A fine estate c’era un segnale che annunciava, puntuale, l’avvicinarsi del nuovo anno scolastico: su Italia 1, tra un cartone animato e l’altro, cominciavano a spuntare le pubblicità delle nuove collezioni per la scuola. Zaini, astucci, quaderni e, soprattutto, loro: i diari. Io li guardavo già pensando a quale avrei scelto. Poi arrivavo in cartoleria, ne trovavo almeno due che mi piacevano e puntualmente non sapevo più quale prendere.

Sono una millennial e a scuola ho fatto ancora in tempo ad avere un diario di carta sul banco, prima che arrivassero smartphone, chat e registro elettronico. E scegliere quello giusto era una cosa seria. C’era chi puntava sui personaggi dei cartoni del momento, dai Pokémon ad Hamtaro, chi non avrebbe rinunciato a Diddl e chi preferiva avere in copertina i propri idoli: i Backstreet Boys, i Blue o magari i protagonisti di The O.C.. Ma la copertina non era tutto. Bisognava sfogliare le pagine, vedere com’era fatto dentro e, soprattutto, controllare che avesse gli stickers in fondo (che poi, ovviamente, non avresti mai staccato per non rovinarli). A quel punto non restava che aspettare il primo giorno di scuola e sperare di non vedere lo stesso diario sul banco di qualcun altro.

A farmi tornare in mente tutti questi ricordi è stato il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha ribadito una regola per il nuovo anno scolastico: basta compiti assegnati la sera sul registro elettronico, vanno dettati in classe e scritti dagli studenti sul diario cartaceo.

Noi, in realtà, i compiti sul diario li abbiamo sempre scritti. Solo che erano una minima parte di tutto quello che finiva su quelle pagine. Disegnavamo, copiavamo frasi di canzoni, lasciavamo dediche e riempivamo i margini di cuoricini, stelline, nomi e iniziali. E per fare tutto questo nell’astuccio non potevano mancare le penne colorate. Ne avevamo di ogni tipo, dalle glitterate alle indelebili, e le usavamo per personalizzare il diario, provare scritte sempre diverse (molto prima che imparassimo a chiamarlo lettering) e cimentarci nel disegno dei nostri personaggi preferiti, con risultati più o meno riusciti.

Il diario passava continuamente di mano in mano tra i banchi di scuola. Lo affidavi all’amica del cuore perché ti lasciasse una dedica, magari occupando un’intera pagina, oppure a quello più bravo a disegnare perché aggiungesse qualcosa di suo. Altre volte te lo ritrovavi con una frase comparsa di nascosto, senza firma, e cominciava la caccia per capire chi l’avesse scritta. Tra quelle pagine passavano anche le prime cotte, quando per dichiararsi non servivano chat o messaggi. A volte bastava una domanda scritta su una pagina: «Vuoi fidanzarti con me? Sì □ No □». Una delle due caselle da barrare e nessuna possibilità di lasciare il messaggio in “visualizzato senza risposta”.

A giugno, inevitabilmente, quel diario scelto con tanta attenzione qualche mese prima era irriconoscibile. La copertina rovinata, gli angoli piegati, le pagine gonfie, scarabocchiate e magari qualcuna mezza staccata. Gli stickers in fondo, invece, potevano essere ancora tutti lì, perfettamente intatti. Guai a sprecarli.

Se oggi avessi tra le mani uno di quei diari, probabilmente cercherei una vecchia dedica o una frase scritta di nascosto da qualcuno tra una lezione e l’altra. Un registro elettronico può ricordarci con precisione quali esercizi fare per domani, quali voti abbiamo preso o quali comunicazioni sono arrivate dalla scuola. Ed è sicuramente molto più efficiente. Ma non conserverà mai la grafia della nostra migliore amica a tredici anni.

Questo non significa che si stesse meglio senza tecnologia. Trascorro buona parte della mia giornata davanti a un computer e difficilmente saprei fare a meno del mio iPhone. Ma negli ultimi anni mi sono ritrovata a comprare, e a vedere comprare sempre più spesso, proprio oggetti che con lo smartphone potremmo tranquillamente non usare più: le Polaroid per stampare le foto, i vinili per ascoltare musica, quaderni e agende per scrivere cose che potremmo segnare in pochi secondi sul telefono.

Ed io, per esempio, al lavoro non ho mai avuto un’agenda professionale. Sapete cosa uso? Un diario scolastico. Ha solo cambiato posto: dal banco di scuola si è trasferito sulla scrivania dell’ufficio. Ma adesso lo uso davvero per segnarmi quello che devo fare.