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lunedì 14 ottobre 2019
 
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Da Goldrake a Heidi, così i giapponesi cambiarono i nostri cartoni

04/04/2018  Quarant'anni fa Goldrake & Co. entrarono nelle nostre case dalla Tv: piacevano ai bambini e preoccupavano gli adulti, ma a distanza di 40 anni possiamo dire che ci hanno insegnato anche cose interessanti.

Eravamo a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, eravamo bambini e fummo i primi ad affrontare l’altro mondo, che ci arrivava in casa dal piccolo schermo. Quando questa cosa sarà un tema da sociologi ci chiameranno "generazione anime", pronuncia  anìme che non è anima ma la parola giapponese, adattamento dall’inglese animation, che indica i cartoni animati giapponesi.

Goldrake, Jeeg, Mazinga Zeta, Capitan Harlock, Heidi, Candy Candy, Lady  Oscar. Ne fummo travolti come da un’ondata perché erano nuovi, tanti, bellissimi. Almeno così sembrava a noi mentre i nostri genitori non esitavano a bollare come brutti quei disegni spigolosi ed essenziali, più statici degli Hanna e Barbera e dei Disney, ma soprattutto molto meno rassicuranti (anche perché in Italia, dovendo riempire il palinsesto vuoto della Tv generalista si fece una rapida equazione cartioni=bambini senza tenere conto del fatto che gli originali giapponesi prevedevano fasce d'età).

Avevamo meno di dieci anni e lo schermo aveva smesso di raccontarci Bracco Baldo che cantava Clementine e Lupo de Lupis che prendeva un sacco di botte perché lui era un lupo tanto buonino ma finiva sempre per sbaglio nella favola del lupo cattivo. Nei cartoni giapponesi le botte volavano ma lasciavano i lividi e chi finiva in miniera sotto la frana non si rialzava un minuto dopo come Wile. E. Coyote.

E sì perché Candy, protagonista del primo memorabile melodrammone animato passato alla storia e alla memoria delle ragazzine d’allora, andava a far la cuoca per i minatori, diventava infermiera e crocerossina. Sullo sfondo la Londra vittoriana e l’America della prima guerra mondiale. Di diverso c’era che Heidi, Remy, Peline, Anna dai capelli rossi, tratti dai classici per ragazzi europei, Candy e Lady Oscar portavano con dirompente realismo i tormenti della vita vera dentro i cartoni.

Le favole di Disney  abitavano un mondo fantastico, dove i topolini erano puliti e vestivano magliette, dove l’orfanella tiranneggiata dall’avida Medusa finiva salvata da Bianca e Bernie in missione a bordo di un gabbiano dall’atterraggio poco morbido. Negli anime no. I topi se c’erano erano i ratti delle baracche degli operai tritati dalla rivoluzione industriale in cui viveva e lavorava Peline uscita dalla penna di Hector Malot con il nome originale di Perrine, erano il segno del sozzume in cui vivevano i poveri  nei sobborghi di Parigi mentre i nobili organizzavano feste di corte a Versaille.

Anche dentro Lady Oscar – forse il fenomeno più  originale, uno dei più duraturi l'ultima replica è del 2017- si consumavano melodrammi privati, amori infelici, ma sullo sfondo, neanche tanto in fondo, c’era una rivoluzione francese ricostruita con puntiglio, che induceva le classi elemetari del 1982, anno della prima trasmissione italiana, a chiedere in massa le vicende di Robespierre e compagnia come argomento a scelta per l’esame di quinta.

Anche là dentro, si diceva, andava il mélo, anche lì gli eroi erano giovani e belli ma invece di vivere felici e contenti si ammalavano di tisi e morivano in guerra. Ed erano guerre in cui c’erano un bene e un male, ma da distinguere, da capire, da scegliere nel tormento di una crescita personale impegnativa: si trattava di decidere non solo da che parte stare ma che uomini e donne si voleva diventare, a costo di disobbedire, di rinunciare a titoli e gradi, di restare soli con il proprio nome a combattere, a rischiare, a riprendersi in mano da adulti la propria vita, pubblica o privata che fosse: c’era, in sostanza, una coscienza civile da formare.

Non era più il manicheo ordine costituito delle favole, in cui le tessere alla fine andavano a posto in un puzzle, dove alla fine il ranocchio diventava principe, i poveri si scoprivano di nobili natali e gli incantesimi sistemavano tutto quanto. Stavolta i protagonisti avevano un contesto vincolante in cui vivere, con una storia vera in cui incastrare i personaggi fittizi e i loro drammi, una storia con la “S” maiuscola dove i principi invece di andare a vivere in un castello incantato finivano sulla ghigliottina. 

Tutto questo faceva paura alle mamme, che temevano almeno un po’ l’irruzione di una realtà adulta dentro la vita dei loro bambini, soprattutto la violenza intrinseca delle lame rotanti dei primi robot, Goldrake, il primo ad arrivare, su tutti. Ci fu, all’alba degli anni Ottanta, un dibattito sul fatto che fossero o meno inadatti.

Le repliche innumerevoli, la nostalgia, i quarantenni della "generazione anime" che sbirciano le puntate guardate dai loro figli, con la scusa di proteggere loro e la voglia segreta di tornare per un attimo i bambini che sono stati, ci dicono che quel dibattito è lontano, che gli anime sono stati sdoganati e che forse a noi che ci siamo cresciuti per primi hanno lasciato anche cose importanti. Persino un po’ di cultura, perché a qualcuno dopo aver pianto con il dolce Remy a cartoni è pure venuta voglia di affrontare le pagine del corposo Senza famiglia di Hector Malot.

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