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venerdì 28 luglio 2017
 
 
Credere

Comunità di Caresto. L’eremo dove tutte le famiglie sono di casa

16/03/2017  Da più di trent’anni l’associazione aiuta gli sposi a riscoprire il dialogo e affrontare le crisi. Superati i problemi con la Chiesa locale, ogni fine settimana accoglie persone da tutt’Italia

Arrivi a Caresto, nel cuore dell’Appennino tosco-marchigiano, e ti aspetti un austero convento per ritiri spirituali, di quelli dove regnano silenzio e ordine. E invece ti accoglie un casale di campagna che profuma di vita reale e sugo sui fornelli, dove ciascuno degli ospiti si sente come a casa, mentre i bambini sciamano vivaci tra il piazzale attrezzato con i giochi e la sale dove i genitori ascoltano le meditazioni.

Quando, nel 1972, don Piero Pasquini organizzò con i ragazzi della vicina parrocchia di Sant’Angelo in Vado un campo di lavoro estivo tra i ruderi abbandonati da decenni sul colle di Caresto, aveva in mente di rimettere in sesto la cadente chiesetta e far vivere ai giovani un’esperienza di condivisione tra giornate di fatica e nottate a discutere di sogni e rivoluzioni. In quegli anni pieni di utopie don Piero covava il sogno di una comunità “alternativa”, simile all’esperienza di Bose, ma più sbilanciata sulla presenza di laici e sull’accoglienza di persone disagiate. Insomma, quei casolari diroccati sembravano il posto giusto per provarci. Infatti, dopo essersi trasferito a Caresto nel 1978 e aver avviato la ristrutturazione, più volte, per oltre un decennio, il prete tentò di far nascere lì una piccola comunità. Con lui, fin dagli esordi, condivise il progetto una delle giovani dei primi campi di lavoro: Daniela Maffei, nubile, con studi di teologia alle spalle, a pieno titolo oggi considerata “cofondatrice” di Caresto. «Ma il nostro progetto non era il progetto del Signore», allarga le braccia don Piero: qualcuno provò ad aderire, alcune coppie e singoli si trasferirono ma non prese vita niente di stabile.

PIONIERI TRA LE FAMIGLIE

Ciò che invece era destinato a nascere e fiorire era piuttosto uno dei primi centri italiani per la spiritualità matrimoniale, frequentato da sposi provenienti da tutt’Italia, pioneristicamente aperto anche alle persone separate e divorziate e i cui testi (più di 40 titoli) oggi sono utilizzati da centinaia di gruppi familiari.

Il tutto inizia quasi per caso, ma la Provvidenza sicuramente ci ha messo lo zampino: negli anni Ottanta ruotavano attorno a Caresto gruppi di famiglie che vi si recavano per incontri biblici e ritiri. Alcuni di essi erano legati al movimento Incontro matrimoniale. Spiega Daniela: «Quest’attività, allora ritenuta secondaria, divenne presto la principale quando iniziammo a dedicarci all’incontro con famiglie esterne che avevano bisogno di momenti di ristoro spirituale e di coppia e, grazie al semplice passaparola, arrivava sempre più gente». Nasce così l’associazione Comunità di Caresto con alcune coppie di collaboratori e inizia la pubblicazione dei primi libri, che riscuotono un inaspettato successo: I santi sposati e Quando due saranno uno.

IL DIALOGO DI COPPIA

  

Dai primi anni Novanta centinaia di persone frequentano ogni anno gli esercizi spirituali di Caresto e prende forma il metodo utilizzato anche oggi: tre giorni di ritiro, ogni fine settimana, con una presentazione del tema e tre catechesi guidate da un sacerdote o da coppie di sposi. E poi quello che è il “cuore” della proposta: il dialogo di coppia. Dopo le meditazioni, gli sposi hanno un’ora e mezza per parlarsi: «Nella vita quotidiana di solito le coppie non hanno tempo», afferma Daniela. «Qui a Caresto, lontani dalle preoccupazioni, possono rilassarsi, hanno i volontari che si occupano dei bambini… Insomma, con il tempo e la calma riescono a capirsi. Certo, in tre giorni non risolvi i problemi, ma inizi a trovare il bandolo della matassa». Poi il gruppo si ritrova insieme e mette in comune «le perle», le intuizioni emerse nel dialogo di coppia. «Non c’è dibattito, non si danno “consigli”: l’esperienza è propria di ogni coppia», chiarisce Daniela.

FRAGILITÀ E CRISI

«La fragilità delle coppie è aumentata», analizza don Piero, «ma è cresciuta anche la consapevolezza. Negli ultimi 50 anni gli sposi si sono ubriacati di libertà e di libertà si sfasciavano le coppie. Oggi, finalmente, vediamo sposi che non rinunciano alla libertà, ma sanno che per viverla realmente servono regole e aiuti. Anche tra i fidanzati non ascoltiamo più affermazioni ingenue tipo “basta che ci amiamo…”, oppure “siamo uguali, quindi non litigheremo…”. Prima di sposarsi hanno già vissuto tante esperienze e hanno anche sbattuto il naso sui problemi».

Però, le storie non finiscono tutte bene: per questo, da ben prima delle aperture di Amoris laetitia, a Caresto alcuni ritiri sono dedicati anche alle persone divorziate e non mancano coppie risposate pure nei ritiri per quelle cosiddette «regolari». «Queste attenzioni non le abbiamo inventate noi, ce le hanno insegnate le famiglie», assicura Daniela.

«Nel magistero di Francesco abbiamo ritrovato tante indicazioni che ci sono familiari da anni: le famiglie risposate si sentivano respinte dalla Chiesa», dice don Piero. «Il fatto di trovare ascolto e accoglienza, qui da noi che agiamo in nome della Chiesa, le faceva percepire accolte e comprese, come oggi fanno le parole del Papa». «Amoris laetitia sta molto aiutando gli sposi e anche i divorziati e i conviventi perché al centro c’è l’amore», gli fa eco Cesare Giorgetti, diacono permanente della diocesi di Rimini e collaboratore di Caresto con la moglie Rita: «Francesco costringe i preti a incontrare le persone, capire chi sono, stare loro vicini, rivedere la pastorale...». Continua Giorgetti: «Era più facile dire un sì o un no alla Comunione e chiudere lì il discorso. Ma solo discernimento e accompagnamento fanno della Chiesa una casa per tutte le famiglie».

ESPERIENZA PREZIOSA

  

«Venire a Caresto è stata una testimonianza verso i nostri figli. Loro ci guardano parlare, vedono che qui facciamo un cammino di fede e capiscono che per noi tutto questo è davvero importante», testimoniano Lucia Uggeri e Gianni Ponti, da Cesate (Milano), genitori di due gemelli di 13 anni e di un bimbo di 9, abituali frequentatori di Caresto come già facevano i genitori di lei. Per Alessandra Asoli e Roberto Farinelli, marchigiani di Camerata Picena, l’incontro con Caresto è stato casuale: «Cercavamo un luogo per riposarci un po’ e abbiamo trovato questa indicazione in internet. Io allora ero atea: qui ho iniziato un vero e proprio cammino di conversione che mi ha permesso anche di affrontare con più forza alcuni momenti di difficoltà», racconta lei. «Caresto», le fanno eco Loretta e Luciano Paglia, di Preganziol (Treviso), «ci ha fatto crescere nel dialogo di coppia e nella spiritualità del quotidiano. Pensiamo sia un’esperienza utile alla Chiesa anche perché non si tratta di un movimento che “sottrae” persone alle parrocchie». Sara Armuzzi e Pietro Calori, come Loretta e Luciano, sono membri dell’Associazione volontari di Caresto. Più volte all’anno lasciano figli e nipoti al loro paese di Intimiano (Como), e arrivano all’eremo per dare una mano: «Capita di essere in cucina, dove la porta è sempre aperta, e mentre spignatti ti si avvicina una coppia che vuole parlare. Qui molto passa anche negli scambi informali».

GLI ANNI DELLA PROVA

La crisi l’ha attraversata anche tutta la comunità di Caresto. Sono stati 10 anni – tra il 2002 e il 2012 – di tensioni e incomprensioni con la comunità locale e di divergenze con il vescovo sulla gestione e l’identità dell’eremo. Poi la situazione è cambiata con l’arrivo del nuovo pastore di Urbino, monsignor Giovanni Tani, che ha riaperto il dialogo e ha guidato un percorso di chiarificazione sfociato – nel 2014 – nella nascita della Fondazione comunità di Caresto, per la gestione degli immobili, e il riconoscimento ecclesiastico – nel 2015 – dell’Associazione volontari di Caresto, cui fanno capo le attività pastorali e la pubblicazione dei libri.

«Caresto ha offerto aiuto a tante famiglie con la sua proposta semplice ed efficace e continua a farlo anche oggi», dice monsignor Tani. «Si tratta di una proposta che aiuta le coppie a uscire dall’individualismo, a confrontarsi con altre coppie su temi cruciali. Perché oggi c’è tanto bisogno di una compagnia nel vivere».

Foto di Giovanni Panizza

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