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Dal Papa vorremmo che... Le attese in Palestina e Israele

23/05/2014  Cittadini comuni ed esponenti delle Chiese spiegano il senso della visita. E raccontano le speranze di cristiani, musulmani ed ebrei.

Preparativi a Gerusalemme per la visita del Papa (Reuters).
Preparativi a Gerusalemme per la visita del Papa (Reuters).

Gerusalemme,
nostro servizio

Stella, cattolica latina che vive a Gerusalemme, vicino al Santo Sepolcro, è contenta che papa Francesco vada in Terra Santa. Invece, il giovane George, che lavora per i francescani, è un po' deluso perché il Papa si ferma solo tre giorni. E poi c'è Ahmed. Lui di questo viaggio sa poco, soprattutto non sa che il Capo della Chiesa cattolica andrà a visitare il campo profughi di Dheisheh (uno dei tre di Betlemme, ndr). Quando glielo dico, gli fa piacere, perché “Francesco, come i Papi che lo hanno preceduto, si dimostra vicino ai palestinesi». E questa vicinanza alimenta le aspettative di chi vorrebbe che Bergoglio parlasse del muro che taglia la Cisgiordania e del ritorno dei profughi.

«In questa terra, tutto è politica - dice il Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa -, ma bisogna evitare che il Papa diventi un mezzo per la propaganda degli uni o degli altri. Certo che quando vedrà qualcuno soffrire, parlerà della sofferenza, ma chi pensa che si soffermerà sulla questione palestinese o sulla sicurezza israeliana, resterà deluso. Ed è bene che non parli di queste cose. La pace tra israeliani e palestinesi, non può farla il Santo Padre. Devono farla israeliani e palestinesi. I politici facciano i politici, i religiosi facciano i religiosi».

«Ma quando il Santo Padre parlerà di libertà, di giustizia, di accesso ai Luoghi santi, questo è già politica - sottolinea monsignor Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme -. Lui è amico di tutti, quindi il risultato di questa amicizia dev'essere che tutti lo ascoltino, compresi gli israeliani». Che, se da un lato si sono dimostrati disponibili per l'organizzazione dell'evento, dall'altro, tendono a far sì che lo stesso abbia un basso profilo. «Avevamo appeso un manifesto al Christian Information Centre (si fronte alla Torre di Davide, presso la Porta di Giaffa, ndr) - racconta fra Pizzaballa -, ma ci hanno detto di toglierlo». L'avete fatto? «No, gli abbiamo detto che, se vogliono toglierlo, che lo facciano loro».

Fatto sta che, a un paio di settimane dalla visita del Papa, non si vedevano né cartelli, manifestini o locandine, neppure nel quartiere cristiano, a parte il timido tentativo di qualche negozio di souvenir religiosi. «I cristiani in Terra Santa sono noti per essere una popolazione composita, e poi sono pochi (meno del 2%), e i cattolici sono una minoranza nella minoranza -. E poi qui siamo in Medio Oriente - sorride il Custode -. I ritmi sono altri. Vedrà come tutta Gerusalemme si riempirà di bandierine e di striscioni di benvenuto, in prossimità dell'arrivo del Papa».

Tutti contenti, dunque? «No, nessuno è contento - sostiene padre Ibrahim Shomali, parroco di Beit Jala, distretto di Betlemme -. Le parrocchie di Betlemme hanno ricevuto pochi biglietti per la messa nella piazza della Mangiatoia, e i fedeli si lamentano. A chi devo dare io i biglietti? Come faccio a scegliere? Tutti vogliono vedere da vicino questo Papa, amico dei malati, dei poveri e dei deboli. Ci saranno anche due grandi schermi, che proietteranno la messa per chi non potrà andare in piazza, ma ancora non bastano.  Poi c'è chi contesta la scelta del Santo Padre di portare con sé un rabbino. Ma come, un ebreo? (Del seguito papale faranno parte il rabbino ebreo Abraham Skorka e l'imam musulmano, Omar Abboud, amici del Papa da quando era arcivescovo di Buenos Aires, ndr).

E chi invece contesta l'incontro con i rifugiati del campo profughi, che sono musulmani. I cristiani dicono: “Anche noi soffriamo, perché non viene da noi?”». In realtà, Bergoglio, domenica 25 maggio, pranzerà con alcune famiglie cristiane nel convento di Casa Nova, a Betlemme. «Non le dico la difficoltà di sceglierle - spiega monsignor Twal -. Con quale criterio? Tutti vogliono mangiare con il Papa. Ho detto ai miei collaboratori: “Fate voi, io non voglio sapere niente”». Alla fine, la scelta è caduta su famiglie di quattro persone, chi con un anziano, chi con un disabile, o un malato.

«Neanche se restasse un mese, riuscirebbe ad accontentare tutti», afferma monsignor Giuseppe Lazzarotto, nunzio apostolico di Israele. Sarà proprio nella sede della Delegazione Apostolica, sul Monte degli Ulivi, che Bergoglio avrà il colloquio privato con il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Si incontreranno nella stessa stanza dove, cinquant'anni fa, si sono incontrati Paolo VI e Atenagora. Poi, da lì andranno insieme al Santo Sepolcro, dove celebreranno la messa.

«Da parte mia - riprende il nunzio -, spero che le parole del Santo Padre servano a dare forza e coraggio alle tante persone di buona volontà, che qui ci sono e lavorano, ma spesso non hanno la forza sufficiente per far sentire la propria voce, e le decisioni vengono prese da altri. La situazione attuale non è incoraggiante (i negoziati di pace sono in stallo, ndr), ma io cerco di non essere pessimista. E ripongo le mie speranze proprio nelle persone di buona volontà, che ci sono da entrambe le parti, e che lavorano in silenzio, ma che devono venire in superficie, per dare una mano a costruire quella pace, senza la quale non andiamo da nessuna parte».

Anche a Gerusalemme qualcuno si lamenta, perché non ci sarà un grande raduno con messa in uno spazio pubblico, come allo stadio di Amman in Giordania, ma “solo” la una celebrazione al Santo Sepolcro. E anche lì potranno andare solo i pochi muniti di biglietto. E poi Israele ha imposto il coprifuoco. «Certo che ci sarà il coprifuoco, e le strade saranno vuote - riprende Pizzaballa -. E' la security israeliana che decide. Ma non è una novità, è stato così anche con Benedetto XVI. Israele non è Rio de Janeiro, dove il Papa è stato letteralmente preso d'assalto dai fedeli».

Un po' delusa è la gente di Nazareth. Il Papa non andrà in Galilea, tre giorni sono troppo pochi. «Paolo VI pure rimase in Terra Santa tre giorni, e pure riuscì a venire a Nazareth, ed erano altri tempi, e con i mezzi di allora. Ma capiamo che oggi ci sono supplementi che la vita moderna, pastorale e diplomatica impongono. Ma siamo comunque contenti di questo pellegrinaggio. Che il Santo Padre venga come pastore, per confermare i suoi fratelli e le sorelle nella fede, e per riallacciare e rinforzare i legami di unità con gli altri cristiani», conclude monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, vescovo di Nazareth e vicario per Israele del Patriarcato latino di Gerusalemme.

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