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martedì 26 marzo 2019
 
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Don Daniele Leoni: «Ero elicotterista, ora volo per Dio»

10/01/2019  È stato nell’esercito per 19 anni, partecipando a missioni all’estero in Albania, Kosovo, Serbia e Iraq. Poi si è arreso alla chiamata ricevuta: «Mi sono accorto che i momenti di pace vera li trascorrevo con il Signore»

Don Daniele è arrivato a Pozzo (Arezzo) da appena un anno, ma è come se fosse sempre stato qui. In paese il nuovo parroco, classe 1971, è già uno di casa. Lo percepisci da come viene salutato per strada, da come ogni incontro riveli un rapporto vero con chi si ha di fronte. Eppure la vita semplice delle campagne della Val di Chiana rappresenta qualcosa di nuovo per lui, abituato a girare il mondo e a vivere in contesti tutto fuorché “tranquilli”.

«Sono stato nell’esercito per 19 anni. Ho partecipato alle missioni in Albania, Kosovo, Bosnia, Serbia e Iraq. Ero un elicotterista». Il racconto di mille avventure e difficoltà esce fuori con serenità, a volte con le lacrime che gonfiano gli occhi, altre con una fierezza e una nostalgia palpabili: «Agli inizi di novembre sono dieci anni dall’ultimo volo». Eppure il capitano Leoni adesso vive in un paesino di 750 anime e da tre anni ormai è per tutti semplicemente don Daniele.

«A 19 anni sono partito militare», racconta, «prima in artiglieria a Udine, il reggimento più operativo d’Italia, l’unico autorizzato a sparare la granata nucleare, poi a Viterbo alla scuola per sottufficiali. Mentre ero lì mi resi conto che era tutto vero quello che diceva la Chiesa. Cominciai a pensare che se Dio era davvero Dio, valeva la pena dargli tutto. Tuttavia, quando mi congedai, non sapevo ancora il risultato del concorso per pilota di elicotteri che avevo fatto. Era il 1994, iniziai a frequentare il seminario di Arezzo e decisi di entrare. Era già tutto fissato e il pomeriggio lasciai la mia ragazza. La mattina dopo, ancora dormivo, viene mio padre e mi fa: “Dani, Dani, ci sono i carabinieri al telefono”. “Tenente Leoni”, mi dicono dall’altra parte, “lei ha vinto il concorso per elicotterista”. Appena riattaccato chiamai il rettore del seminario e gli dissi: “Don Gianca’, grazie dell’opportunità, ma vado a fare il pilota di elicotteri, ciao ciao cia’”, click. E andai a fare il lavoro più bello del mondo. Fai cose grandi per il tuo Paese, che non è soltanto curarne gli interessi all’estero. Quando aiuti le persone, sia che si tratti di soccorrere un ferito portandolo via da una zona di combattimento, sia che si tratti di recuperare chi si è perso e vai con il soccorso alpino, o quando intervieni nella lotta antincendio, è sempre un servizio».

VERSO UN’ALTRA MISSIONE

Un servizio che costringe a confrontarsi costantemente con la vita. Come quando una sera in missione in Iraq ti confidi con un amico, Simone Cola, che il giorno dopo viene ucciso. O come quando, una volta tornato in Italia, muoiono due tuoi commilitoni in un incidente e allora torni laggiù per sostituire quei «ragazzi rimasti un po’scossi». «Con i miei amici abbiamo condiviso cose grandi», racconta don Daniele, «e loro mi mancano. Mi manca il tipo di rapporto che c’è tra commilitoni». Un servizio, quello dell’elicotterista, che costringe a misurarsi costantemente con se stessi e con le emozioni. «Se sai che domani alle 5 c’è una missione dove ti sparano addosso e anche tu devi sparare, il coraggio ci vuole non tanto in quel momento, ma prima. È lì che si manifesta la paura e ti chiedi: “Se muoio, l’ho detto alle persone care che voglio loro bene? Ho fatto qualcosa per migliorare questo mondaccio?”. Il coraggio serve quando devi montare su quell’elicottero e dire: “Va bene, andiamo”. Vedi i ragazzi che salgono a bordo, sai che le loro vite sono nelle tue mani, metti in moto e fai quello che devi fare».

IL FUOCO SOTTO LA CENERE

  

A Daniele apparentemente non mancava nulla, ma sotto la cenere covava un fuoco nascosto.

«Nel 2004 eravamo a Tallil, in Iraq, qualche miglio a sud di Nassiriya. Per chilometri e chilometri non c’era nemmeno una cappellina. Pensate che quando venne a farci visita monsignor Angelo Bagnasco, che all’epoca era ordinario militare — l’ho portato io fin lì in elicottero da Kuwait City — celebrammo la Messa di Natale nella tenda del magazzino viveri, con un puzzo di salamoia che vi lascio solo immaginare».

«Pregare mi dava una grande pace e ogni tanto si univa a me una caporalessa», continua a raccontare don Daniele. «Andavamo in un parcheggio dove non ci disturbava nessuno e recitavamo il Vespro. Dopo qualche tempo fui però convocato dal colonnello: “Lei è una vergogna! Non lo sa che un ufficiale con un caporale non può avere rapporti intimi?!”. Io cascai dal pero... ma quando la cosa fu chiarita, il colonnello mi confessò: “Forse siete gli unici che fate la cosa giusta qui”. Tempo una settimana e arrivò del personale americano che ci costruì una bellissima cappellina in legno. I compaesani del comandante ci donarono anche una campana».

Pian piano il fuoco sotto la cenere tornò ad ardere. «La mia vita era bellissima, ma i momenti di pace vera li sperimentavo solo quando stavo con il Signore. Allora mi arresi ed entrai nuovamente in seminario. Adesso eccomi qua. Prima offrivo servizio a una nazione, adesso a tutti gli uomini. Non è più un aiuto relegato a questa vita, ma che punta alla vita eterna, dove fonte di ogni forza è Cristo. Il nostro combattimento adesso non è contro le potenze della terra, ma contro le potenze del male. Satana è più che mai attivo e porta avanti la sua strategia agendo contro la fede e contro la famiglia».

Se si chiede a don Daniele cosa direbbe alle persone scandalizzate del suo passato di militare, risponde: «Dovrebbero leggere il Vangelo. L’esempio di fede più grande che il Signore trova in tutto Israele è quello di un centurione romano. Un soldato che ferisce Gesù al petto come segno di rispetto. Lui, esperto della morte, riconosce nella morte di Cristo la sua dignità e regalità. Cristo agli occhi del centurione è morto come un eroe».

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