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C'è un momento, entrando a Spazio Tre, in cui il rumore della strada smette di contare: una chitarra scordata, una voce che prova lo stesso verso per la quinta volta, un ragazzo che ride dietro una porta chiusa. San Rocco è un quartiere come tanti alla periferia di Monza: palazzine basse, un oratorio, la strada che scende verso il centro. Ma da quattro anni, al civico 3 di via San Rocco, si apre una porta diversa. Fuori, sul muro, due scritte fresche di vernice raccontano più di ogni comunicato: "Don Ciao grazie" e "sogna ragazzo sogna".
Le hanno dipinte i ragazzi il giorno dopo la notizia, il 31 luglio, quando don Antonio Mazzi è morto a 96 anni. Un mese dopo, siamo entrati a Spazio Tre per capire se, e come, la sua eredità continui a camminare sulle gambe di chi resta, anche registrando insieme a loro un podcast originale di Famiglia Cristiana, “Don Mazzi vive ancora nei giovani”.
Il nome, prima di tutto, è un piccolo indovinello che i ragazzi imparano a sciogliere da soli. "Spazio Tre come il numero civico appeso fuori dalla porta" spiega Piero Pezzoni, referente del progetto e presidente del Consorzio Ex.it, che nel maggio 2022 ha dato vita al centro insieme alla Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi. "Ma anche perché si pone come un terzo spazio, oltre la famiglia e la scuola". Un luogo pensato per ragazzi tra i 12 e i 25 anni, anche se il grosso dell'utenza, oggi una cinquantina, ha tra i 12 e i 19 anni: mandati dalla scuola, segnalati dai servizi sociali, a volte in messa alla prova per un reato commesso da minorenni. Il passaparola tra loro fa il resto, molto più di qualunque volantino.


Si varca la soglia e si sente subito che non è un luogo di passaggio. C'è una sala prove di musica, una per il teatro, e una, la più giovane, inaugurata da un paio di mesi, dedicata al laboratorio "carovana", il viaggio come metodo educativo. "Siamo stati a Trento e in Toscana, alla scoperta di riserve naturali, e a Trieste, all'archivio Basaglia, a conoscere i volontari di un'associazione che aiuta i migranti sulla rotta balcanica" racconta Simone Giovanetti, coordinatore SpazioTre. "Sono momenti educativi e di arricchimento”.
Quest'estate le due carovane più lunghe hanno portato un gruppo a Genova e uno a Trieste, dove i ragazzi hanno servito pasti ai migranti fuori dalla stazione: "Non sono esperienze di visita" precisa Giovanetti, "ma di vissuto".


Il laboratorio di musica resta il più frequentato, e non è un dettaglio. "La musica che piace ai nostri ragazzi è soprattutto la trap" spiega il coordinatore. "Capita spesso che nei testi, a volte duri, emergano vissuti e ricordi che altrimenti non riuscirebbero a esprimere. Il loro è spesso un vissuto di disagio sociale, famiglie con difficoltà economiche, ma ci sono anche ragazzi che arrivano qui senza alcun interesse, senza passioni".
Aurora (i nomi sono di fantasia) ha sedici anni e due di SpazioTre alle spalle. "Il mio primo live l'ho fatto un mese dopo essere entrata. Prima mi sembrava impossibile solo l'idea di cantare davanti a qualcuno". Le fa eco Matteo: "Non ci giudicano mai. Ti ascoltano e basta, è come essere accolti a casa". Sara, che scrive i testi e balla le coreografie create con le amiche, lo dice più semplicemente: "Qui mi sento leggera”.
Chi un desiderio ce l'ha, lo formula piccolo: un corso di canto che non finisca dopo una settimana, uno spazio dove suonare con strumenti veri e non solo basi registrate al computer. C'è chi è arrivato qui tramite la scuola, un laboratorio pomeridiano alla vicina scuola media Pertini, prova, decisione, continuità fino a oggi, e chi tramite l'oratorio della parrocchia di San Rocco, grazie a un'amica che già frequentava Spazio Tre. "Volevo iniziare a fare musica, ma non sapevo da dove partire" racconta una delle ragazze. "Sono entrata, ho visto lo spazio, allora c'era solo la parte di registrazione, e da lì non me ne sono più andata: ormai sono due anni".
Un ragazzo, arrivato tramite amici, descrive con parole semplici quello che gli ha lasciato: "Mi sono trovato subito benissimo, anche con gli educatori”. Alla domanda su quanto conti avere intorno adulti come una psicologa o un educatore, e non solo una sala prove da prenotare e lasciare, risponde con un imbarazzo che dice più di ogni discorso costruito: "Non so come spiegarlo, però ti danno un esempio”.


Di don Antonio, i ragazzi hanno ricordi minuti, non agiografici. Uno racconta lo spettacolo del 16 aprile scorso in piazza della stazione di Monza, un flash mob sul tema della violenza scritto e interpretato da loro stessi, in collaborazione con il Consorzio Ex.it: "Don Mazzi è venuto a vederci – dicono i ragazzi –. Dopo ci ha parlato, ci ha voluti vicino per la foto”. Uno ha visto un suo documentario proiettato qui dentro dagli educatori: "Parlava di unione, anche tra chi sembra diversissimo. Si vedevano le carovane, i ragazzi che stavano bene insieme nonostante tutto. Ho capito che non esiste una persona giusta o sbagliata, non c'è bisogno di fare pregiudizi”. Una ragazza racconta invece che cosa ha significato per lei esibirsi quel giorno davanti a lui: "È stato un onore. Lui ha dato vita a tutto quello che io oggi chiamo casa. Mi sono sentita molto onorata di potermi esporre, di cantare davanti a un mito”.


Quel 16 aprile, in realtà, è stata anche l'ultima uscita pubblica di don Antonio. Si presentò per la prima volta in sedia a rotelle — "è la prima volta che vi faccio vedere la sedia", disse subito, senza girarci intorno — perché non voleva mancare a quello spettacolo, dopo mesi in cui il suo corpo non gli permetteva più di fare "veramente tutto". Parlò a lungo di sogno, la parola che tornò più spesso quel giorno: la stessa incisa oggi fuori dalla porta di SpazioTre. Dopo quel pomeriggio in piazza, non uscirà più pubblicamente dalla Cascina Molino Torrette: solo qualche visita privata con chi era andato a trovarlo.
Il laboratorio carovana, spiega ancora Giovanetti, è "un grande contenitore" in cui entra di tutto: viaggi, incontri, il ritiro dei cellulari per un giorno intero, la scoperta che si può restare senza. Tra i sotto-progetti nati negli ultimi mesi c'è "Abbelliamo San Rocco", realizzato con il Centro Servizi di Monza del Comune e la Fondazione Hauser per curare il giardino del centro civico del quartiere. La psicologa Silvia Santin, insieme agli educatori, osserva ogni giorno le fragilità con cui i ragazzi arrivano: famiglie in difficoltà economica, ma anche adolescenti senza più alcuna passione da coltivare, che qui, tra un testo trap e una prova di scena, ne trovano una.


A raccogliere il filo, un mese dopo, è Franco Taverna, nuovo presidente della Fondazione Exodus, e amico di don Antonio da quasi mezzo secolo. Nei giorni dei funerali, celebrati nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano, davanti a una partecipazione che ha "superato le nostre aspettative", con persone che si erano allontanate e altre mai conosciute prima, Taverna ha sintetizzato così il senso di quella giornata: "Segno che don Antonio ha seminato bene". Non tutti i ragazzi di Exodus hanno potuto essere presenti: per alcuni, coinvolti in vicende giudiziarie, non è arrivata l'autorizzazione dei magistrati a lasciare il carcere, altri in carovana o in vacanza con la famiglia.
Taverna usa ancora la metafora dei semi: "Siamo la radice profonda, quella della tradizione pedagogica italiana: don Bosco, Baden Powell, don Milani, Montessori. Da lì siamo partiti, sulla strada, quando fuori dai cancelli del Parco Lambro scoppiò il tema della droga e dei morti di eroina. Poi è arrivato il carcere: un seme che nel frattempo ha già dato i suoi frutti. Oggi il seme più urgente è l'adolescenza, non più solo la fragilità conclamata di chi è già segnato da una dipendenza, ma anche la normalità che nasconde disagio”.


Le fragilità, racconta altrove, hanno cambiato pelle negli ultimi vent'anni: non più soltanto abbandono e disagio scolastico, ma neuropsichiatria infantile, disturbi alimentari, isolamento nella propria camera, violenza dei ragazzi verso se stessi e verso gli altri, il fenomeno delle bande, con un dialogo aperto da anni con i centri per la giustizia minorile dalla Lombardia al Lazio fino alla Sicilia.
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"È un ambito che esige una presenza costante, non una teoria o una consulenza" dice Taverna. "E poi c'è il mondo digitale, di cui parla anche il Papa nella sua enciclica: pieno insieme di occasioni e di insidie”.
Proprio sul modello di SpazioTre, la Fondazione sta pensando a un presidio analogo a Milano: un tema su cui Taverna conta di confrontarsi anche con il sindaco di Milano, insieme alla valorizzazione della Cascina Molino Torrette, sede storica di Exodus dentro il Parco Lambro, edificio censito già a inizio Seicento e più volte colpito dalle esondazioni del fiume che oggi è in ristrutturazione per diventare un altro seme sbocciato del lascito di don Antonio.


Per Taverna la parola chiave resta "esodo": "Abbiamo un drammatico bisogno di metterci in cammino, tutti, compresa la politica. Il pericolo è la stanzialità: il potere, il controllo, la sicurezza a ogni costo. Don Antonio proponeva ai ragazzi un cammino nel deserto, pieno di fatica, ma con una terra promessa, un obiettivo, mai l'illusione di un arrivo immediato". E ancora: "Dobbiamo rimanere esodo, continuare a cogliere le possibilità di esodo in un mondo sempre più chiuso, opponendo ai movimenti di chiusura movimenti di apertura. Credo che questa sia la nostra vocazione".


Resta la domanda più delicata: che cosa accade alla dimensione spirituale di un prete quando l'opera che ha fondato è, dichiaratamente, laica? Taverna non gira intorno: "È una delle nostre preoccupazioni più grandi. Ogni volta che celebrava messa, don Antonio recitava il Padre Nostro fin dall'inizio, non dove la liturgia lo colloca di solito, perché contiene già tutto il messaggio di Gesù. Ed è l'unica cosa che tutti i nostri gruppi, credenti e non credenti, continuano a vivere insieme, in una dimensione che lui stesso viveva come aperta, mai soltanto confessionale". Il dialogo per custodire quella dimensione è già avviato con il superiore generale della congregazione a cui don Antonio apparteneva, padre Massimiliano Parrella, che ha presieduto le esequie.


Sul piano organizzativo, la successione è già scritta nello statuto rinnovato il 30 novembre 2024, per il compleanno di don Mazzi: un "Tavolo" che custodisce il carisma delle origini e la finalità pedagogica; un consiglio d'amministrazione, organo gestionale che esprime un presidente e guiderà i rapporti istituzionali e politici; un "Comitato degli Enti", gli "avamposti di Exodus", li chiama Taverna, nato dalle cooperative e dalle associazioni gemmate negli anni come a Monza, ma anche a Roma, a Viterbo, in Sicilia: "il grande Exodus", insomma, lo sguardo sul futuro della fondazione.
Ma è tornando ai ragazzi che si misura davvero se un'eredità tiene. All'ultima domanda, che cosa significa, per loro, andare avanti, cala per un attimo il silenzio della sala prove. Poi Matteo risponde, quasi sottovoce: "Vuol dire continuare a fare quello che ci ha insegnato a fare qui: fidarsi, anche quando non c'è più chi te lo ha insegnato per primo". Fuori, sul muro, resta la scritta a ricordarlo a chiunque entri ed esca da SpazioTre la gratitudine al don e sogna, ragazzo, sogna.
Il podcast originale di Famiglia Cristiana, “Don Mazzi vive ancora nei giovani”, è disponibile sulle principali piattaforme di ascolto e nella sezione podcast del sito FC.it: Spotify, Spreaker e Apple Podcast.
Questa è anche la storia di copertina del numero in edicola di Famiglia Cristiana arricchito, oltre che dal podcast, da un nutrito servizio fotografico.
Foto di archivio di Famiglia Cristiana e di Pier Costantini/Contrasto















