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Chiesa e ’ndrangheta. Nicola Gratteri: i sacerdoti rifiutino offerte dubbie

30/01/2017 

Nicola Gratteri, uno dei magistrati più impegnati contro la ’ndrangheta e uno dei massimi esperti di criminalità organizzata calabrese, da aprile 2016 guida la Procura di Catanzaro. Autore, assieme allo storico Antonio Nicaso, del libro Acqua santissima sui rapporti tra ’ndrangheta e Chiesa, è rimasto molto impressionato dalla forza delle parole di papa Francesco e dalla scomunica lanciata ai malavitosi davanti a 250 mila fedeli riuniti nella Piana di Sibari nel 2014. In questa intervista ci spiega perché qualcosa sta cambiando.

La Chiesa e il suo silenzio davanti alle mafie è argomento rimasto aperto per tanto tempo. Ora sembra ci siano fatti significativi, azioni energiche da parte della Chiesa. Secondo lei, si stanno creando sinergie nuove nella lotta alla mafia? E che impatto hanno?

«Sì, qualcosa è cambiato dalle parole di Francesco in Calabria: il Papa, contravvenendo a convenzioni e rituali, ha strappato il discorso preparato e ha parlato a braccio. Ed è andato oltre sia alle parole di papa Wojtyla nella valle dei Templi ad Agrigento che alle frasi di papa Ratzinger nella sua visita a Lamezia. Francesco per la prima volta, più che ai mafi“osi, si è rivolto ai vescovi e agli uomini di Chiesa. Da allora vedo le posizioni di alcuni vescovi molto più chiare e determinate contro la criminalità organizzata. Ci sono pastori che stanno prendendo posizioni molto ferme, per esempio il vescovo di Catanzaro, monsignor Bertolone, che parla molto chiaramente ed è molto attento. Intervenendo su certe dinamiche non chiare sta indubbiamente contribuendo al cambiamento, è un vescovo coerente rispetto al suo compito e alla sua funzione. Ma in Calabria ci sono anche molti preti impegnati e che operano in questi territori seriamente e in punta di piedi».

Concretamente in che modo sta intervenendo la Chiesa?

«I miglioramenti sono per esempio nella maggiore attenzione alle processioni, una volta affi˜date alle confraternite e dunque di˜fficilmente controllabili, e ora sottratte al loro esclusivo controllo».

Lei ha parlato recentemente di pentiti all’interno della ’ndrangheta, fino a ieri considerata un’organizzazione pressoché impenetrabile dallo Stato. Tra i pentiti, ci sono anche dei convertiti?

«Convertirsi a chi e a cosa? Vede, la quasi totalità dei malavitosi appartenenti alla criminalità organizzata si definiscono persone di fede. Nel 2013 sottoposi un questionario a 111 detenuti di alta sicurezza (imputati e condannati per associazione mafiosa) nel carcere di Reggio Calabria: ebbene, alla domanda “lei è religioso?”, 99 detenuti risposero di sì, 10 dissero di no, uno non rispose e un altro disse di esserlo a seconda della convenienza. Non solo: 96 hanno dichiarato di pregare regolarmente e 94 di aver pregato anche prima di finire in carcere».

Il santuario di Polsi ha una fama sinistra di luogo in cui si svolgono i summit della ’ndrangheta. È una leggenda o c’è del vero?

«A Polsi non ci sono più quelle riunioni di centinaia di ’ndranghetisti che intorno al santuario della Madonna, in occasione soprattutto della festa di settembre, ratificavano nomine e incarichi, non sono più avvenute le mega-riunioni in cui si decidevano strategie da seguire, si facevano i programmi e gli organigrammi, come avvenne nel 1969. Ora i vertici si tengono in alberghi o ristoranti, e le occasioni per stringere alleanze sono matrimoni, battesimi. La Chiesa oramai è lontana dai circuiti di potere per cui alle mafie interessa poco. Gli ambiti sono la politica, le amministrazioni, l’economia».

Secondo lei, la Chiesa come dovrebbe affrontare questo cancro sociale e morale?

«Ritengo che dovrebbe essere complessivamente più dura. Se vuoi essere accolto nella casa di Dio ti devi pentire, devi creare un muro tra te e tutto quello che ha a che fare con la malavita organizzata. La Chiesa dovrebbe applicare regole certe: se sei notoriamente un capomafia non devi presentarti in chiesa ed elargire somme di danaro per ristrutturare parrocchie. Credo che i preti non dovrebbero accettare la carità se la provenienza del denaro è dubbia».

Dopo anni a Reggio, da aprile scorso lei è Procuratore capo a Catanzaro. Che progetti ha?

«Di ristrutturare tutto, di farla diventare una grande Procura, di farla uscire dalla palude melmosa in cui è stata per anni. Innanzitutto ci trasferiremo in un altro edificio, l’ex ospedale militare di Catanzaro. Crescerà di organico in termini consistenti, dovrà essere espressione di una Procura effi™ciente contro la mafia, e contro i reati frutto della collusione con le amministrazioni, contro la corruzione».

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