immagine di questa protesta è tutta qui: un Paese che gira a vuoto mentre conta i danni.
I danni, ormai, si pesano. Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione, ha raccontato al Corriere della Sera di centri distributivi di Napoli e Cosenza pieni di merce che non parte e di negozi vuoti a pochi chilometri. Latte, carne, frutta e verdura non possono aspettare, e quintali di pesce sono già finiti tra i rifiuti. Ferme anche le consegne al terzo settore, quelle che portano il cibo a chi non può comprarlo. Cominciano a soffrire le farmacie. La Doria, gruppo conserviero con stabilimenti tra Salernitano, Casertano e Basilicata, ha mandato in ferie centinaia di dipendenti, e il suo amministratore delegato avverte che, se la protesta dura, i prodotti del Sud spariranno dagli scaffali di tutta Italia. Altrove mancano il gasolio per gli scuolabus e per la raccolta dei rifiuti, e a Napoli la Federico II ha spostato le lezioni online.


Poi il cielo. Almeno cinque scali, tra cui Bari, Brindisi, Napoli, Salerno e Palermo, hanno emesso avvisi ai piloti per la scarsità di cherosene; a Crotone e Reggio Calabria il carburante per gli aerei è finito, a Crotone fino alla mezzanotte tra il 23 e il 24 ottobre. Le compagnie sono invitate a fare il pieno altrove, e Wizz Air ha già avvertito di possibili limitazioni in Italia. Una nota tecnica che suona come una sentenza: nel Mezzogiorno, per ora, il pieno si fa altrove.
Tutto è cominciato in sordina, a inizio ottobre, tra Calabria e Puglia. Autotrasportatori e agricoltori si dicono esasperati due volte: dal prezzo del carburante e dai rincari che le catene della grande distribuzione applicano sul cibo. Poi i blocchi si sono allargati a macchia, senza una regia sola. Ed è qui che il quadro si complica. Nel Casertano alcuni autisti hanno denunciato pressioni, perfino gomme tagliate, per costringerli a unirsi; a Tortora, nel Cosentino, accanto ai camionisti sono scesi in strada cittadini, studenti, commercianti. La rabbia, evidentemente, non coincide con la sigla di chi la organizza. E c'è un'ironia amara: a dare l'allarme sugli scaffali vuoti è la distribuzione che i manifestanti accusano di gonfiare i prezzi.
Il governo ha risposto con due mani. Nella prima, la fermezza: secondo il Viminale 1.339 camionisti identificati, 71 denunciati, 242 sanzionati; scorte per circa cinquecento mezzi nella sola Campania, con la promessa del ministro Piantedosi di garantire cibo e farmaci. Matteo Salvini ripete che bloccare le strade è un reato. Ma chiede udienza ai camionisti a Milano, non a Napoli o Cerignola. La Commissione di garanzia per gli scioperi ha espresso «viva preoccupazione» per blocchi fuori dalla disciplina di settore, che compromettono i beni di prima necessità, e valuta interventi urgenti.


Nella seconda mano ci sono i soldi. Oggi, giovedì 22 ottobre, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto. Sblocca i 430 milioni di credito d'imposta sul carburante, relativi a marzo-agosto e fermi per cavilli burocratici su circa 32mila domande, e secondo la bozza prevede per gli agricoltori un contributo del 20 per cento sulla spesa di gasolio, fino a 45 centesimi al litro con tetto di 60 milioni, e 10 milioni per i pescatori, al 10 per cento. Il viceministro Rixi promette i fondi dalla prossima settimana.
Eppure basta ascoltare chi sta dentro la protesta per capire che nulla è chiuso. In Sicilia e in Calabria le sigle principali hanno sospeso i blocchi, e frutta e verdura sono tornate sugli scaffali calabresi. In Campania e in Puglia i presìdi restano. «Per noi che lavoriamo su strada non c'è nulla», dicono alcuni autotrasportatori all'ANSA. A Falerna gli agricoltori continuano. Nei porti dell'Adriatico i pescherecci sono fermi: i pescatori, che finora hanno ottenuto la promessa di essere ascoltati, avvertono di essere pronti a passare dal fermo pacifico a scioperi più importanti. Salvini stesso ha riconosciuto che le misure sono parziali; un ulteriore confronto con le associazioni al ministero è fissato per il 27 ottobre.


Il paradosso è che il governo sapeva. Il 22 aprile, presentando il decreto sui carburanti, il ministro dell'Economia Giorgetti indicò come priorità assoluta tamponare i rincari per i trasportatori: temeva che il prezzo del gasolio arrivasse sugli scaffali, alimentasse l'inflazione e producesse malcontento. È esattamente la catena che oggi si vede. Né l'esplosione di ottobre è stata una vera sorpresa: Calabria, Basilicata e Sicilia, governate dal centrodestra, avevano richiamato più volte l'attenzione dei ministri, e tra i parlamentari della maggioranza, soprattutto meridionali, i rapporti con gli autotrasportatori sono antichi e solidi.


E si era tentato di tutto. A maggio, davanti a uno sciopero di cinque giorni, Meloni ricevette i rappresentanti del settore a Palazzo Chigi: credito d'imposta triplicato, 200 milioni aggiunti ai 100 già previsti, e lo sciopero rientrò. Fratelli d'Italia rivendicò «come si governa». A luglio altre misure, poi proroghe a ripetizione e un taglio delle accise rinnovato a costi notevoli. L'ultima mossa, l'accordo con Eni e le altre compagnie per ridurre i prezzi senza spesa pubblica, ha lasciato la benzina a 1,99 euro al litro e il gasolio a 2,19: cifre che, per chi protesta in Puglia, hanno finito per alimentare il malcontento, tanto più dopo il rincaro di circa sei centesimi dovuto alla riduzione del taglio.


Perché allora non basta? Perché non ci sarebero più margini. L'inflazione cresce, i titoli di Stato sono sotto pressione, la Bce ha poco spazio, e un Paese tanto indebitato come l'Italia è tra i più esposti. Giorgetti ha scelto la prudenza: la legge di bilancio vale 23,5 miliardi, ma 14 per ora non si possono toccare, in attesa del negoziato con Bruxelles. Così, martedì a Milano, Salvini ha offerto ciò che c'era: lo sblocco dei 430 milioni con altri cinquanta in più, 150 milioni di agevolazioni entro fine anno e, per il 2027, 400 o 500 milioni di incentivi al rinnovo dei mezzi su cui si ha poca certezza.
Le associazioni nazionali sono state convocate al ministero solo per il 27: tempo che al Sud pesa come un macigno. Ci sono anche calcoli politici. Intanto il clamore dei disordini di Milano ha permesso al governo di dare, per qualche giorno, molto meno risalto al Sud.
Ma i conti, quando non tornano, non restano nei bilanci. Scendono in strada, e ricadono su chi con la strada non c'entra: sul malato che attende un farmaco, sullo studente senza lezioni, sul pescatore che non ha più dove vendere, sull'autista che vuole lavorare e non può. C'è una dignità del lavoro che chiede di essere ascoltata prima che di essere sedata, e una legalità che chiede di non essere piegata a nessuna ragione, nemmeno alla più fondata. Tenere insieme le due cose è il mestiere difficile della politica, soprattutto quando le casse sono vuote. Il 27 ottobre si vedrà se un tavolo basta a rimettere in moto un Paese che, per ora, gira in tondo intorno alla stessa raffineria.










