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Da sinistra, il presidente Sergio Mattarella con Michele Placido e Giuseppe De Domenico alla proiezione in anteprima della miniserie "Livatino - Il giudice e i suoi assassini" alla Festa di Roma
Ci sono due momenti, entrambi molto emozionanti, in cui finzione e realtà si incrociano nella miniserie Il giudice e i suoi assassini che racconta gli ultimi due anni di vita di Rosario Livatino e che è stata presentata ieri alla Festa del cinema di Roma in attesa di essere trasmessa lunedì 9 e martedì 10 novembre su Rai 1: il primo è quando il giudice interpretato da Giuseppe Di Domenico torna a casa con il suo braccio destro interpretato da Brenno Placido e trova i suoi genitori davanti alla Tv intenti a vedere il finale di La Piovra, la prima fiction che raccontò a milioni di italiani cosa fosse davvero Cosa Nostra. Si crea così un cortocircuito temporale perché Brenno è il figlio di Michele Placido, allora protagonista della Piovra nei panni del commissario Cattani (che Livatino davvero vedeva) e oggi regista della miniserie, oltre che attore in un ruolo piccolo ma molto significativo: quello di un sacerdote; il secondo momento ci porta al 9 maggio del 1993 quando Giovanni Paolo II, subito dopo aver incontrato in privato i genitori del giudice ucciso tre anni prima, al termine della Messa celebrata nella Valle dei Templi, parlando, a braccio, anzi urlando scagliò il suo anatema contro i mafiosi: «Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!»


La locandina della miniserie che sarà trasmessa da Rai 1
Il merito più grande di questa miniserie è che pur parlando di un beato (Livatino è appena diventato patrono dei magistrati) non ne fa mai un “santino”. Racconta di un giovane uomo, illuminato da una fede profondissima ma mai esibita, che viveva ancora con gli adorati genitori ma sognava una vita normale, di godersi un cannolo al tramonto con gli amici e di farsi una famiglia accanto alla sua amata Nina, con con cui intreccia una tenerissima storia d’amore in cui è sempre lei a fare il primo passo perché lui nei suoi confronti appare impacciato, goffo, insicuro. Tranne quando c’è di mezzo il lavoro.
E la serie qui dimostra tutta la sua forza raccontando benissimo, tra scene d’azione e altre più riflessive, grazie alla grande esperienza di Placido come regista di film (questa è la sua prima serie), l’importanza dell’opera di Livatino, che è stato il primo giudice, insieme ai suoi amici Falcone e Borsellino con cui si confrontava continuamente (aspetto, questo, poco conosciuto), a capire l’importanza di colpire i boss prima di tutto nei loro interessi economici, confiscando terreni e attività. Fu proprio questa intuizione a decretarne la condanna a morte eseguita il 21 settembre del 1990 da quattro ragazzi ventenni che Placido non mostra mai come “mostri”, ma come pedine di un gioco molto più grande di loro.
Il regista ieri ha raccontato che l’idea di girare questa serie gli è venuta dopo aver assistito alla cerimonia di beatificazione di Livatino: «Due mesi dopo», ha raccontato Placido, «ho ricevuto una telefonata dal Vaticano: Papa Francesco voleva incontrarmi. Un incontro che però doveva rimanere segreto. “Vorrei sapere se è vero che vuole fare un film sul giudice Livatino”. “Santità: ora che me lo dice lei lo farò senz’altro!”».


Da sinistra, il presidente Sergio Mattarella con Michele Placido e Giuseppe De Domenico alla proiezione in anteprima della miniserie "Livatino - Il giudice e i suoi assassini" alla Festa di Roma
(ANSA)Alla presentazione ieri sera è arrivato a sorpresa anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non si è limitato a vedere i due episodi, come ci ha raccontato il protagonista Giuseppe Di Domenico: «Ha accettato di fare le foto insieme al cast e in più si è fermato a parlare con noi: era curioso di tutto. Qualcuno ha girato un video del momento in cui parla con me e da allora non faccio che rivederlo perché ancora non ci credo». «Questa serie», aggiunge l’attore, «spero che venga vista soprattutto dai ragazzi di oggi che, come stiamo vedendo in questi giorni, appaiono smarriti, privi di guide ideali. Livatino, e io con lui, aveva una bussola che lo guidava nelle sue scelte e cioè la fede in Dio. Ma, al di là di questo, è importante che i ragazzi capiscano che nella vita bisogna scegliere da sé in base a dei principi e non essere in balìa delle scelte di altri. Solo così si è davvero liberi».






