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mercoledì 19 settembre 2018
 
Il convegno a Vicenza
 

Cresce il popolo degli italiani armati

16/02/2018  Nei giorni di Hit Show, la fiera delle armi comuni di Vicenza, le associazioni Opal e ControllArmi hanno organizzato il convegno “Insicurezza, rancore, farsi giustizia: dentro l'Italia che si arma”. Ne è emerso un quadro preoccupante

«L'Italia è un Paese molto sanguinoso, il primo in Europa per numero di omicidi». A dirlo è il giornalista Riccardo Iacona, intervenuto nei giorni scorsi a Vicenza, al convegno “Insicurezza, rancore, farsi giustizia: dentro l'Italia che si arma”, organizzato nei locali dei missionari saveriani, da Opal (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa) e ControllArmi (Rete italiana per il disarmo). Iacona parla con cognizione di causa, poiché lo scorso ottobre ha dedicato una puntata del suo programma “Presa Diretta” proprio alla “Legittima difesa”, a partire dalla sua inchiesta sulla diffusione delle armi in Italia e negli Stati Uniti.

 

«Se Luca Traini (lo sparatore di Macerata, ndr) non avesse detenuto legalmente un'arma, quel fatto non sarebbe accaduto», sottolinea Iacona. «Come ci ha insegnato la storia tragica del terrorismo italiano nero e rosso, la differenza la fa la capacità di fuoco. In Italia c'è un mercato enorme di armi illegali, finanziato dalla criminalità organizzata, ma sarebbe gravissimo se a questa già numerosa presenza, si aggiungessero centinaia di migliaia di armi legali. A Chicago, ogni due ore e 45 minuti c'è qualcuno che spara a qualcun altro. Fanno più morti le armi legalmente detenute che le guerre. Negli Stati Uniti uno su tre di quelli che ti stanno vicino, dentro la borsetta (o in tasca) ha una pistola. Questo ha trasformato la cultura del Paese. Infatti non c'è un caso risolto, perché in un quartiere dove tutti sono armati, “cattivi” e “buoni”, nessuno parla, perché è un quartiere in mano all'illegalità. Bonificare una situazione di questo tipo non è semplice. Ecco perché è così importante che l'Italia non entri nella stessa spirale. Non si deve consentire un'escalation della vendita delle armi. Avere un'arma in casa significa avere già superato il tabù, avere messo in conto di poterla utilizzare, e quindi di poter uccidere una persona».

Nella foto, da sinistra: Giorgio Beretta (analista Osservatorio Opal), il giornalista Roberto Iacona e Pasquale Pugliese (segretario del Movimento Nonviolento).
Nella foto, da sinistra: Giorgio Beretta (analista Osservatorio Opal), il giornalista Roberto Iacona e Pasquale Pugliese (segretario del Movimento Nonviolento).

Il popolo degli italiani armati cresce grazie ad una legge che consente di detenere armi con una certa facilità: un'autocertificazione, qualche controllo sanitario, mezza giornata di corso al poligono. «La legislazione italiana», spiega Giorgio Beretta, analista dell'Osservatorio Opal, «è di fatto sostanzialmente permissiva in materia di detenzione di armi: a qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista e tossicomane (con tutte le difficoltà di verifica di queste situazioni), è generalmente consentito – con un mero “nulla osta” o con una semplice licenza di tiro sportivo – di detenere tre armi comuni da sparo, sei di tipo sportivo, otto armi antiche, un numero illimitato di fucili e carabine da caccia, 200 munizioni per armi comuni, 1.500 cartucce per fucili da caccia e 5 chili di polveri da caricamento. Detto in parole semplici, in Italia un legale possessore di armi può tenere in casa un piccolo arsenale.

 

Per non dover ottemperare alle restrizioni poste dalle norme sul “porto d'armi per difesa personale”, negli ultimi anni sempre più persone hanno fatto ricorso alle licenze per “attività venatoria” e per “uso sportivo”. Queste ultime sono passate dalle 127mila del 2002 ad oltre 456mila nel 2016. Ma, come testimoniano gli stessi responsabili dei poligoni di tiro a segno, sono tra le cento e le duecentomila le persone che frequentano regolarmente: è evidente che gli altri non hanno interesse a fare sport, ma prendono questa licenza perché è la più semplice da ottenere. L'ultimo dato del Viminale, risalente al 2008, stima in 4,8 milioni gli italiani detentori di armi. Quante? Nessuno lo sa».

 

Il convegno di Opal si è svolto nei giorni di “Hit Show” (Hunting, Individual Protection and Target Sports), la fiera delle “armi comuni”, che da quattro anni si tiene a Vicenza. «Quello vicentino», continua Beretta, «è l'unico salone fieristico nei Paesi dell'Unione Europea dove vengono esposti tutti i tipi di armi – per la difesa personale, per il tiro sportivo, per le attività venatorie, per collezionismo, repliche di armi antiche, armi demilitarizzate, per il soft air... tranne quelle propriamente definite “da guerra” – nel quale è consentito l'accesso al pubblico senza restrizioni, minori compresi purché accompagnati da un adulto. In un Paese in cui odio razziale, manifestazioni di stampo nazi-fascista e rancori xenofobi sono in crescita, la fiera delle armi non è da sottovalutare».

 

Le Amministrazioni comunali e provinciali di Vicenza e Rimini sono tra i principali soci azionisti pubblici di Italian Exhibition Group (Ieg), la società nata nel 2016 dalla fusione tra Rimini Fiere e Fiera di Vicenza, che insieme ad Anpam (Associazione nazionale produttori di armi e munizioni) promuove la manifestazione. Per questo al convegno erano stati invitati anche i sindaci di Rimini e Vicenza. Per la città berica ha partecipato l'assessore con delega alla pace, Isabella Sala: «Il sindaco ha chiesto alla Questura di incrementare la presenza di poliziotti e alla Fiera di posizionare dei totem informativi al fine di evitare che i minori possano maneggiare armi». Passi che sembrano troppo piccoli a chi sogna un'altra via.

 

«Il modello di sicurezza, basato sull'annientamento dell'altro, cioè quello che stiamo perpetrando», afferma Pasquale Pugliese, segretario del Movimento Nonviolento, «produce il contrario di quello che lascia immaginare. Ci induce ad armarci per colpire i nemici, ma genera stragi di innocenti amici e minaccia in questo modo la sicurezza di tutti. Trentamila cittadini negli Stati Uniti sono stati uccisi da “fuoco amico”, cioè da altri cittadini americani. In Iraq i morti statunitensi sono 4.400 uccisi da “fuoco nemico”. Serve invece un approccio non violento. Non significa immaginare utopistiche relazioni prive di conflitti, ma essere capaci di trasformare i conflitti da potenzialmente distruttivi a costruttivi. Significa mettere in campo empatia e solidarietà, ovvero capacità di vedere ciascuno nella propria  individualità, sottraendolo alle generalizzazioni, cercando di comprendere anche il suo punto di vista, e capacità di trovare soluzioni che escano dai modelli precostituiti della violenza ai quali siamo stati addestrati culturalmente. Un grande investimento va fatto nell'educazione che va orientata ad un paradigma di non violenza. Concretamente può voler dire costruire corpi civili di pace, con compiti di mediazione; riconvertire l’industria bellica e l’intero complesso militare in industrie civili e centri di ricerca; promuovere percorsi di educazione alla pace, giornalismo di pace... Io credo che la maggior parte dei conflitti non sarebbero diventati guerre se invece che armi fossero stati mandati mediatori».

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