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Claudio Pallottini: «La sconfitta aiuta a crescere»

07/06/2018  Alla vigilia dei Mondiali di calcio parliamo di educazione e sport con l’autore di Fair play, storia di un giocatore che fa di un religioso il suo mister in campo e nella vita. «Doping e razzismo: i mali del calcio sono quelli della società»

Cosa sta succedendo allo sport più amato dagli italiani? Sono ancora critiche le condizioni di Sean Cox, il tifoso del Liverpool aggredito poco prima della semifinale di Champions League con la Roma. Intanto la Uefa ha aperto due procedimenti disciplinari nei confronti di Gigi Buffon. E la cronaca parla di padri che aggrediscono gli allenatori perché non hanno convocato per la partita il loro “campione”.

Rimasti a bocca asciutta sia dei Mondiali che della Coppa dei Campioni, possiamo però godere del miglior calcio possibile grazie alle pagine di Fair play (Marsilio), romanzo d’esordio dell’attore romano Claudio Pallottini. Fair play è, ovviamente, un inno alla lealtà sportiva. Che il protagonista e futuro fuoriclasse, Ivan Providence Martini, imparerà a caro prezzo grazie a padre Claudio, sacerdote dell’ordine degli Scolopi nonché inflessibile mister. Avviandolo verso un’avventura che si snoderà lungo il Livorno, la Juventus, il Milan, la Lazio, la Roma, il Real Madrid, l’Everton e infine, inspiegabilmente, la Nazionale delle Isole Samoa... Ne parliamo con l’autore.

Il tuo mondo è quello del teatro. Perché il primo romanzo che hai scritto parla di calcio?

«Amo il calcio e ci ho giocato tanto, fino a un incidente sul campo, ma è rimasto in me come una passione intima. Ogni mattina vado a correre attorno un campo da calcio e ho cominciato ad ascoltare le voci e i sogni, magari irrealizzati, che deve aver assorbito in tanti anni. Ne è nato prima un soggetto cinematografico, scritto con il compianto collega Bruno Garbuglia. E poi, su suggerimento del regista Ettore Scola, un romanzo».

La vicenda di Ivan è quasi una favola, ma ti sei divertito a ricostruire partite reali e a usare personaggi esistenti. Facciamo qualche nome?

«Come giocatori ci sono Peruzzi, Totti, Maldini e Mancini. Per gli allenatori abbiamo Sven-Göran Eriksson, Marcello Lippi e Tarcisio Burgnich. Ma ci sono anche Berlusconi, Agnelli, e tanti altri».

Da ragazzo, Ivan giura a don Claudio che dirà sempre la verità. E così, ogni volta che cambia squadra, si trova a combattere un male del calcio...

«La lista dei mali del calcio è lunghissima. Che poi sono i mali della società. Il primo che incontra è quello dei raccomandati, poi ci sono il doping, i “favori” ai politici, il razzismo... E lui stesso, che non è perfetto, avrà un momento di serio sbandamento».

Ivan è orfano, ma in padre Claudio trova un autentico “padre” che lo cresce attraverso lo sport. Un’educazione nel segno del “rigore”, per usare un termine calcistico...

«Il riconoscimento dell’autorità è uno dei problemi della nostra epoca. L’autorità dovrebbe essere un esempio positivo che guida, ma se il genitore stesso ha paura di quello che dice o non ci crede, se toglie le castagne dal fuoco ai figli, se li copre sempre... che educazione alla responsabilità ci può essere? Anche il personaggio di padre Claudio ha la tentazione di essere debole per non perdere l’affetto di Ivan, ma non ci cade. È necessario pagare per i propri errori. Non si tratta di essere severi, ma appunto, di avere un rigore etico e morale».

Perché hai affiancato a Ivan proprio uno scolopio?

«È un omaggio ai padri Scolopi che stavano a Monte Mario, vicino casa mia, senza i quali tantissimi ragazzi del quartiere sarebbero finiti su brutte strade. L’accesso al campo della parrocchia era sempre aperto, con qualche sacerdote o volontario che faceva rispettare l’ordine. Così ci hanno trasmesso la gratuità. Il male assoluto di oggi è che tutto si paga, e si trasmette l’idea che solo chi ha i soldi può divertirsi e fare sport. Come persona, come cittadino e come cristiano, questo mi fa stare malissimo».

L’Italia non mancava una qualificazione ai Mondiali dal 1958. Secondo te, cosa è successo?

«Non siamo andati ai Mondiali perché non ci sono più i campetti in terra. Un giovane calciatore italiano non ha la possibilità di crescere: per non sporcarci, abbiamo inventato il campo di erba sintetica, dove il pallone rimbalza sempre in modo regolare. Invece, se vuoi diventare un bravo giocatore, devi giocare sulla sabbia − come i brasiliani − o sulla terra. Se ti alleni con una “palla pazza”, impari a padroneggiarla sempre. Impari l’imprevedibile. Un Messi non può nascere su un campo di erba sintetica. E questa è la ragione per cui l’Italia non si è qualificata ai Mondiali: ormai è più conveniente comprare un giocatore straniero, già formato, come un tempo si faceva con i mercenari per la guerra».

Oggi il rugby sta acquistando molta popolarità perché tante famiglie lo ritengono un ambiente più sano, rispetto al calcio. Che ne pensi?

«È vero, il rugby è ancora sano perché perdiamo. Nel calcio tanti allenatori vogliono dimostrare la propria bravura attraverso le vittorie ottenute, ma è un metro di giudizio da combattere, soprattutto tra le squadre giovanili. Quando l’unico obiettivo è vincere, e non educare ai valori dello sport, si caricano i ragazzi di aspettative assurde. So di quattordicenni sottoposti a doping nel ciclismo amatoriale, e per vincere cosa? Un prosciutto. Puoi essere vincente secondo il modello sbagliato, e allora bisogna avere la forza di dire, come fa padre Claudio: “Così, no”».

Ivan è un modello ideale, che unisce il meglio di tanti giocatori esistenti. Secondo te chi sono stati i grandi modelli del calcio?

«Amo Francesco Totti perché in campo si è sempre divertito, dimostrando che il calcio può essere un gioco prima che un’attività economica. Altri due nomi? Zanetti e Alessandro Nesta».

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