Soddisfatti per la grande partecipazione «da parte di tante fasce della popolazione, e soprattutto dei giovani». I vescovi italiani, con le parole del segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, sottolineano «la vivacità del dibattito che, depurato dalle polarizzazioni eccessive, ha messo in evidenza un elemento importante: il fatto, cioè, che su alcuni punti nodali si può accendere un dibattito vero e che la questione della giustizia è sentita con vivacità e alcuni punti di essa possono essere affrontati con un dialogo costruttivo». Parla di «metodo», il segretario generale della Conferenza episcopale, centrale quando i temi riguardano il bene comune: «È giusto che su temi che riguardano il bene comune, rispetto ai quali ci può essere una diversità di posizioni, si possa discutere, per costruire una casa comune pur partendo da posizioni culturali diverse».

Il presule ha anche rivelato che il Consiglio permanente, accogliendo l’idea di una associazione, porterà nell’Assemblea di maggio la proposta di far diventare Rosario Livatino, il giudice assassinato nel 1980, patrono dei magistrati. «Un magistrato di fede, che ha tanto da dire nella lotta alla mafia», ha dichiarato. Aggiungendo che è stato ucciso «proprio per il suo lavoro di giustizia portato avanti per contrastare la mafia». La proposta dovrà raggiungere i due terzi dei voti , dopo di che sarà la Santa Sede a esprimersi sulla decisione finale. La vita del magistrato, ha sottolineato monsignor Baturi, «è un esempio di come la fede possa fermentare il lavoro quotidiano per la giustizia. Sul territorio ci sono stati tanti incontri su Rosario Livatino, e la gente si è sempre fatta coinvolgere molto da questo esempio. Operare per la giustizia significa vedere il proprio lavoro come fonte di missione».

Al termine del Consiglio permanente, che ha affrontato anche i temi della recezione del documento sinodale, della «condizione delle comunità cristiane che devono confrontarsi con una società segnata da solitudini, fragilità familiari, domande di senso e nuove», della trasmissione della fede con l’approvazione di un documento «che offre le linee fondamentali sull’identità dei padrini e delle madrine», delle linee guida per investimenti sostenibili, monsignor Baturi ha anche espresso la «preoccupazione costante» dei vescovi italiani per la situazione internazionale, segnata da «conflitti gravissimi» e da uno scenario in cui «sembra dominare la forza, una logica di potenza». Grande attenzione poi per la condizione delle comunità cristiane in Medio Oriente.

Sul versante italiano, rispondendo alle domande dei giornalisti, il segretario della Cei ha espresso sgomento per l’accoltellamento della professoressa di Bergamo: «Siamo basiti», ha esclamato, aggiungendo che «le norme per fermare tale violenza sono utili ma non risolutive. Si tratta di dare ai giovani un motivo di impegno e capacità: il “per nulla” poi va sostituito con il “ne vale la pena”. Dietro tante forme di violenza c'è una disperazione non denunciata, una sofferenza. Il tema educativo deve riguardare tutti e tutti gli ambiti. Si tratta di trasmettere ragioni di vita».

Il segretario della Cei non si è sottratto neppure a un commento su Libera, la donna che è morta utilizzando un dispositivo a comando oculare del CNR in Toscana. «Chi soffre va accompagnato in ogni istante della vita», ha sottolineato. «La morte è un mistero grande che va rispettato in silenzio. In generale come Chiesa dobbiamo aiutare le persone a vivere con speranza investendo nell'accompagnamento delle persone e delle loro famiglie». Il vescovo ha aggiunto che occorre chiedersi se, «davanti a situazioni dovute a sofferenze insopportabili io mi limito a prenderne atto o ad aiutare ad alleviare le sofferenze?».

Infine si è soffermato anche sulla famiglia nel bosco chiedendo di spegnere le telecamere e sottrarre i minori da quello che ha definito un «consumismo e un edonismo comunicativo». «L'interesse del minore va salvaguardato» tenendo presente «due principi, che vanno bilanciati: la responsabilità dei genitori nell'educazione dei figli e la necessità che i bambini vivano momenti di socializzazione con i loro coetanei, tali da permettere uno sviluppo ordinato della loro personalità. Questo esige dialogo, pazienza infinita e coinvolgimento di tanti aspetti e ambiti, come la scuola e la parrocchia. Una volta individuati i principi», poi, dice monsignor Baturi, «bisogna avere il coraggio di staccare la spina della telecamera. Non è accettabile né ammissibile che i bambini continuino ad essere sottoposti alla curiosità del mondo intero».