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Le richieste al Governo sono chiare: bloccare i licenziamenti di 2.500 persone e pensare a come far ripartire la produzione in modo green. I lavoratori dell’ex-Ilva, dopo una assemblea convocata all’alba del 14 settembre, uno sciopero durato 24 ore, il ponte girevole di Taranto bloccato per buona parte della città, arrivano a Roma per «disinnescare» la bomba sociale che sta per abbattersi sulla città. Ai 2.500 posti di lavoro a rischio nell’immediato potrebbero aggiungersene altri 20.mila di tutto il comparto. «Sia chiaro non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti lavoratori», dicono i sindacati di Fim Fiom Uilm Usb. «Il primo problema», ha dichiarato Pietro Cantoro, segretario Appalto Indotto Fim Cisl Taranto Brindisi, «è quello, importantissimo, di coprire innanzitutto, con ammortizzatori sociali straordinari ad hoc, le aziende dell'appalto che hanno già dichiarato licenziamenti collettivi. Intimiamo a tutte le aziende che lo hanno fatto di ritirarli immediatamente. Il Governo ci dia un programma e un piano industriale di previsione di ripresa dell'attività perché la gente ha bisogno di lavoro. La riconversione deve essere affrontata con urgenza e deve essere compatibile e green. Le persone non possono essere abbandonate al loro destino e hanno bisogno di garanzia e di futuro».
Per la ex Ilva è una corsa contro il tempo dopo che la Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento dello scorso luglio con il quale si disponeva, entro il 28 ottobre, la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento accogliendo così il reclamo che era stato presentato dai cittadini e dal Comitato Genitori Tarantini, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano. Il ricorso di Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding spa era stato respinto il 13 settembre quando i giudici della Corte d’appello avevano affermato che «il diritto alla salute prevale sull'attività d'impresa».


«A seguito di questa decisione», avevano subito fatto sapere i sindacati, «riteniamo sia fondamentale che il governo risponda alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva e convochi immediatamente il tavolo permanente a Palazzo Chigi». Convocazione che è arrivata per il 15 settembre per capire quale possa essere il destino dei lavoratori, ma anche del sistema manifatturiero italiano che si regge sulla produzione di acciaio. «Non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati. Bisogna mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali».
Taranto non vuole più scegliere tra salute e lavoro e chiede piani strutturali per diversificare l’impresa, tornare a investire sulle risorse del mare, convertendo quel che resta dell’Ilva in uno stabilimento all’avanguardia e bonificando le aree interessate. Un problema che si trascina da decenni e che oggi sembra arrivato al capolinea.
Per la decisione della magistratura, è il commento del movimento Giustizia per Taranto, «ci sono il sollievo, la gioia e la soddisfazione, ma continuano a esserci ancora rabbia e preoccupazione. Abbiamo bisogno di vedere cadere le ciminiere prima di dire che sia finita».
Non solo, la preoccupazione è che, se l’azienda dovesse essere dismessa nessuno si occuperà delle necessarie bonifiche. Anche per questo il segretario generale Fiom Cgil, Michele De Palma, insiste: «Serve un piano straordinario di intervento che deve riguardare sia i lavoratori dell'ex Ilva diretti sia i lavoratori degli appalti. Un piano che deve prevedere immediatamente il blocco dei licenziamenti». E ancora: «È del tutto evidente che i soggetti privati non garantiscono l'interesse pubblico del Paese, né dei lavoratori, né della decarbonizzazione. Se ci fosse un soggetto privato interessato realmente ad acquisire l'ex Ilva, è necessaria anche la partecipazione pubblica. Basta con i privati che prendono i soldi pubblici e poi ci lasciano le macerie, sia da un punto di vista occupazionale che da un punto di vista ambientale della salute e della sicurezza delle persone. Altrimenti avremo 20.000 lavoratrici e lavoratori con il rischio immediato di licenziamento e per altri di una cassa integrazione a zero ore».





